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2014,
Numero 2/3

Ma Occhetto fu il Gattopardo: “Innovarsi al fine di conservare l'essenziale”

La battaglia di Napolitano nella Direzione del PCI (dopo il Muro) per una scelta socialista
di Ugo Finetti

Quando il 14 novembre 1989 Giorgio Napolitano prende la parola nella Direzione del Pci che discute la relazione del segretario, Achille Occhetto, dopo la caduta del Muro di Berlino, nella sala al secondo piano delle Botteghe Oscure si va delineando una piattaforma di “rilancio” del Partito con nuovo nome sulla base di una rivendicazione della sostanziale autonomia e specificità della storia del Pci rispetto alla storia di ciò che nelle relazioni di Togliatti, Longo e Berlinguer era denominato “Movimento Comunista Internazionale”1. Una tesi che - come aveva rilevato criticamente Emanuele Macaluso intervenendo subito dopo Occhetto - doveva però essere adattata al fatto che la stessa decisione di cambiare nome veniva presa in un quadro di “effetto domino” ovvero sull'onda di analoghe decisioni di altri partiti comunisti al potere nell'Europa dell'Est.
L'obiettivo di entrare nella Internazionale Socialista veniva infatti non più contrastato ed era ormai accettato nel vertice del Pci tenendo presente che in tale direzione si stavano già muovendo anche i “partiti unici” di Stati che avevano cessato di chiamarsi comunisti. Nello stesso Pcus infatti si stava discutendo il mutamento del nome2.
Naturalmente, nel discorso di Occhetto e nel dibattito, il cambio del nome porta in primo piano il rapporto con il Psi. Negli interventi che si succedono è evidente la preoccupazione di conservare una sorta di primogenitura nella sinistra italiana, di evitare cioè una riabilitazione delle tesi dell'autonomia socialista ovvero il rifiuto di una svolta sulla base di un riconoscimento delle ragioni provenienti da altre esperienze. I discorsi sullo sconvolgimento in corso nei paesi dell'Est e tra i partiti comunisti dell'Ovest, le sue origini e conseguenze, sembrano spesso svolgersi prevalentemente come un monologo interno al comunismo negando qualsiasi legittimità a ciò che si trova alla propria destra.
Prende così forma una politica continuista, di “innovazione senza revisione”3 per cui Occhetto, da un lato, propone di non chiamarsi più comunisti e, dall'altro, ribadisce la “lezione” di Togliatti e Berlinguer. Quel che colpisce nella lettura del verbale della riunione infatti è – sia pur con propositi diversi ed anche divergenti – il prevalere di un clima di arroccamento e rifiuto di una soluzione di continuità mentre non solo il Muro di Berlino è caduto, ma l'intera muraglia del sistema dei partiti e paesi comunisti d'Europa andava franando. I dirigenti comunisti tengono comunque a rivendicare la sostanziale giustezza e superiorità del comunismo italiano senza mettere in campo una revisione dei giudizi espressi in passato nei confronti di movimenti e persone che nei paesi comunisti si erano opposti ai regimi dittatoriali o che nella sinistra italiana avevano denunciato la natura repressiva del comunismo sovietico e dei suoi satelliti. Anzi si rivendica una storia del Pci svoltasi in un quadro di sostanziale autonomia – e di aperta contrapposizione - rispetto al Pcus e ai regimi comunisti.
Eppure, anche dopo l'approvazione della svolta da parte del Comitato Centrale del Pci il 25 novembre, Achille Occhetto, intervistato in dicembre da Eugenio Scalfari, sembra ancora condividere le ragioni che portarono Togliatti nel 1956 ad approvare l'invasione sovietica dell'Ungheria (“evitare un trauma al popolo comunista”, non “varcare una soglia che avrebbe probabilmente disperso quelle energie solo a vantaggio degli avversari”, “probabilmente fu un errore, ma chi può fare la storia con i se?”)4.
Vediamo quindi nel corso della riunione del 14-15 novembre 1989 che il gruppo dirigente tende a “far quadrato” nel senso che – come dirà Occhetto – si respinge l'idea secondo cui “tutto ciò che è avvenuto mettesse in discussione soltanto l'esperienza del movimento comunista”5. E quindi: “Non si tratta di delineare un percorso di fuoriuscita da una tradizione comunista, per abbracciarne un'altra, quella socialdemocratica”6.
Insomma la caduta del Muro di Berlino significa la caduta paritaria del bipolarismo tra comunismo sovietico e democrazia occidentale ed il superamento paritario sia del comunismo sia della socialdemocrazia. Occhetto definisce quindi “la collocazione del nuovo partito e della costituente al di fuori della scelta tra comunismo e socialismo: non si tratta di scegliere tra quelle due tradizioni ma di superarle entrambe”7.
L'adesione all'Internazionale Socialista si delinea da parte di Occhetto pertanto, da un lato, come salvacondotto proveniente “dall'alto” – al di fuori della vita nazionale – a mo' di benevola assoluzione senza penitenza e, dall'altro, come una sorta di “entrismo”, di missione in cui mantenendo “diversità” e “specificità” ci si propone non di “socialdemocratizzarsi”, ma di “rigenerare” l'organizzazione del socialismo europeo (vi è quasi una lontana eco della rivoluzionarizzazione della socialdemocrazia”8) insieme agli altri partiti ex comunisti dell'est europeo che vi entreranno nel segno di un nuovo e diverso impegno dell'Internazionale Socialista a favore della “democrazia globale” ovvero dell'ambientalismo, del femminismo e dell'antagonismo secondo quello che il segretario del Pci definirà “un nuovo internazionalismo planetario”9. “Non si tratta – secondo Occhetto - di abiurare, ciascuno, le proprie tradizioni, ma di inventare qualcosa di nuovo … di farci promotori di un allargamento della stessa Internazionale socialista” con “l'ambizioso compito di contribuire a riformare l'Internazionale socialista”10. Una prospettiva alimentata dal fatto che nello stesso vertice dell'Internazionale Socialista, con Willy Brandt presidente, si coltiva l'idea della fine del comunismo come vittoria di una sua “autoriforma” gorbacioviana che può tradursi in una confluenza destinata a fornire una vasta ed irreversibile maggioranza socialista nelle istituzioni europee.
“I ragazzi di Berlinguer”11 si propongono quindi di entrare nell'Internazionale Socialista con l'obiettivo di evitare di dover recitare un “mea culpa” nazionale ed, anzi, meglio contrapporsi alla politica del socialismo autonomista che ha preso forma nel Psi.
Questa reazione va anche considerata alla luce del fatto che in Italia – man mano che si è andata sviluppando la politica autonomistica di “governabilità” dopo la fine della “solidarietà nazionale” degli anni 1976-1978 – il declino del comunismo era già in atto da un decennio.
La flessione elettorale iniziata nel 1979 – salvo il risultato del 1984 all'indomani della morte di Berlinguer – era costante e crescente in particolare tra le nuove generazioni che erano sempre state invece un punto di forza del voto comunista. La “questione comunista” negli anni '80 è sempre meno centrale nella scena politica nazionale rispetto al decennio precedente tra il '68 ed il '79 e la dialettica politica tendeva a ruotare sempre più intorno allo scontro per la leadership del Paese tra Psi e Dc.
