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Unione mediterranea, occasione mancata

Un compromesso che svuota di senso il progetto iniziale


“Si è dovuto trovare un compromesso con i paesi non rivieraschi di cui comprendo bene le riserve” – ha dichiarato Nicolas Sarkozy, al termine del vertice europeo di Bruxelles che giovedì 13 marzo ha approvato una versione compromissoria del progetto sottoposto ai 27 dalla Francia, per l'istituzione dell'Unione per il Mediterraneo.
“È un compromesso, su questo non c'è dubbio” – ha riconosciuto Sarkozy – “ma è difficile fare l'Europa senza fare dei compromessi” - ha aggiunto il Capo dello Stato francese, nel sottolineare come aver ottenuto il sostegno di tutti e 27 gli stati membri della Ue rappresenti di per sé “una gran bella notizia”.
In concreto, i Capi di Stato e di governo riuniti, sotto presidenza slovena, al Consiglio europeo di Bruxelles, hanno convenuto di non dare seguito all'originaria idea francese – la creazione di un'istituzione autonoma comprensiva esclusivamente dei paesi che si affacciano sulle sponde nord e sud del Mediterraneo - ma di inscrivere l'Unione per il Mediterraneo (UPM) all'interno del Processo di Barcellona, il forum di cooperazione inter-mediterraneo istituito dalla Ue nel 1995 e del quale sono adesso parte tutti e 27 i paesi della UE. È stata una vittoria della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, che alla vigilia del summit europeo aveva chiaramente posto il nodo dell'unità istituzionale europea come condizione all'avallo del progetto mediterraneo che, nell'idea francese, avrebbe invece goduto di autonomia finanziaria e politica da Bruxelles, realizzando, nei fatti, una nuova Europa a “geometria variabile”.
Contrari a tale ipotesi, insieme alla Germania, i paesi del nord Europa – preoccupati dal rischio che l'Unione mediterranea avrebbe comportato il dirottamento verso sud di risorse ed asset altrimenti contendibili dall'area geografica di loro interesse - e la stessa Commissione che nel progetto francese ha rintracciato il rischio di vedere indebolita la centralità dell'esecutivo europeo nella definizione delle policy comuni.
Alla fine, dunque, è passata la linea Merkel che, a poche ore dall'accordo, si era premurata di precisare che “sotto la presidenza francese – che si insedierà il 1 luglio 2008 – il processo di Barcellona sarà portato ad un nuovo livello, ma si tratterà dello stesso strumento”. La novità più significativa convenuta nell'accordo, rispetto all'attuale processo di Barcellona, sarà la presidenza congiunta di un paese del nord ed uno del sud del mediterraneo che, con il supporto di un segretariato europeo, avrà il compito di organizzare ogni due anni un vertice con i 43 paesi coinvolti.

Per la Germania e gli altri paesi del nord, insomma, l'obbiettivo – raggiunto – è stato quello di privilegiare il mantenimento dello status quo, ovvero le istituzioni già attive, sebbene non particolarmente efficienti, piuttosto che concedere una “rottura” politico-istituzionale che, pur aprendo un'indiscutibile opportunità di rilancio dell'iniziativa politica europea, avrebbe determinato la messa in mora dell'attuale sistema di governance stabilmente presidiato dalla Commissione.
“Se le istituzioni in oggetto non entreranno in conflitto con quelle esistenti – ha dichiarato il primo ministro lussemburgese, Jean-Claude Juncker – paladino dell'eurocrazia anti-decisionista e che, non a caso, è dato come principale competitor di Tony Blair alla Presidenza del Consiglio europeo – non vedo perché non si debba dare il benestare al progetto.”
Al Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, che nel negoziato franco-tedesco ha svolto un ruolo assolutamente secondario, non è rimasto che prendere atto dei termini dell'accordo e ribadire il “pieno sostegno” all'iniziativa dell'esecutivo da lui presieduto.
A vertice concluso, si è quindi inscenata la solita farsa dichiaratoria con la ormai consueta sequela di retorica europeista. “Ciò che conta – ha emblematicamente sottolineato il cancelliere austriaco, Alfred Gusenbauer – è che si tratta di un progetto europeo.”
Ora, è evidente che nessun capo di Stato o di Governo dei 27 crede davvero a questa balla dell'unità. Ed infatti le ragioni dell'ostracismo al progetto francese non riposano tanto nella minaccia all'integrità istituzionale della Ue, quanto nelle conseguenze finanziarie che la UPM avrebbe finito per avere, distraendo verso sud risorse attualmente distribuite a pioggia tra tutti i partner europei. Da qui, le riserve dei paesi del nord. Il compromesso raggiunto permetterà infatti ai 27 di continuare ad accedere alle risorse attualmente previste dal processo di Barcellona per la cooperazione regionale. La sola concessione fatta ai paesi mediterranei è quella di poter ricorrere ad eventuali ulteriori risorse provenienti da finanziamenti privati o autonomamente reperiti.
La consueta ipocrisia formale, insomma, con cui conservare un sistema di auto-alimentazione finanziaria, tanto improduttivo quanto strumentale a rinnovare nei 27 la “passione europeista”. Si parla di circa 3 miliardi di euro messi a disposizione della Commissione, tra il 2007 e il 2010, per i paesi del Sud.
Nicolas Sarkozy ha spiegato – invano - che l'Unione mediterranea non intende distrarre risorse da quelle già stanziate da Bruxelles, ma che al contrario sarebbe stato suo obbiettivo ricorrere a finanziamenti esterni, destinati a promuovere progetti specifici, come la bonifica ambientale del Mar Mediterraneo. Ma il sospetto, alimentato dalla Germania e condiviso dalla Gran Bretagna, è che nonstante le intenzioni, l'Unione mediterranea potesse finire per alimentarsi di risorse comunitarie. Da qui l'ostilità preclusiva ala sua approvazione, almeno nei termini originariamente proposti dal Capo dello stato francese.

