Critica Sociale - Portale della Rivista storica del socialismo fondata da Filippo Turati nel 1891
Critica Sociale ha ottenuto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica

De Luca all'assalto del Palazzo: una "disperata vitalità"

Pubblicato: 22-02-2024
De Luca all'assalto del Palazzo: una

Non è facile districarsi nella giungla di finanziamenti europei che arrivano alle Regioni italiane, per l’80% alle Regioni del Sud. Sono fondi che si muovono per programmi settennali, 2014//2021 o, gli ultimi, relativi al periodo 2021/2027. Gran parte di essi, Sviluppo e coesione o POC, fondi complementari, sono nati per colmare il divario tra nord e sud per quanto riguarda le infrastrutture, strade, trasporti, innovazione energetica, investimenti ambientali; rafforzano la coesione tra aree più o meno sviluppate sul piano economico e sociale. Altro ramo cruciale è lo sviluppo sostenibile e le responsabilità concorrenti tra Commissione europea, Stati membri, autorità nazionali e regionali. In più di dieci anni di programmazione tutto è -più o meno - filato liscio nei rapporti tra Stato e Regioni nell’erogazione dei finanziamenti; essi arrivavano e venivano erogati per la maggior parte al sud e per la maggior parte serviti a poco; spesso distribuiti a pioggia tra i sindaci che li hanno spesi quando è andata bene per le infrastrutture, non sono riusciti a spenderli tutti e non sempre quanto speso è andato a colmare il famoso gap. Con il nuovo governo italiano marcatamente di destra, i ritardi accumulati e la rimodulazione del PNNR, anche la programmazione dei fondi strutturali si è rallentata, ma il ritardo è anche dovuto ad una maggiore esigenza di controllo e di accentrare a sé le risorse da parte del governo; il quale tende a privilegiare le Regioni più amiche e a rallentare i flussi a regioni storicamente in opposizione; molti degli accordi infatti firmati in questi mesi dal ministro Fitto riguardano regioni governate dalla destra, dal Piemonte, alle Marche, alla Calabria, mentre stentano ad arrivare fondi per le alluvioni dell’Emilia Romagna e in altre meridionali, come è il caso della Campania. Ed è in questo sistema che si insinua l’azione bellicista del governatore della Campania Vincenzo De Luca che coglie al volo due occasioni: la vituperata autonomia differenziata e la questione dei fondi bloccati per la cultura, argomento sempre particolarmente sensibile. De Luca si insinua nelle contraddizioni del governo Meloni che da una parte vuole un maggiore controllo dello Stato secondo criteri ideologici di appartenenza; e dall’altra vuole sottrarre allo Stato altre competenze e i proventi fiscali dei territori. Ma secondo molti dati, è vero che la Campania è indietro nella spesa dei fondi strutturali. A giugno 2023 era pari a circa 2,8 miliardi di euro su 4,1 miliardi, e anche dal Fondo sociale europeo vanno ancora spesi 213 milioni, con il rischio di perdere le risorse; ed è questo forse che teme di più De Luca che dimentica di dire che la Campania ha la maggiore dote di circa 6 miliardi tra le regioni meridionali. A questo il presidente della Regione ribatte che è stato speso l’81% per il PIR FESR 2014/2020 ma è difficile che si sia arrivati a questa percentuale in soli otto mesi. In ogni caso, è nell’incoerenza del governo Meloni – che risponde a logiche di equilibri interni – e nella debolezza dell’opposizione, che il presidente della Regione Campania entra in scena con il consueto clamore, usando una delle tecniche a lui più congeniali, fare “ammuina” anche più del solito, come portare centinaia di sindaci a urlare sotto palazzo Chigi. Perché questa volta la posta in gioco è più alta e maggiore il bisogno di visibilità e di porsi al centro del dibattito politico per difendersi nella lotta interna al Partito Democratico; candidarsi a paladino del Sud visto il lento quanto inesorabile logorio a cui lo sta sottoponendo Elly Schlein a proposito del terzo mandato, o paladino della vituperata cultura, negletta da quei cattivoni di Fitto e Meloni. Ancora una volta De Luca, da iena navigata, sfrutta le contingenze di fragilità del paese a proprio vantaggio, come già fece ai tempi della pandemia utilizzando la drammatica situazione del covid per rilanciarsi politicamente a colpi di lanciafiamme, lockdown e tir con ospedali mobili costati milionate di euro. Oggi è il tempo di utilizzare altri mezzi: i sindaci deportati alla marcia su Roma e gli operatori della cultura chiamati a raccolta e che rischiano di trovarsi in mezzo alla strada senza i fondi europei. Secondo gli uffici della Regione, sarebbero fermi 350 milioni per la cultura nel periodo 2024/2027 con 28 istituzioni culturali interessate: dal teatro San Carlo al Mercadante passando le fondazioni di museo Madre e Film commission, il Campania Teatro Festival e il Giffoni; ma è anche congelata la “vasca” di Salerno per le riprese acquatiche dei film. Ovviamente i rappresentanti di questi organismi, che dalla Regione dipendono, non possono che avallare la catastrofe imminente ma intanto parliamo di pochi spiccioli di fronte al grosso dei fondi FSC e Poc e quindi certamente queste manifestazioni si faranno e continueranno la loro attività. Addirittura si è avviata una petizione su change.org dal titolo “La cultura è l’anima di una comunità, la nostra dignità non è in vendita”. Noi che scriviamo dal sud e conosciamo bene le politiche locali, sappiamo quanto stia a cuore la cultura ad un presidente che solo qualche mese fa ha tagliato fondi al San Carlo, al Mercadante, al grido di: "Ci sono dei cafoni che vogliono ricattare le istituzioni” ai danni del direttore del Mercadante che aveva osato lamentarsi per il ritardo dei fondi per la rassegna teatrale estiva di Pompei; o le battute sul “pulcinellismo” contro il sovrintendente del San Carlo Lissner, perseguitato per mesi per troppa indipendenza da Santa Lucia. La cultura non c’entra niente, quello che emerge è la strumentalizzazione dei momenti difficili del paese – la pandemia, un governo di destra poco incline al welfare, la cultura- per proteggere con tutti i mezzi il proprio potere. De Luca fa politica in Campania da più di trenta anni tra sindacature varie a Salerno, presidenza della Regione a Napoli, tentativi malriusciti di un ruolo nazionale; questa ostinazione non ha fatto molto bene a questi territori checché ne dicano elzeviri nazionali che continuano ad alimentare la parabola del buon amministratore. La cultura non c’entra, c’entra solo la possibilità di non perdere i tanti affari avviati, i nuovi mega ospedali per l’edilizia ospedaliera, le vasche per il cinema, le grandi opere messe in cantiere. Gli va riconosciuta quella che Pasolini chiamava in una sua bella poesia una disperata vitalità, “sono come un gatto bruciato vivo, pestato dal copertone di un autotreno, impiccato da ragazzi a un fico… un gatto che non crepa”.

Luciana Libero

Condividi

Facebook Twitter WhatsApp Telegram E-mail

Ultimi articoli della rubrica...

Archivio...