D'altra parte nel dibattito del 14-15 novembre dell'89 emergono anche i punti di forza del comunismo italiano. A differenza degli altri partiti comunisti occidentali, il Pci non era stato tenuto né si era fatto tenere in un “ghetto” e vediamo in campo dirigenti che hanno alle spalle non solo una storia di lotte anche vinte e di movimenti ampi e ben radicati, ma che hanno svolto ruoli di governo nelle principali metropoli e regioni italiane e che soprattutto sono stati per anni determinanti nella maggioranza di governo fronteggiando negli anni ‘70 la più difficile crisi economica del dopoguerra e la più lunga e cruenta stagione di terrorismo politico non “nazionalista”, ma di sinistra.
A ciò si aggiunge l'originalità del “centralismo democratico” del partito italiano. Prefigurazione leninista all'interno del partito della “dittatura del proletariato” da instaurare nel Paese, “scelta di vita” nel segno della rinuncia alla libertà in nome della giustizia, della sottomissione dell'individuo alla “volontà generale”, esso si era snodato nel Pci lungo i decenni con confini “elastici”12 ed in termini – più con Togliatti e Longo, meno con Natta e Occhetto – di sostanziale meritocrazia nella selezione del gruppo dirigente.
Per comprendere il reale clima in cui si svolgeva quel “vertice” del Pci può essere utile fare un passo indietro e cioè tener presente la sua precedente riunione dell'8 novembre 1989. Il giorno dopo la televisione tedesca annuncerà la caduta del muro di Berlino, ma solo la vedova di Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, richiama in modo esplicito l'attenzione su quel che sta accadendo all'Est. Quell'8 novembre il gruppo dirigente comunista appare scosso e attraversato da forti tensioni interne, ma sostanzialmente concentrato sulla situazione interna. In particolare scotta la sconfitta romana nelle elezioni amministrative del 28 ottobre con la flessione di 4 punti. Secondo il filosofo Umberto Curi, il direttore dell'Istituto Gramsci di Venezia che all'epoca faceva parte del Comitato centrale del Pci, per Achille Occhetto “il vero crollo del Muro di Berlino è stato l'esito della consultazione romana”13.
Nella capitale il Pci aveva svolto una campagna elettorale molto aggressiva nei confronti della Dc e del Psi al motto di “Liberiamo la città” e accusando il capolista socialista, Franco Carraro, di essere un “milanese”. Il candidato craxiano è però diventato Sindaco e la Dc è aumentata tornando al livello del 1981, mentre il Pci, rispetto all'81, è sceso dal 36 al 27 per cento. Più in generale la sconfitta comunista in quelle elezioni parziali “sembrava addirittura prefigurare a breve termine il sorpasso elettorale da parte dei socialisti”14.
Proprio all'inizio dei lavori15 vi era stato un battibecco tra Occhetto e Napolitano dopo che il segretario lo aveva indicato come esempio da non seguire per l'intervento “fuori tema” del leader della destra comunista, cosiddetta “migliorista”, al precedente Comitato Centrale. E Giorgio Napolitano intervenendo dopo la relazione di Occhetto aveva attaccato la conduzione del Pci da parte del segretario. “Sono preoccupato per le difficoltà del Partito rivelatesi anche a Roma” aveva detto attribuendole alle “contraddizioni della nostra linea”, ad una “opposizione convulsa, esasperata, ‘becera' sul piano concreto”. Napolitano aveva contestato la linea di Occhetto non da posizioni filocraxiane16, ma in nome di un maggior equilibrio e realismo: “Nel Partito – aveva affermato Napolitano usando negativamente un'espressione tipica di Berlinguer – si manifesta la sindrome che sta per chiudersi il cerchio ‘tutti contro di noi'”. “Ci sono – aveva polemizzato Napolitano – rappresentazioni catastrofiche sulla libertà e la democrazia in Italia e sulle situazioni delle nostre grandi città”.
Gian Carlo Pajetta, con l'autorità di essere l'unico superstite della Direzione del Pci della Resistenza e della Liberazione, aveva tratteggiato una rappresentazione impietosa della situazione interna al Partito: “Al mio seggio non c'era il rappresentante di lista. In Sezione c'erano due soli compagni. Le Sezioni non sanno più preventivare i risultati, né se si andrà avanti o indietro”. Ed aveva citato un'analisi del sondaggista di fiducia del Partito, Stefano Draghi: “Circa il 40 per cento del nostro elettorato o ci nega il voto o vota Dc e Psi”.
A sua volta un altro leader “storico” del Partito, Nilde Iotti, che da dieci anni è Presidente della Camera dei Deputati, aveva lamentato il “nostro isolamento” causato da polemiche estremistiche nei confronti della stessa Dc: “E' giusto criticare la Dc, ma non dobbiamo dimenticare le sue radici”.
Occhetto si era quindi difeso sostenendo che “il 26 per cento è il livello elettorale nostro, realistico, oggi” citando il risultato delle elezioni europee svoltesi nel giugno precedente anche se – gli era stato già obiettato - quella percentuale andava “letta” tenendo presente che si erano persi 700 mila voti. Achille Occhetto aveva comunque cercato di essere rassicurante, ma tra i dirigenti comunisti prevaleva l'insicurezza e il pericolo di perdere il controllo della situazione.
“Non dimenticherei ciò che sta avvenendo all'Est” aveva detto la Iotti criticando la relazione ed aveva aggiunto: “E' stato colpito l'ideale che anima i nostri elettori. Dobbiamo (…) riprecisare, rivedere i nostri ideali”.
Il giorno dopo il portavoce del partito comunista della Germania dell'Est (Sed), Gunther Schabowky, avrebbe annunciato che non vi sarebbero più stati divieti per andare a Berlino Ovest.
Intanto Occhetto era partito per Bruxelles per andare a parlare con Neil Kinnock. Era la prima volta che un segretario del Pci incontrava il segretario del partito laburista. Ed è appunto insieme al leader inglese che la mattina del 10 novembre Occhetto segue in televisione le immagini dei tedeschi che da Berlino Est passano liberamente a Berlino Ovest. “Chiesi ad Occhetto – ricorderà Kinnock – se il Pci potesse cambiare nome e lui mi rispose scandendo tre volte: «E' molto difficile, molto difficile, molto difficile»”17. Nello stessa mattina alle Botteghe Oscure l'ex segretario del Pci ora presidente del Partito, Alessandro Natta, esclama: “Ha vinto Hitler. Si realizza il suo disegno, dopo mezzo secolo. … Non considero intoccabile il nome. Ma … qui crolla un mondo, cambia la storia.”18.
Lo smarrimento con Occhetto cede però rapidamente il passo ad una reazione finalizzata a porre il Pci non sulla difensiva. Per Occhetto la caduta del Muro e lo sgretolarsi dei regimi comunisti esaltano la differenza del Pci dagli altri partiti comunisti confermandone la politica seguita da molto tempo. “Questo – dichiara il segretario del Pci quel 10 novembre appena rientrato a Roma – conferma la linea del nostro ultimo congresso. … E' in corso un grande processo del quale noi comunisti italiani ci sentiamo partecipi e protagonisti, a cui abbiamo dato, con le nostre idee e la nostra iniziativa politica, un deciso contributo”. Gorbaciov è pur sempre al vertice del Pcus e dell'Urss ed è sulla sua scia – nella convinzione di un'autoriforma del comunismo – che il Pci ha disegnato un “nuovo corso” dopo il dimissionamento di Alessandro Natta. Occhetto imposta quindi la reazione come se egli fosse di fronte a una vittoria ovvero come la caduta in italia dell'anticomunismo.
E' un'accelerazione solitaria in quanto – ricorda Claudio Petruccioli che era “coordinatore” della segreteria – “la concezione che Occhetto ha di un gruppo dirigente è molto elementare. … A me sembra che somigli all'idea di un branco. C'è un capobranco che prende la testa e decide dove andare: gli altri seguono”.
