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Da protesta a rivolta: quel che succede in Francia parla anche a noi

Pubblicato: 29-03-2023
Rubrica: Tempi Moderni
Da protesta a rivolta: quel che succede in Francia parla anche a noi

Ormai da due mesi la Francia vive una stagione delicata e  tumultuosa,  non solo per la crisi economica  che coinvolge molti paesi europei, né per il protrarsi della guerra di Putin in Ucraina, ma per una crisi politica di proporzioni inedite negli ultimi anni, proprio  dopo meno di un anno della seconda presidenza Macron, rieletto nell’aprile del 2022 dopo una campagna complicata e punteggiata di ostacoli.

Emmanuel Macron ha vinto contro due avversari temibili, la destra estrema di Marine Le Pen (RN) arrivata al ballottaggio, e la sinistra estrema di J.Luc Melenchon(FI) che pur fermandosi al primo turno ha avuto una consistente affermazione elettorale. Ma la sua vittoria era lontana dai fasti del 2017ed egli già nel discorso della sera della vittoria aveva tenuto a precisare che ci sarebbe stato un nuovo corso e “un changement de methode”nel suo rapporto con i francesi:  sul palco ai piedi della Tour Eiffel, con una coreografia non dissimile a quella maestosa del Louvre nel 2017, egli si mostrava al paese nella sua regalità, ma questa volta come un’ombra balenava a tratti sul suo viso ed egli la correggeva con una mano sul petto, promessa di empatia con la folla accorsa ad applaudirlo. Melenchon la stessa sera pose una sfida precisa dicendo forte che “il y aura un troisième tour”, ossia l’elezione del parlamento.

La vera sorpresa infatti arriva nel giugno successivo con le elezioni legislative che vedono l’affermarsi di due opposizioni agguerrite: la Nupes di Melenchon (unione delle sinistre da lui patrocinata cui aderiscono la FI parte del PS,i comunisti,i verdi)  e il Rassemblement National di Marine Le Pen che arrivano all’Assemblée nationale rispettivamente con 131 seggi e 89 seggi, modificando profondamente la dinamica parlamentare. Macron non ha più la maggioranza assoluta ma si ritrova con una maggioranza relativa, cosa non accaduta prima nella storia della V Repubblica. Le legislative hanno sconfessato l’elezione presidenziale evidenziando chiaramente una delusione ed un malcontento non di poco rispetto a Macron. La coalizione della maggioranza presidenziale Ensemble ottiene 245 seggi,mentre ne sarebbero stati necessari 289 per rimanere in sella. Questo cambia lo scenario di colpo e come ha osservato subito un attento studioso della politica francese, Nicolas Roussellier, “On entre maintenant dans une terre inconnue”; il presidente deve quindi cambiare passo, sapere mediare e trovare le alleanze necessarie e l’unica possibile ma difficile è con la destra dei Républicains, divisi al loro interno ed inoltre decisi ad alzare il prezzo per dare  il loro appoggio al presidente. Ma soprattutto Macron dovrebbe smettere l’abito cesarista, la sua idea di un potere verticalizzato e stabilire legami con la società e le sue espressioni organizzate. Nonostante le evidenti difficoltà egli vuole però portare avanti le sue riforme, la prima delle quali è quella delle pensioni, tema rovente, rinviata già nel primo suo quinquennato. La riforma prevede l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni ed un meccanismo complicato che penalizza i giovani e le donne, cosa che appare subito inaccettabile a molti strati sociali, insomma una proposta che fa pagare costi alti alle fasce più deboli. La riposta dei sindacati uniti e di altre associazioni è immediata e dà inizio ad una mobilitazione che cresce nel tempo, unitamente ad una richiesta di un incontro col presidente.

Macron rifiuta di riceverli e continua nella sua idea di portare in porto tale riforma, limitandosi ad una lettera pubblica nella quale chiede al paese  e soprattutto al movimento sindacale di mostrare “senso di responsabilità”in un momento difficile per la Francia.Non cambia passo e la sua prima ministra, Borne, attua in Parlamento una strategia bifronte: da una parte si mostra decisa a perseguire il suo obiettivo (far passare la riforma), dall’altra cerca spazi e alleanze per parare i colpi delle due opposizioni.

