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Rilanciare il tema dell’eguaglianza per la costruzione di un nuovo campo socialista

Pubblicato: 31-07-2022
Rubrica: Tempi Moderni
Rilanciare il tema dell’eguaglianza per la costruzione di un nuovo campo socialista

Il risultato delle elezioni del 25 settembre, oltre alla conquista della destra, e poi anche del governo, da parte di FdI, è la rinascita della questione sociale. Ciò non può significare che un’altra occasione di ritorno definitivo del socialismo, perché laddove si impone la questione sociale c’è spazio, anzi bisogno, del socialismo. 

La cultura critica del socialismo è confermata e richiesta perché la nostra società è regredita, soprattutto rispetto a decenni non lontani in cui gli interessi di chi vende il proprio lavoro avevano ottenuto una situazione di crescente parità nella democrazia. Con lo Statuto dei lavoratori come emblema della parità capitale-lavoro: molto più dell’articolo 18.

Oggi è ormai assente anche l’equità, e sia chiaro che per garantire una vera democrazia partecipata e progressiva non basta nemmeno l’equità: occorre che la partecipazione democratica degli interessi svantaggiati possa operare su un livello di tendenziale eguaglianza con altri interessi più forti. La soluzione dei problemi che si presentano poi discenderà da questo, ovvero dal confronto negoziale, dalla dialettica degli interessi, o dal conflitto regolato anche aspro, purché non distruttivo. 

Nulla, in una democrazia vera, discende da un’idea astratta di giustizia o appunto di equità: credere nella sostituzione del conflitto con l’equità è stato proprio del liberal-progressismo moderato, che si credeva avrebbe conquistato il mondo, mentre invece è sommerso dai radicalismi (specie di destra) ed umiliato nell’impotenza. È proprio la sua ideologia ad avere condotto alla non rappresentanza, il che ha alimentato a sua volta la tendenza di ogni economia capitalista: quella di non sapere distinguere competitività da sfruttamento. Da ciò a sua volta è nata la sensazione di inanità della politica, perché l’esperienza di regresso (democratico, economico, esistenziale) vissuta ogni giorno nella circostanza di guadagnarsi da vivere non può essere bilanciata, tantomeno risolta, dal voto ogni cinque anni. Il voto in realtà non può che essere la continuazione con ciò che si vive nella società fra le elezioni, e viceversa. Non è un caso che il nostro paese, un tempo ai vertici mondiali della partecipazione elettorale, sia piombato a livelli di astensionismo impensabili.

Peraltro, la fine della rappresentanza delle classi popolari e l’aumento della disuguaglianza hanno come risultato anche la fine della mobilità sociale: perché (in politica) senza rappresentanza i ceti svantaggiati non riescono più a trasmettere i propri autentici leader nei gruppi dirigenti, e perché (nella sfera sociale) l’aumento della disuguaglianza è un freno per la possibilità di accedere alla scala sociale. Perciò la diffusione dello sfruttamento alla fine travolge  anche le aspirazioni congenite di molte classi medie. Insomma, senza più eguaglianza e senza maggiore rappresentanza, finisce l’unica, davvero possibile società del merito, altra mistificazione di questi ultimi decenni. Ed ecco la funzione, come dicono i teorici di questa cultura politica, del populismo nella democrazia: rotto il rapporto di riconoscimento, poi anche di rappresentanza e infine di legittimazione fra popolo e classe dirigente, si ottiene sempre (ovunque) una crisi democratica. Per cui sopraggiungono sfogo, protesta, e si passa dal dissenso al disprezzo. 

La socialdemocrazia europea ha da imparare che la vittoria definitiva (la convinzione per cui il capitalismo fosse civilizzato una volta per sempre) era errata. Ma per imparare deve soprattutto ricordarlo, perché può attingere alla eredità del socialismo stesso. L’altro insegnamento, questo più “populista”, è che si danno nella storia tornanti nei quali il rapporto con “il popolo” va ricostruito. E per “popolo” intendiamo un contenitore dove stanno classi, elettorato, lavoratori e lavoratrici, cittadini e cittadine. 