Decisione solitaria, ma non improvvisata? Piero Fassino nel 2009 ha sostenuto che da mesi tutto era pronto per la “svolta”, ma l'operazione sarebbe stata, secondo lui, rinviata a dopo le elezioni amministrative di quell'autunno e poi ancora a dopo i primi di novembre per evitare la coincidenza con il giorno dei morti. Per Emanuele Macaluso però quelle “rivelazioni di Fassino … sono facezie ridicole”.19
Quel che è certo è che proprio alla vigilia del XVIII Congresso del marzo 1989, Occhetto aveva voluto incontrare Gorbaciov per avere una sorta di “imprimatur” moscovita per il suo “nuovo Pci” e al rientro in Italia, “entusiasta” per il colloquio con il premier sovietico, aveva detto che “il vero problema sarebbe stato quello di dare vita a una grande Internazionale democratica, di cui Gorbaciov doveva essere ‘magna pars'; e, quanto all'Internazionale che già c'era, quella socialista sostenne che non era poi il caso di sopravvalutarla”20.
Il XVIII congresso era stato quindi impostato guardando non allo sbocco verso il socialismo europeo, ma nel segno di un “riformismo forte” in contrapposizione a quello “debole” del socialismo italiano e delle socialdemocrazie che agivano “all'interno del sistema”. Quella che Alberto Asor Rosa chiamò la “reidentificazione del partito” ha come origine il fatto che in dieci anni il Pci ha perso un terzo dell'elettorato. E' una crescente difficoltà di caratterizzarsi come “spinta propulsiva” nella vita nazionale in cui si intrecciano aspetti diversi: dai mutamenti della società e la loro lettura sempre classista alle destabilizzazioni nei paesi comunisti che minano il consenso ideale fino alla leadership meno carismatica di Alessandro Natta dopo la scomparsa di Berlinguer.
Occhetto al XVIII Congresso tenta di voltar pagina e gioca la carta di un “nuovo Pci” nel segno dell'apertura ai “movimenti” in primo luogo femministi ed ecologisti mettendo come temi centrali quelli della “differenza sociale” e del “governo mondiale” per tutelare i beni della terra. Occhetto su questa linea spazierà dall'impegno per la tutela delle foreste dell'Amazzonia alla proposta di un piano per la bonifica del deserto del Sahel21. Richiamandosi esplicitamente all'appello pacifista contro le armi nucleari e per la salvezza dell'umanità lanciato da Palmiro Togliatti al X congresso del 1962, Achille Occhetto dalla tribuna congressuale romana lancia il grido di allarme per il “vero e proprio genocidio degli indigeni dell'Amazzonia” e addita “le foreste pluviali dell'Amazzonia” come simbolo della “catastrofe ecologica, sociale, umana”.
I soggetti che il “riformismo forte” di Occhetto annovera sono i “soggetti che nell'Ottocento non c'erano” ovvero una costellazione di movimenti antagonisti: “la rivoluzione femminile, il rapporto tra quantità e qualità dello sviluppo, e quello tra Nord e Sud del mondo, la questione ambientale e quella degli armamenti”22.
Gli osservatori sono pressoché unanimi nel definire il “nuovo Pci” di Occhetto come espressione di “movimentismo” (da Enzo Bettiza su “La Stampa” a Giuliano Zincone sul “Corriere della Sera”) 23. Napoleone Colajanni lasciando il Partito accusa Occhetto di “radicalcomunismo” e “partito radicale di massa” è la definizione convergente - in senso positivo - di Paolo Flores d'Arcais e - in senso negativo - di don Gianni Baget Bozzo.
In questa “reidentificazione del Pci” è però essenziale per Occhetto “coprirsi a sinistra”, evitare l'accusa o soltanto il sospetto della “socialdemocratizzazione” o di “abbassare la guardia” nei confronti del Psi. Una preoccupazione che sarà nel segretario del Pci e poi Pci-Pds costante e prevalente anche dopo il cambio del nome. Ciò lo spinge da un lato all'ansia di non perdere il consenso di Ingrao e dall'altro di scavare come un fossato di salvaguardia sulla destra cercando di ridimensionare al massimo la presenza degli ex amendoliani (Napolitano e Chiaromonte) e della “destra togliattiana” (Bufalini e Macaluso).
Di fronte alle sollecitazioni a cambiare nome al Pci reagisce quindi così: “Il nome che portiamo non evoca soltanto una storia, ma richiama un futuro nel quale il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti. Questa espressione, che è il più nobile e alto riconoscimento della libertà umana, è stata scritta da un grande uomo, cui si è ispirata la II Internazionale, è stata scritta dall'autore del ‘Manifesto dei comunisti'. E allora diciamo che non si comprende perché dovremmo cambiare nome. Il nostro – proferì Occhetto sollecitando un uragano di applausi – è stato ed è un nome glorioso che va rispettato”.
E' così che a conclusione del congresso, nel momento della elezione degli organismi dirigenti, si attua quel che Macaluso ricorda come un autentico “massacro” nei confronti di quanti maggiormente e più coerentemente spingevano verso l'integrazione nel socialismo europeo: “Un marcato recupero dell'ingraismo inspirerà nel 1989 il diciottesimo congresso, quello del ‘nuovo Pci'. Un congresso in cui per massacrare noi riformisti la maggioranza si organizza come una frazione”24.
“Si era, insomma, - ricorderà Giorgio Napolitano – voluto dare un colpo a quella che si considerava “la destra” del partito, anche se non si aveva il coraggio di definirla tale e di combatterla attraverso un dibattito aperto”25.
E' quindi con questa discriminante interna al Partito nei confronti di Napolitano e della “destra socialdemocratica”26 che nell'89, prima della caduta del Muro, Achille Occhetto agitava il tema di una sorta di rifondazione o generale riposizionamento ideale e strategico del Pci come “nuovo Pci”. Nel giugno 1989, protestando contro la repressione di Tien An Men ordinata dal Partito comunista cinese, il leader del Pci aveva dichiarato: “Non possiamo più chiamarci allo stesso modo”27. A fine luglio 1989 Michele Salvati e Salvatore Veca sul settimanale del Partito, “Rinascita”, avevano sostenuto la necessità di abbandonare la denominazione “comunista” ed avevano proposto come nuovo nome “Partito democratico della Sinistra”28. Il commento editoriale è affidato ad uno dei più stretti collaboratori di Occhetto nella segreteria nazionale, Fabio Mussi, che dava però una risposta ancora negativa.
In quell'estate 1989 il dibattito su nuova identità e critica della tradizione comunista si anima quindi tra gli intellettuali e nel gruppo dirigente del Pci.
Biagio De Giovanni sull'”Unità” del 25 agosto scrive un articolo intitolato “C'era una volta Togliatti e il comunismo reale”, ma è dall'ala “migliorista”, messa in minoranza da Occhetto al XVIII congresso, che viene la più decisa pressione ad una “svolta”: Gianni Cervetti scrive ad Achille Occhetto sollecitando il mutamento del nome e Giorgio Napolitano ai primi di settembre ricorda sull'”Espresso” che “il nome nasce da una delle ventun condizioni per l'ammissione all'Internazionale comunista dell'agosto 1920”. L'ex inquisitore berlingueriano, Adalberto Minucci29, gli replica sul settimanale di Scalfari che “per cambiare il nome occorreva un congresso straordinario”30.