Lo strappo e la rabbia

 

Nel primo passaggio all’Assemblée nationale non si riesce a votare sulla legge a causa dei tempi stretti imposti per il dibattito e le migliaia di emendamenti presentati soprattutto dalla Nupes, cosa che indica un doppio ostruzionismo,quello delle opposizioni e quello del governo medesimo che inasprisce le regole e le condizioni del dibattito, situazione questa anomala e di forte tensione. Al Senato la legge di riforma passa, ma il problema rimane poiché essa deve tornare alla Camera dove la maggioranza presidenziale è più debole. Cominciano così consultazioni frenetiche del presidente e della primo ministro con esponenti partitici,la destra tradizionale,soprattutto, e con una Commissione paritetica che dovrebbe agevolare il lavoro di ricerca dei voti necessari, ma a conti fatti il risultato è deludente,incerto quindi il destino della proposta di riforma. Macron e il suo governo non vogliono correre rischi e il primo ministro comunica qualche giorno prima del voto che userà l’art.49, comma 3 della Costituzione (per la dodicesima volta,in pochi mesi!)che prevede il voto bloccato in parlamento, quindi una procedura in cui il governo pone di fatto la fiducia, privando il parlamento di una sua prerogativa essenziale, quella legislativa, oltre che di quella simbolica, essere cioè il parlamento luogo di rappresentazione della volontà degli elettori. Uno strappo questo al metodo democratico in un sistema, quello presidenziale, che pur limitando il ruolo del parlamento lo riconosce come “eminent” con una funzione sua propria che non può essere misconosciuta, secondo la definizione che ne diede uno degli estensori della Costituzione del 1958, Michel Debré, costituzionalista  e ministro nel primo governo di De Gaulle.

Dodici volte il bavaglio al parlamento è troppo! Le opposizioni parlamentari gridano ad un furto di democrazia e  presentano subito, come previsto da regolamento, due mozioni di censura: una della destra estrema di Marine Le Pen ed una dal gruppo Liot cui partecipano la sinistra e altri partiti. La tensione cresce nelle piazze e gli scioperi bloccano punti vitali come le raffinerie e  i trasporti. Ma anche altre categorie scendono in piazza, ad esempio il 60% degli insegnanti (nonostante le blandizie di Macron che promette un incentivo premiale a fine carriera) e un fiume di studenti che dalla storica Sorbonne raggiungono le manifestazioni sindacali che attraversano Parigi e le principali città francesi, piazze e strade brulicanti di slogan, cartelli, voci di protesta che si configurano ormai come un vero e proprio movimento sociale, il primo dopo quello dei Gilets jaunes nel 2019, per estensione, durata, partecipazione di diverse fasce sociali, risorse materiali e simboliche.

Questo è sicuramente l’elemento nuovo: la voce della piazza, l’articolarsi della protesta che si unisce all’ostruzionismo in parlamento ponendosi come una sorta di contropotere al potere di un presidente separato dai suoi cittadini, che viene percepito chiaramente ormai come un sovrano chiuso nella sua cittadella come ben dice uno slogan che serpeggia fra la folla:”Macron est comme un roi, il n’ecoute pas”,oppure l’altro secco,incisivo che non ammette tentennamenti: “On a dit non!”. Inoltre,e non è secondario, la maggioranza di Macron scricchiola proprio al suo interno, molti parlamentari e dirigenti del  suo partito  Renaissance hanno cominciato a mostrare perplessità  e dubbi su questa “demarche”del presidente che appare cocciutamente isolato senza le capacità che una tale situazione richiede e con un chiaro disprezzo per il parlamento. La tanto contestata riforma,arrivata alcuni giorni fa all’Assemblée nationale passa appunto col voto bloccato e le mozioni di censura vengono bocciate, addirittura quella più forte di Liot perde solo per 9 voti. Una vittoria zoppa dunque per Macron che, trapezista tracotante si tiene ancora sul filo di un equilibrio rischioso senza un tappeto di salvataggio.