Da tutto questo deriva che va impostato il rapporto fra due attori oggi alla sinistra dello schieramento politico: da un lato il M5S, che ha promosso il tema “né destra né sinistra” della illegittimità delle classi dirigenti, ma poi convergendo fatalmente sul terreno della protezione dei ceti e dei territori più svantaggiati. Cioè scegliendo un campo sociale che è  anche implicitamente ideologico. E dall’altro una coalizione da costruire: “laburista”, con al suo interno una cultura socialista, che sottolinea in tutto questo la centralità del tema dello sfruttamento capitalista. E che a questo aggiunge semmai un aspetto forse meno congeniale ma lo stesso presente: l’autosfruttamento da parte delle partite IVA, nonché di molti professionisti o micro aziende familiari. A ulteriore conferma che rappresentare il lavoro non significa puro classismo, ma nemmeno indefinito interclassismo. 

Le ragioni della costruzione di un rapporto fra queste due componenti di un polo popolare e di progresso sono molto italiane da un lato ma perfettamente europee dall’altro. Vi sono diversi paesi mediterranei e latini in cui qualcosa di simile è già avvenuto: Psoe e Podemos al governo, il governo portoghese a guida socialista ma nel rapporto fecondo con forze neopopuliste. Nei paesi iberici un sistema politico meno demolito del nostro (o della Francia), e quindi con ancora partiti socialisti piuttosto classici e vitali, ha visto collaborare la sinistra storica con movimenti di estrazione populista. Inoltre, vi sono delle condizioni particolarmente italiane e francesi: un sistema politico irriconoscibile, terremotato in toto rispetto a solo tre decenni fa. In sistemi simili è ovvio si apra maggiormente lo spazio, almeno per un periodo, a formazioni di ricostruzione “da zero” del rapporto con il popolo. Cioè ovvio emerga una fase o un ruolo populista. Questo è infatti NUPES di Melenchon: una convergenza fra populismo progressista e socialismo variamente coniugato. Appare importante ora costruire un qualche suo equivalente italiano, pur senza imitazione  pedissequa. Ciò anche per riequilibrare la nostra democrazia, che ha, come la Francia, sia un forte nazional-populismo post fascista, sia un centro tecnocratico. Nella nostra, però, manca ancora appunto uno schieramento popolare e di critica sociale sul versante sinistro. 

La particolarità, più ancora italiana che francese, è la presa assai forte della tecnocrazia, sostituto della democrazia partecipata. Il vuoto fra istituzioni e popolazione, l’inanità della partecipazione elettorale, l’esclusività dei media e della classe politica  emergono più palesemente quando la tecnocrazia ha la presa che ha avuto ed ha in Italia. E così, per conseguenza inevitabile, ne scaturisce un particolare elitismo delle classi dirigenti. Diviene conseguentemente quindi anche inevitabile che persino la questione sociale abbia un elemento populista, seppure coniugato in senso progressista. 

Infine, purtroppo esiste una questione di scarsa spendibilità della parola “sinistra” nell’attuale Europa e specie nel nostro paese. Ininterrottamente essa è stata rappresentata da tecnocrati (Prodi, Ciampi, Dini, alcuni particolarmente regressivi come Padova Schioppa), del tutto diversi dai “tecnici socialisti” di un tempo (Ruffolo, Giugni, Myrdal, Stuart Holland, Meidner e molti altri). Questi ultimi depuravano la strategia di trasformazione socialista da ideologismi polverosi (lo storicismo comunista, in fondo moderato, o la teleologia di certo marxismo anche socialdemocratico). Ma la loro strategia di trasformazione, la rappresentanza sociale del lavoro organizzato, la guida dei leader proletari (Brandt, Nenni, Di Vittorio, Hedtoft, Hansson, Attlee) non erano mai in discussione. Oggi la classe dirigente che ha militato nella sinistra variamente intesa, e il concetto stesso di sinistra, sono scaduti di qualità e credibilità. Coloro i quali pregevolmente, pur venendo da quelle esperienze, si aprono oggi alla nuova prospettiva di un nuovo polo popolare e progressista, devono prendere atto di questo, e mettersi a disposizione senza pretendere un ulteriore supplemento a carriere già lunghissime e piene di trasformazioni. È il momento di ri-radicarsi come elemento laburista di un nascente polo popolare e progressista, e di radicarsi per selezionare nuove idee e nuovi dirigenti. Non è più il caso di portare in giro minuscole rendite di posizione e mediatiche.

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