Ma di fronte alla caduta del Muro di Berlino Achille Occhetto supera ogni dubbio e già in aereo mentre torna a Roma da Bruxelles, il segretario del Pci confida ai suoi collaboratori: “Per quanto riguarda il nuovo nome, i due concetti di riferimento dovrebbero essere comunità e libertà. Peccato che comunione e liberazione esista già!31”.
E' così che si arriva all'annuncio della possibilità di abbandonare il nome “comunista” fatto tre giorni dopo la caduta del Muro, la domenica mattina del 12 novembre, all'assemblea di ex partigiani comunisti in un quartiere di Bologna. In verità nel suo discorso il segretario del Pci si era limitato a prefigurare “grandi trasformazioni” e ad esaltare “l'incitamento a non continuare su vecchie strade ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso”. Fu il cronista dell'Ansa che al termine della manifestazione lo avvicinò e gli chiese se le “grandi trasformazioni” di cui aveva parlato avrebbero riguardato anche il nome. E Occhetto aveva risposto: “Lasciano presagire tutto”32. L'”Unità” di lunedì mattina 13 novembre – direttore Massimo D'Alema - non valorizzò l'annuncio e riportò la frase solo nell'”occhiello” sopra il titolo: “Dobbiamo inventare strade nuove”.
E' nel corso della riunione della segreteria, che come ogni lunedì si riunisce alle Botteghe Oscure, che Achille Occhetto avvia il processo decisionale33. Sul modello di Togliatti e Berlinguer, Achille Occhetto mette il gruppo dirigente del Partito di fronte al fatto compiuto e procede dal vertice più ristretto a via via quelli più ampi – dalla Direzione al Comitato Centrale fino al Congresso nazionale - per far approvare la propria iniziativa.
Achille Occhetto torna quindi il martedì 14 novembre in Direzione non più sulla difensiva, ma la direzione di marcia che il segretario prospetta non è verso una ricomposizione unitaria della sinistra italiana. “Craxi – è da tempo la convinzione di Occhetto – non apre strade nuove … Proudhon contro Lenin, Garibaldi contro Pisacane, liberali contro giacobini”34.
Come sottolinea l'allora “vice” di Occhetto, Claudio Petruccioli, “incombeva però lo spauracchio di Craxi, di fronte al quale ogni difficoltà passava in secondo piano”35. E cioè la direzione di marcia non può essere quella verso destra, verso la “socialdemocratizzazione”. La stessa adesione all'Internazionale socialista appare dettata dall'intento di poter in tal modo svolgere con maggior forza – ovvero accreditamento internazionale – una politica di contrapposizione ai socialisti italiani. “Io ricordo bene – precisa Emanuele Macaluso – le riunioni della Direzione in quel periodo (prima della caduta del Muro, ndr). La questione dell'ingresso nell'Internazionale la avevamo posta via via in modo sempre più esplicito noi riformisti. Prima ci si rispose di no, poi con mugugni, infine con un ‘sì, benissimo, ma …'. Ma – spiega Macaluso – senza dimenticare che l'internazionale socialista era vecchia, arrugginita, senz'anima. E che sarebbe toccato a noi, al Pci-Pds, portarle sangue fresco, rivitalizzarla, cambiarla”. Era – afferma Macaluso – “una logica spocchiosa”36.
E Giorgio Napolitano preciserà nella sua autobiografia che “è un dato di fatto che non si era ancora mai affrontato negli organismi dirigenti del Pci il tema di un'eventuale domanda di ammissione all'internazionale socialista e di ciò che essa avrebbe potuto comportare. Ci eravamo prefissi di intensificare le relazioni con l'internazionale socialista, ma non di più. Magari si pensava che si potesse entrare a far parte dell'Internazionale senza metterci in discussione come Pci”37.
Di fronte alla caduta del Muro e per sostenere il cambio del nome Achille Occhetto quindi si richiama a due precedenti in cui l'innovazione fu accompagnata dalla condanna della esperienza dei partiti socialisti europei. Il primo è il dibattito che vi fu nel 1964 sulla proposta di Giorgio Amendola di dar vita ad un partito unico della sinistra che in concreto significava appunto cambiare nome al partito dopo la morte di Togliatti e la traumatica destituzione di Krusciov (che aveva determinato in Urss un raffreddamento della destalinizzazione). In quell'occasione ad Amendola che aveva sostenuto un parallelo fallimento dei partiti comunisti e socialdemocratici in Europa occidentale, Achille Occhetto, all'epoca segretario ingraiano della Federazione giovanile comunista, aveva replicato sostenendo che il parallelo fallimento riguardava la socialdemocrazia e lo stalinismo.
Il secondo precedente è quello della dichiarazione sull'”esaurimento della spinta propulsiva dell'Urss” che nel 1981 Enrico Berlinguer accompagnò con un rilancio del terzomondismo (recandosi in America latina per incontrare Fidel Castro e i leader sandinisti del Nicaragua) e della condanna della socialdemocrazia “anche seria” (cioè tedesca e svedese) perché nella sua storia si era occupata solo dei lavoratori sindacalmente organizzati e “poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari e delle donne”. “Noi – affermò Berlinguer – abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici in generale, ma anche quelli degli strati emarginati della società”38.

Achille Occhetto torna quindi la mattina del 14 novembre in Direzione non sulla difensiva. “Occorre tenere i nervi a posto” esordisce e quindi svolge una relazione meditata che sembra anticipare la prevalente storiografia italiana sul comunismo secondo cui “i comunisti hanno seguito i percorsi più diversi nella storia del XIX secolo. Quando hanno avuto il potere hanno contribuito a lotte di emancipazione sociale e di liberazione. Quando lo hanno avuto hanno instaurato regimi oppressivi e liberticidi”39.
Relazione e dibattito, in quella seduta della Direzione del Pci all'indomani della caduta del Muro di Berlino, ruotano appunto intorno a questa tesi: nessuna corresponsabilità dei comunisti italiani che si sentono, anzi, “parte lesa” di fronte ai regimi comunisti e rivendicano di essere stati promotori del loro rovesciamento.
“Ciò che è accaduto a Berlino - afferma Occhetto - ha messo in luce ciò che sapevamo”. Ed aggiunge: “La differenza e l'originalità del nostro tragitto ideale e politico è davanti a tutti”. “La crisi dei Paesi dell'Est – precisa – è per noi un fatto scontato”. “Al congresso avevamo visto ciò. … Non abbiamo nulla a che vedere con il crollo di quel passato”. Il Pci non è quindi coinvolto ed ha, anzi, agito per provocare la crisi del comunismo: “Noi abbiamo operato freddamente affinché ciò che sta accadendo si realizzasse”, “Se si fossero accolte le nostre sollecitazioni, tutto ciò, si sarebbe potuto fare prima e meglio”40.
La relazione del segretario del Pci imposta una lettura critica “da sinistra” della storia comunista e della crisi in corso. “Salvando” Lenin, Achille Occhetto accusa: “Lo stalinismo e la sua variante brezneviana ha trasformato la grande vittoria politica e morale della resistenza in una politica di potenza che, alla luce dei fatti, si è ridotta ad una dissipazione di quel patrimonio ideale”. “Politica di potenza” e quindi “collettivismo burocratico di Stato”: la crisi è configurata come conseguenza di una sorta di tradimento di un'idea originaria, giusta, di comunismo a cui il Pci è sempre invece rimasto fedele. “Il Muro di Berlino – dichiara Occhetto – è stato una vergogna per la storia e la civiltà che noi vogliamo continuare a rappresentare”.