La legge dunque è stata promossa ma non può essere promulgata. C’è ancora un gradino da salire e superare poiché il Consiglio Costituzionale, deputato al pronunciarsi sulla conformità di una legge alla Costituzione è stato doppiamente investito: dalla stessa primo ministro,Borne, e dalle due opposizioni che ne chiedono il parere,queste ultime anche sulla liceità del metodo adottato per la sua approvazione. Un groviglio giuridico questo dall’esito incerto, ma un ostacolo evidente quale che ne sarà l’esito, tanto che la premier Borne ora si dice pronta  a dialogare con i sindacati per scansare la eventualità di un referendum popolare già richiesto  che potrebbe realizzarsi a certe condizioni previste nel 2008 in una modifica alla Costituzione e completate nel 2015.

La crisi esplosa sulla riforma delle pensioni  è uscita dal ghetto di una rivendicazione settoriale, ha dato corpo ad un dissenso diffuso nel paese su problemi che toccano le donne e gli uomini nella loro quotidianità per diritti e bisogni concreti, ha lanciato il guanto di una sfida al potere che si è fatta “attore sociale”consapevole, come Alain Touraine, il padre dei sociologi francesi, ha da molti analizzato ed auspicato, unica via per rifondare il senso di una  comunità che acquista la coscienza del suo essere e si fa protagonista. Certo nel movimento che sta travolgendo la quiete quotidiana e si scontra con una repressione  poliziesca dura ed eccessiva (cosa sottolineata anche dal Consiglio europeo proprio in questi giorni) ci sono anche i violenti, i “casseurs”, ma l’anima, i fini, l’essenza della protesta rimangono chiari e separati da ciò come Laurent Berger, presidente dei sindacati uniti, ha con determinazione affermato.

Ciò che al momento si può affermare è che fra le riforme previste Macron, il presidente “innovatore” non è riuscito in quella cruciale: riformare se stesso.

 

L’uomo in rivolta

 

Quale riflessione da tutto questo ci viene? La prima è che i movimenti, le fiammate che dilagano in queste settimane in Francia si ripropongono in altre piazze di altri paesi, non solo in Europa, se pensiamo alla mobilitazione del popolo di Israele contro la riforma della giustizia del premier Netanyauh che prevede soprattutto di vanificare il potere della Corte suprema che vigila sulla costituzionalita di una legge, sottoponendola al controllo del Knesset, il parlamento israeliano dove la destra intransigente del premier ha una maggioranza solida. Certo i governi dei due paesi Francia ed Israele sono diversi per tradizione ed attuale composizione, ma è molto somigliante il metodo usato per aggirare  le regole poste dalla Costituzione a garanzia dei diritti in un sistema democratico.

E la risposta dei governati ha le stesse note, lo stesso timbro di rifiuto deciso, di mobilitazione irrinunciabile come se tantissimi “sé” individuali si fossero svegliati dal loro guscio di sopportazione quotidiana ed avessero riscoperto il potere di una volontà collettiva, condivisa,  urgente, alzando la testa e la voce: l’homme révolté di Camus che non si piega più.

La seconda riflessione è che in Italia,  noi, i cittadini italiani, dovremmo guardarci un po’ intorno e riflettere poiché il governo di destra di Giorgia Meloni ha già insidiato il terreno dei diritti in vari ambiti e mantiene sul piano europeo alleanze  e consonanze con partiti sovranisti.  Le leggi,  le scelte del potere politico,  gli editti, fatti senza l’ascolto della società e fatti approvare con la frusta in mano, o con la retorica di un malinteso senso patriottico, usando impropriamente e  tentando di snaturare  le istituzioni democratiche, possono essere disfatte dalla piazza, questa moderna Amazzone che non ha il berretto frigio, non combatte a cavallo ma percorre a piedi  i sentieri della lotta. Le democrazie possono diventare, se non preservate ogni giorno, delle oligarchie ben camuffate, ammantate di diritti formali minimali. Dunque attenzione,in Italia, poiché questi eventi ci riguardano.

Sara Gentile

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