La storia del Pci è una storia “a parte” che così Occhetto riepiloga: con Palmiro Togliatti “siamo stati la parte più dinamica e intelligente del movimento comunista”, con Enrico Berlinguer “siamo divenuti un partito che con lo ‘strappo' si poneva in una collocazione autonoma e di stimolo … ivi compresa l'influenza sulla stessa ‘perestroika'” ed infine con la sua segreteria “siamo oggi partito della Sinistra europea”. “Questa caratterizzazione – sottolinea – è chiamata adesso a svolgere tutte le potenzialità”.
Una storia da continuare è quindi la motivazione di fondo che anima la svolta che Occhetto in quanto “anche il meglio della nostra tradizione è stato vissuto entro la logica dei blocchi”. Ma – aggiunge Occhetto – “ciò vale anche per gli altri”. In sostanza per Occhetto va tenuto fermo come punto centrale che la caduta del comunismo significa “il superamento del bipolarismo” e ciò va interpretato non certo come spostamento politico a destra. La tensione con il Partito socialista è il principale fronte aperto.
Nella relazione l'”accelerazione dei rapporti con l'Internazionale socialista” si sfuma nel quadro di “una gigantesca ricollocazione delle forze in campo” che porta il Pci “nella direzione di una nostra originale volontà di aggregare una sinistra nuova, capace di parlare alle forze di progresso, all'ovest e all'est”.
La via del nuovo partito è nel rifiuto sia del rimanere comunisti sia del diventare socialdemocratici. “La discussione vera non può essere quella tra due formule contrapposte: l'unità socialista (proposta dal Psi, ndr) e il neocomunismo”, che per Occhetto sono “due posizioni entrambe settarie”. Cambiando nome secondo Occhetto si azzera il cosiddetto “fattore K”. “Nessuno d'ora in avanti può definirsi solo in quanto anticomunista” e si può quindi “togliere ogni alibi”, “rendere possibile l'alternativa”, “sbloccare la situazione italiana”. La caduta del Muro di Berlino è intesa come la caduta dell'anticomunismo in Italia.
La prospettiva non è quindi una mera adesione all'internazionale socialista, ma una di evoluzione e rigenerazione grazie all'ingresso dei comunisti italiani di quell'organismo secondo “il progetto congressuale di una democratizzazione globale” e quindi, oltre l'Internazionale socialista, Occhetto esalta “il Progetto dell'eurosinistra” e “di una nostra autonoma funzione in questo quadro”.
La direzione di marcia in Italia non è pertanto quella della ricomposizione della sinistra italiana, con il Psi (“E' da comunque da respingere ogni visione subalterna che si acconciasse alla richiesta di altri di accedere ad una non meglio definita unità”), ma la ricomposizione di tutto ciò che è a sinistra del Psi come gli sarà contestato dai “miglioristi” nel corso del dibattito.
Achille Occhetto sembra cioè esortare a vivere la caduta del Muro di Berlino come se fosse una sorta di nuovo Sessantotto: rinnovare il Partito proponendolo come rappresentanza per nuovi movimenti e nuovi soggetti di una nuova sinistra.
Il Partito deve – precisa Occhetto – “raccogliere energie nuove”, “rimettere in moto tutte le forze disperse di una sinistra diffusa, di una sinistra sommersa e scoraggiata”. Con il mutamento del nome, i comunisti, “fondando il ‘riformismo forte'”, secondo Occhetto, possono in modo più libero e convincente far sì che “questi altri ‘soggetti' … possono riconoscere la loro funzione in qualcosa di nuovo a cui essi partecipano”. Il cambio del nome, prosegue il segretario del Pci, significa quindi dar vita ad “una formazione politica capace di aggregare forze nuove: si può così aprire la strada ad una vera e propria costituente, a un processo alla cui fine vi sia una cosa nuova e un nome nuovo”.
La conclusione sembra una citazione del “Gattopardo”: “Occorre oggi avere … coraggio di innovazione, anche al fine di conservare l'essenziale, altrimenti il rischio è che tutto vada superato”.
Achille Occhetto rivolge quindi un appello al voto positivo alla sua proposta di cambiare il nome proprio per salvaguardare “ciò che è stato essenziale e ha reso grande il Pci”, “ciò che c'è di meglio della nostra storia”. “Non a caso – sottolinea – ho voluto scegliere una assemblea di veterani per porre il problema”.
Conclusa la relazione – sono le 13.30 – Achille Occhetto sospende la seduta e, senza preoccuparsi del dibattito sulle sue proposte, scende nella sala stampa ed annuncia la “Costituente per la rifondazione del partito”41. Massimo D'Alema, che dirige “L'Unità”, nel pubblicare la dichiarazione di Occhetto la farà seguire da un commento “più prudente sulla discontinuità”42.
Infatti nel dibattito non c'è solo la linea di demarcazione tra chi appoggia la svolta e chi si oppone in quanto chi contesta Occhetto in seno all'organismo di 54 membri, sono voci isolate: Luciana Castellina dell'ex “Manifesto” (che definisce la proposta di Occhetto “una risposta pigra, nominalistica, preoccupata più dell'involucro che della sostanza” che rischia di determinare “una perdita di identità”), Gianluigi Cazzaniga che era stato segretario della federazione giovanile del Psiup e soprattutto Lucio Magri che era stato il primo (ed unico nella prima giornata di dibattito) a pronunciare un “no secco”43. Per l'ex radiato del “Manifesto” che era rientrato nel Pci, dopo lo scioglimento del Pdup, nel 1984 “il cambiamento del nome del partito è anzitutto un fatto simbolico” e rischia di essere interpretato come segnale “che si esaurisce, o almeno si attenua di molto, la nostra ambizione di costituire una forza antagonista”. La replica di Occhetto a queste parole di Magri sarà risentita: “Quel che è inaccettabile è l'accusa infamante di cedimento. Non l'accetto perché ho servito sempre questo partito con passione, non ho mai sentito il bisogno di abbandonarlo”. Anche Giuseppe Chiarante, pur senza opporsi, esprime riserve: “Si rischia di dare un'immagine liquidatoria della storia del Pci”.
I dirigenti cresciuti da Togliatti, Longo e Berlinguer seguono in blocco il segretario, ma gli accenti sono diversi.
Emanuele Macaluso intervenendo subito dopo la relazione avverte “il rischio, in definitiva, di legare la nostra vicenda a quella dell'Est”. Egli preferirebbe una maggiore decisione nell'avere come obiettivo “lo sbocco nell'alveo del socialismo europeo”. “Superiamo – esorta - le ambiguità della parola ‘siamo nella sinistra europea', siamo nel socialismo europeo, verso la sua area….Non rientro, - tiene a precisare - ma entrata con la storia che ci appartiene”. Il cambio del nome deve rappresentare per Macaluso una reale soluzione di continuità con le posizioni “antagoniste” coltivate in campo comunista: “Il Paese ha bisogno di una sinistra di governo e non di una sinistra di opposizione”. Ma anch'egli si preoccupa di ribadire la continuità con la sostanza dell'esperienza storica che si ha alle spalle (”Il partito non si scioglie, il nucleo essenziale della sua politica resta l'asse di ogni futuro”) e di evitare cedimenti verso il PSI in quanto Craxi punta a “guadagnare una egemonia sulla sinistra con un collasso del Pci. E' un progetto suicida per la sinistra. Dobbiamo contrastarlo”.
Ma il predecessore di Occhetto, Alessandro Natta, e lo stesso Aldo Tortorella (che era stato tra i principali sponsor della ascesa di Occhetto), appaiono esitanti. Tortorella rivendica l'orgoglio di Partito: “Deve essere chiaro che noi siamo l'opposto dei partiti dell'est: noi che siamo stati non gli oppressori, ma i discriminati”.
Ed anche nell'ambito degli ex “ragazzi di Berlinguer”, che costituiscono il gruppo più fedele ad Occhetto, si intravedono le differenziazioni che segneranno la vita del postcomunismo dallo scontro per la successione ad Occhetto fino ad oggi. Walter Veltroni, più in sintonia con il segretario, guarda ai movimenti della cosiddetta “società civile” e auspica “una maggiore capacità di aggregazione di quella sinistra diffusa e sommersa di varia ispirazione che non riesce ad esprimersi sul piano politico”.
Massimo D'Alema, più preoccupato della tenuta di ciò che è già organizzato, si erge invece a custode e garante della tradizione (“Non abbiamo un passato da cancellare o di cui vergognarci”) e più aperto verso quanti svolgono ruolo frenante nei confronti di Occhetto. Il nuovo nome, precisa, significa che non si dà vita ad un “partito neo-comunista”, “ma – aggiunge al fine di riassorbire le preoccupazioni di sinistra - una speranza di questo tipo deve poter vivere nella nostra formazione”. L'intervento di D'Alema è quindi volto a difendere la esperienza del PCI nel suo complesso e a ribadire la condanna del socialismo autonomista come “tradimento”. “L'originalità e il valore del Pci sono stati – afferma - nella sua capacità di rappresentare un punto di confluenza tra la tradizione democratica europea e l'esperienza che si era aperta con la rivoluzione d'ottobre”. “La discriminante tra noi e il Psi – precisa – non passa tra democrazia e totalitarismo”. Senza svolgere considerazioni autocritiche D'Alema propone una linea di attacco al PSI dato che è per lui evidente “la rinuncia del partito socialista ad una battaglia che si ispiri ai valori e alle idealità del socialismo. … Il Psi non conduce una battaglia socialista”. E quindi di fronte alla caduta del Muro di Berlino il comunismo italiano trova più conferme che smentite alla sua storia: “Questa crisi può anche liberare nuove forze… Rilanciare su basi nuove la funzione internazionale del Pci”.
E' significativo che al termine della riunione Massimo D'Alema tiene a sottolineare il proprio distinguo da Occhetto. Rivolgendosi al capo ufficio stampa di Occhetto, Massimo De Angelis, dirà: “Guarda che sto con voi solo perché dall'altra parte (tra gli oppositori al cambio del nome, ndr) sento puzza di morto”44.
Sulla stessa lunghezza d'onde di D'Alema è Piero Fassino. Il cambio del nome, per il responsabile dell'organizzazione del PCI, “non è né una rottura, né una svendita, ma lo sbocco naturale, il coronamento di un lungo itinerario che il Pci non percorre da oggi”, ma “da almeno vent'anni”. La storia comunista “è un patrimonio che ora … il Pci mette a disposizione di un processo politico più ampio”.
Nella maggioranza degli intervenuti emerge comunque l'insistenza sulla continuità in nome della autonomia e della diversità del Pci da un lato verso i partiti comunisti al potere e dall'altro verso i partiti italiani che hanno governato l'Italia.
“Noi – dichiara Nilde Iotti - che abbiamo una così gloriosa storia alle spalle, non possiamo essere costretti alla difensiva”. La vedova di Togliatti esprime così un autorevole ‘salvacondotto' al segretario del Partito sollecitando ad “andare senza indugi e speditamente all'esperimento che ci propone Occhetto” proprio, afferma, per “onorare la nostra storia”. Anzi gli sconvolgimenti in corso possono essere l'occasione per “riacquistare nei confronti del Psi quell'autorità che negli ultimi anni abbiamo perduto”.
Giancarlo Pajetta appare invece più prudente ed esprime dissenso “sulle motivazioni della svolta proposta” criticando “chi ha ripetuto il termine di accelerazione e di inevitabile”. Soprattutto non condivide l'idea di dare vita a una “Costituente” che rischia di determinare un dialogo in sostanza solo sulla sinistra, con la cosiddetta “nuova sinistra”: “C'è il rischio – afferma – di sentirci rispondere di sì soltanto da chi rappresenta briciole di movimenti dispersi o ci offre il contributo spesso confuso di idee che non possiamo condividere”.
E' invece Gianfranco Borghini a sollecitare Occhetto affinché la caduta del comunismo ed il cambio del nome non aprano una nuova stagione di offensiva sulla destra, ma, al contrario portino ad “interrompere la spirale polemica con il Psi”.
Alfredo Reichlin, che da posizioni “ingraiane” è diventato un autorevole collaboratore prima di Berlinguer e poi di Occhetto, sottolinea la attualità dell'”insegnamento di Togliatti” e, in polemica con il PSI, sostiene che nella storia della sinistra italiana ”in verità i riformisti siamo stati noi”. Anche Renato Zangheri invita a legare il cambio del nome alla riconferma della continuità con la storia del partito: “Si pensi al Palmiro Togliatti della Costituente e dell'VIII Congresso. Si pensi a Gramsci che è un gigante del pensiero socialista del ‘900. Possiamo dunque parlare a fronte alta anche se vi sono stati errori nostri che sono durati nel tempo….Non siamo a rimorchio degli avvenimenti”. Anche per Zangheri dopo la caduta del Muro i comunisti possono allargare lo spazio di penetrazione denunciando “gli indirizzi neoliberistici su cui il Psi si è adattato”.
Ugualmente per Ugo Pecchioli il cambiamento si iscrive in una linea di sostanziale continuità: (“Esso in fondo realizza idealità che furono pure della Resistenza”) e mette in guardia da “i rischi di una svendita alle richieste di Craxi”. Quando però il più stretto collaboratore di Achille Occhetto, Claudio Petruccioli, per sostenere il cambio del nome afferma “da tempo non siamo comunisti”, in sala scoppia quel che egli ricorderà come “un putiferio”. “In molti mi interruppero, ma Natta sovrastò gli altri. Con il viso alterato, mi urlò: ‘Parla per te!'. La comunità era rotta”45.
E' quindi la destra che reagisce all'arroccamento che può portare a un isolamento.
Paolo Bufalini in contrasto con il rilancio di una politica antisocialista a protezione della transizione che si deve affrontare sostiene invece che “si tratta di lavorare per una ricomposizione unitaria delle forze del socialismo italiano”. “Ci si deve – afferma - proporre nell'immediato un miglioramento di rapporti tra le forze della sinistra ed in particolare tra Pci e Psi….Non giova a tal fine una deformazione polemica della proposta di unità socialista”.
Anche Gerardo Chiaromonte butta acqua sul fuoco nei rapporti tra Pci e Psi dichiarando – in riferimento alle prese di posizione socialiste - “non mi sento turbato se altri ci chiedono di cambiare il nome”. ”Ad ogni modo – insiste - dobbiamo tendere a un miglioramento radicale dei rapporti tra noi e il Psi”. E rivolto al segretario del partito aggiunge: “Critico il metodo che è stato seguito parlandone prima all'esterno.… Ne faccio un problema sostanziale … Nessuno deve avere l'impressione di trovarsi di fronte a un dilemma fra prendere o lasciare, a una decisione (presa dalla Direzione o dalla Segreteria) che non si può modificare e anche respingere”. Anche l'ex numero due di Berlinguer all'epoca della “solidarietà nazionale” tiene a sottolineare la continuità con il passato: “Abbiamo commesso certamente molti errori politici e di giudizio, ma non abbiamo niente di cui vergognarci per il nostro lavoro in Italia”. “Davvero – insorge Chiaromonte – milioni di persone sono state preda per 70 anni di una colossale mistificazione?”. La polemica politica di Chiaromonte è quindi verso Veltroni e lo stesso Occhetto: “Non ci può essere discorso sulla sinistra diffusa o sommersa che possa sostituire quello dei rapporti positivi fra noi e il Psi”.
E' in questo quadro che si colloca l'intervento di Giorgio Napolitano. dedicato soprattutto al “rapporto organico da stabilire con l'Internazionale Socialista”.che viene commentato in queste pagine per “Critica Sociale” da Gianni Cervetti.
In realtà da tempo Giorgio Napolitano aveva prefigurato una svolta in quella direzione. Già nel 1988 egli aveva sostenuto che il Pci era “ben oltre Togliatti e la sua scelta di campo” e si poteva considerare “uscito dai confini della tradizione comunista”46. Ancora ai primi di giugno del 1989, in occasione delle elezioni europee, Napolitano aveva dichiarato che “il cambiamento del nome può essere preso seriamente in considerazione”47.
Napolitano sembra convinto che la forza delle cose, i processi ormai in atto sulla scena mondiale, siano destinati a determinare comunque un'evoluzione positiva della crisi del Pci in quanto è ormai inevitabile la confluenza nel socialismo europeo.
Nel raggiungimento di questo traguardo obbligato anche il percorso è obbligato e cioè il riconoscimento del ruolo di chi nel Pci è più affidabile agli occhi dei partiti dell'Internazionale. Parallelamente, anche i rapporti con il Psi sono destinati a migliorare in quanto Napolitano sa benissimo che Craxi, se si vuole entrare nell'I. S., non può essere ‘scavalcato'. Proprio in quelle ore il presidente dell'Internazionale Socialista, Willy Brandt, da Bruxelles ha dichiarato in modo inequivocabile che “davanti ad una domanda di adesione del Pci all'Internazionale Socialista avrei difficoltà”. E così ha chiarito: “C'è una regola non scritta secondo la quale i partiti membri dell'I. S. dovrebbero dare il loro parere. Di fronte ad un'eventuale domanda del Pci – ha spiegato Brandt – il Psi e il Psdi dovrebbero mettersi d'accordo”48.
Ma la replica conclusiva di Achille Occhetto delinea invece la priorità di guadagnare consensi soprattutto alla propria sinistra: nel partito e fuori dal partito. Nel suo discorso il segretario del Pci continua a ripetere che non si tratta né di rinnegare la propria storia né di andare a destra. La sua proposta, egli sottolinea, rappresenta “una sfida in avanti che non ha nulla di liquidatorio, ma esprime il meglio della nostra tradizione”. “Nulla va disperso. … Siamo – rassicura - con i compagni che mostrano oggi grande affetto per il Pci e per la sua grande storia. E' anche l'affetto mio e di tutti noi”. Il cambio del nome è motivato dal dare vita a “una nuova forza politica che sia il risultato di un processo di aggregazione a sinistra”.
Per riscuotere consenso alla sua proposta Occhetto insiste quindi sul pericolo di destra che altrimenti si favorirebbe come mostrano diverse situazioni nell'Est: “In Ungheria si cerca tra grandissime difficoltà di salvaguardare una prospettiva socialista e democratica” di fronte a “seri pericoli di destra”; in Urss ci sono “fenomeni nazionalistici” e “lotte cruente” che “indicano rischi”.
Sul piano della gestione interna il segretario si mostra disponibile ad accettare la richiesta di maggiore “collegialità” venuta non solo da destra, da Macaluso e Chiaromonte, ma anche da Tortorella arrivando persino a ridimensionare il suo discorso della “Bolognina”. Essendogli stato contestato di aver messo la Direzione di fronte ad un fatto compiuto, Occhetto si difende sostenendo di aver solo detto genericamente che “si poteva discutere di tutto”.
Ma, soprattutto, Occhetto tiene a rassicurare che egli sarà contro chi volesse “spacciare il nostro sforzo come un processo di omologazione verso un'unità socialista indistinta”. Quindi, insiste, “niente di liquidatorio” e ribadisce “tutto l'orgoglio che ci ha portati sin qui” contro “ogni rischio di cedimento subalterno”. “Con i socialisti il rapporto va posto come sfida sul terreno dell'alternativa”. Verso il Psi secondo Occhetto “vi sono differenze programmatiche rimarchevoli che – assicura il resoconto dell'Unità - non c'entrano nulla con la situazione dell'Est”49. “Non c'è bisogno di omologazione, - conclude Occhetto - ma di un conflitto”. Dalla caduta del Muro di Berlino, secondo il leader del Pci, viene la conferma del “nucleo delle idee-forza del XVIII congresso”.
L'unico condizionamento che il segretario del Pci nella replica prende in considerazione è solo sulla sua sinistra. Ingrao non è presente e Occhetto prevede e teme il suo dissenso. Cossutta non è più membro della Direzione, ma è già sicuro il suo voto contrario in Comitato Centrale. In seno alla Direzione il suo predecessore ora presidente del partito, Alessandro Natta, capeggia l'ala frenante che non vuole ancora decidere sul cambio del nome.
Dopo due giorni di dibattito attraverso quarantacinque interventi quando la sera del 15 novembre si tratta di concludere è appunto Natta a sostenere di andare al Comitato Centrale convocato per lunedì 20 novembre senza un voto della Direzione che potesse “in qualche modo apparire vincolante”. Occhetto accetta dichiarando che ciò era già “implicito” nel suo discorso conclusivo. La riunione si chiude così senza un voto.
Rimangono a verbale “il dissenso completo” di Magri e Castellina, le “critiche” di Pajetta e le “riserve” di Chiarante.
“Scelta giusta. Tuttavia – rifletterà poi Emanuele Macaluso - a quella svolta non fu data una base politica in grado di parlare non solo al partito, ma al paese. … Quale Pds aveva in mente il nuovo gruppo dirigente del partito ce lo dice il fatto che a Leoluca Orlando, come ha dichiarato più volte lo stesso sindaco di Palermo senza essere smentito, era stato offerto l'incarico di segretario con Occhetto presidente. Cosa aveva a che fare Orlando con il riformismo e l'area socialista italiana ed europea non si capisce. O si capisce abbastanza”50. s


NOTE

1 Tra i tanti esempi può essere ricordato l'uso di questa espressione da parte di Enrico Berlinguer nell'incontro Pci-Pcus del 14 novembre 1968 (dopo la “riprovazione” espressa in agosto nei confronti dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia) quando egli ricorda, senza alcuna revisione critica, come nel 1956 per la repressione in Ungheria vi fu “l'appoggio all'azione delle truppe sovietiche da parte di tutto il movimento comunista internazionale” (Verbale dell'incontro in Pietro Folena, “I ragazzi di Berlinguer”, Baldini&Castoldi, Milano 1997, pag. 212).
2 Intervista di A. Zypko del C.C. del Pcus in Chiara Valentini, “Il nome e la cosa”, Feltrinelli, Milano 1990, pag. 50.
3 Cfr. in proposito Massimo De Angelis, “Post. Confessioni di un ex comunista”, Guerini Associati, Milano 2003, pp. 48-52.
4 Eugenio Scalfari (intervista a Achille Occhetto), “Ho fatto quel che dovevo”, “La Repubblica”, 17 dicembre 1989.
5 Achille Occhetto, “Un indimenticabile '89 (a cura di Massimo De Angelis)”, Feltrinelli, Milano 1990, pag. XIII.
6 Ibidem, pag. XIV.
7 Achille Occhetto, “Il sentimento e la ragione. Intervista con Teresa Bartoli”, Rizzoli, Milano 1994, pag. 86.
8 Cfr. Giorgio Dimitrov, “Dal fronte antifascista alla democrazia popolare”, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 88-90.
9 Achille Occhetto, op. cit., pag. 89.
10 Achille Occhetto, op. cit., pag. 87.
11 Titolo del libro di ricordi di Pietro Folena - che nel 1989 era segretario nazionale della Federazione giovanile comunista (FGCI) - edito da Baldini&Castoldi nel 1997.
12 Già nella Direzione del 17 dicembre 1980, Giorgio Napolitano, all'epoca responsabile organizzazione, aveva affermato: “Il centralismo democratico è stato nella storia ‘elastico' (come dice Gramsci). Anche in Lenin, si è dimostrato, che vi sono più visioni del Partito, più ‘concezioni' del Partito a seconda delle situazioni storiche” (Atti Direzione PCI, Fondazione Istituto Gramsci, APC 8107).
13 Umberto Curi, “Lo scudo di Achille. Il Pci nella grande crisi”, Franco Angeli, Milano 1990, pag. 29.
14 Carlo Baccetti, “Il Pds”, Il Mulino, Bologna 1997, pag. 50.
15 Tutte le citazioni del dibattito sono tratte dal verbale custodito presso la Fondazione Istituto Gramsci, APC 8912, Direzione 8 novembre 1989.
16 Giorgio Napolitano: “E' prevalsa [nel Psi], per scelta di Craxi, una risposta negativa a qualsiasi proposta di dialogo e di alternativa. E' rispuntata l'illusione dello sfondamento verso di noi alle amministrative del 1990 e in altre occasioni, con provocazioni indegne e grottesche”. APC 8912, Direzione 8 novembre 1989.
17 Achille Occhetto, “Il sentimento e la ragione (Un'intervista di Teresa Bartoli)”, Rizzoli, Milano 1994, pp. 63-64.
18 Claudio Petruccioli, “rendiconto”, Il Saggiatore, Milano 2001, pag. 26.
19 Emanuele Macaluso, “Bolognina: una svolta senza progetto”, “Le nuove Ragioni del socialismo”, dicembre 2009, pag. 15
20 Paolo Franchi, op. cit., pag. 140.
21 De Angelis, op. cit., pag. 61.
22 Achille Occhetto, “Un indimenticabile '89”, pag. XIII.
23 Per questi commenti v. Nello Ajello, “Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991”, Laterza, Bari 1997, pp. 373-375.
24 Emanuele Macaluso, op. cit., pag. 138.
25 Giorgio Napolitano, “Dal Pci al socialismo europeo. Un'autobiografia politica”, Laterza, Bari 2005, pag. 238.
26 Definizione solitamente già in uso durante la segreteria Berlinguer per definire polemicamente Napolitano e Chiaromonte, mentre Bufalini e Macaluso erano definiti “destra storica” (v. Luciano Barca, “Cronache dall'interno del vertice del Pci”, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, in particolare il vol II, “Con Berlinguer”, ad es. pag. 715).
27 Claudio Petruccioli, op. cit., pag. 21.
28 Michele Salvati, Salvatore Veca, “E se non ora quando? Cambiare nome”, Rinascita, 29 luglio 1989, n. 25, pp. 35-38.
29 A Minucci nel settembre 1981 Enrico Berlinguer aveva affidato la relazione-requisitoria contro Giorgio Napolitano nella Direzione del Pci per il “processo” che si sarebbe concluso con l'allontanamento di Napolitano dalla segreteria nazionale ‘degradandolo' a presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera.
30 Iginio Ariemma, “La casa brucia. I Democratici di Sinistra dal PCI ai giorni nostri”, Marsilio, Venezia 2000, pag. 43.
31 Massimo De Angelis, “Post. Confessioni di un ex comunista”, Guerini e Associati, Milano 2003, pag. 31.
32 Achille Occhetto, “Secondo me”, Piemme, Casale Monferrato 2000, pag. 304. La frase di Occhetto nell'articolo viene sintetizzata in un “Tutto è possibile” nella titolazione. Walter Dondi “Occhetto ai veterni della Resistenza”, L'Unità 13 novembre 1989.
33 Nella segreteria eletta al XVIII congresso Achille Occhetto oltre a riconfermare lo “staff” di cui si era circondato dopo l'elezione a segretario nel 1988 (Claudio Petruccioli, Piero Fassino, Fabio Mussi e Livia turco) aveva aggiunto Antonio Bassolino come “garante” della sinistra ingraiana controbilanciato dall'ingresso di altri due, suoi ‘fedelissimi': Walter Veltroni ed il segretario amministrativo Marcello Stefanini.
34 Ferdinando Adornato (intervista a Achille Occhetto), “Siamo figli dell''89”, “L'espresso”, 23 gennaio 1989.
35 Claudio Petruccioli, op. cit., pag. 22.
36 Paolo Franchi, Emanuele Macaluso, “Da cosa non nasce cosa”, Rizzoli, Milano 1997, pag. 140.
37 Giorgio Napolitano, op. cit., pag. 246.
38 Sugli incontri di Enrico Berlinguer con i dittatori castristi e sandinisti in America Latina e la conferenza-stampa contro le socialdemocrazie europee v. anche Ugo Finetti, “Storia di Craxi”, Boroli, Milano 2009, pag. 135. L'ultima giornata di Berlinguer a Managua, capitale del Nicaragua, coincise con l'arresto di dirigenti della Confindustria locale e del partito comunista deciso nella notte dal regime sandinista. Berlinguer, alla notizia degli arresti, reagì dichiarando ai giornalisti che “i comunisti italiani risolverebbero le divergenze con metodi politici” (v. l.f., “Incontro di Berlinguer con I leaders della guerriglia in Salvador”, La Stampa, 24 ottobre 1981). Il giorno prima Berlinguer era stato a pranzo con il ministro dell'Interno Borge e al “coordinatore” della giunta sandinista, Daniel Ortega, il segretario del Pci aveva espresso “l'amicizia e la solidarietà concreta con la vostra rivoluzione” e le “affinità che sentiamo nei confronti della vostra esperienza” (Ugo Baduel, “I colloqui di Berlinguer in Nicaragua”, L'Unità 22 ottobre 1981).
39 Sivio Pons, Robert Service (a cura di), “Dizionario del comunismo, Einaudi, Torino 2006, pag. XVII.
40 Tutte le citazioni del dibattito sono tratte dal verbale custodito presso la Fondazione Istituto Gramsci, APC 8912, Direzione 14 novembre 1989.
41 “Un nuovo partito per la sinistra”, “L'Unità”, 15 novembre 1989.
42 Luciano Barca, op. cit., Vol. III. “La crisi del Pci e l'effetto domino”, pag. 1072.
43 Lucio Magri, “Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci”, Il Saggiatore, Milano 2009, pag. 394.
44 Massimo De Angelis, op. cit., pag. 51.
45 Claudio Petruccioli, op. cit., pag. 27.
46 Giorgio Napolitano, “Parole e silenzi di Togliatti”, L'Unità, 21 febbraio 1988.
47 Nello Ajello, “Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991”, Laterza, Bari 1997, pag. 385.
48 “Brandt: Devono accordarsi Psi e Psdi”, L'Unità 16 novembre 1989.
49 Giorgio Frasca Polara, “il nostro patrimonio va arricchito, non disperso”, L'Unità 16 novembre 1989.
50 Paolo Franchi, Emanuele Macaluso, “Da cosa non nasce cosa”, Rizzoli, Milano 1997, pp. 25-26.