L'ortodossia tecnocratica europea, insomma, viene ancora una volta evocata a giustificare l'inazione della Ue a farsi attore responsabile del cambiamento. Ricondurre l'Unione per il Mediterraneo nell'alveo di un processo, come quello di Barcellona, che come tutte le altre iniziative europee in corso – si pensi a Lisbona - paga il pegno dell'impossibilità decisionale imposta dai limiti istituzionali dell'attuale architettura europea, significa svuotarlo della portata dirompente che avrebbe potuto assumere se solo si fosse accettato in principio, quello che è un palese dato di fatto: l'Europa non va ad una, ma a più velocità, non ha una ma più direzioni strategiche, e che difendere una unità teorica, quotidianamente smentita da una pluralità di contrapposizioni di interessi, non significa altro che condannare l'Europa ad una paralisi che alla lunga potrebbe finire con il distruggere lo stesso progetto europeo, certo non valorizzarlo, neppure in termini ideali.
In un così imbarazzante scenario, si dà atto alla Polonia di essere un paese fuori dal coro, il solo cui va il merito di esprimere chiaramente le vere ragioni delle posizioni assunte. L'ostilità polacca per l'Unione mediterranea, come ha
papale-papale sottolineato il neo primo ministro, Donald Tusk, ha una causa molto precisa: garantire al progetto ucraino, sul quale la Polonia ha diretto ed immediato interesse, un finanziamento di 500 milioni di euro che rischierebbe di sfumare se le risorse comuni cominciassero ad essere gestite su base macro-regionale. “Noi – ha dichiarato il premier polacco – accettiamo il progetto francese in linea di principio, ma mi auguro che i dirigenti europei concordino nel dare anche all'Ucraina una prospettiva europea.”
La posizione polacca rispecchia quella dei paesi – non solo del Nord – esclusi dal progetto originariamente proposto dalla Francia. La Spagna, ad esempio, ha molto insistito sulla continuità con il processo di Barcellona, sottolineando i rischi della co-presidenza. Attraverso il ministro degli esteri di Zapatero, Alberto Navarro, la Spagna ha posto l'attenzione sulle conseguenze geo-politiche del progetto, sottolineando i problemi che potrebbero derivare dalla co-presidenza al conflitto arabo-israeliano, essendo Israele un partner ufficiale di Barcellona, e “sapendo per esperienza” quanto sia difficile far accettare ai paesi arabi che non hanno relazioni diplomatiche con lo stato ebraico, una eventuale co-presidenza di Israele nell'Unione per il Mediterraneo.
Nonostante il compromesso finale abbia finito con lo svuotarlo del valore politico di cui originariamente Sarkozy aveva voluto caricarlo, all'iniziativa francese si deve comunque riconoscere il merito di aver riportato all'attenzione del policy-making europeo l'opportunità di rilanciare l'impegno verso l'area mediterranea, nei confronti della quale Barcellona si è sino ad ora dimostrato un processo affatto produttivo.
Non si tratta infatti solo di rilanciare un canale di cooperazione economica con il vicino oriente e l'Africa settentrionale, ma di attivare uno strumento efficace di partnership politica che potrebbe rivelarsi cruciale per il futuro assetto delle relazioni globali.
Dei venticinque paesi extra-europei coinvolti nel progetto di Unione per il Mediterraneo, infatti, solo Libano, Siria e Turchia non si sono ancora ufficialmente pronunciati. I primi due, perché troppo presi dalle rispettive crisi interne. La cautela della Turchia, invece, si deve al sospetto che l'Unione possa essere lo strumento per estrometterla dal complicato processo di integrazione nel quale è coinvolta ed al quale, come è noto, la Francia è particolarmente ostile. A poco è valso, in tal senso, il tentativo compiuto nei giorni scorsi dall'ambasciatore francese ad Ankara di fugare le riserve sul progetto UPM, legittimamente avanzate dal governo turco.
Significativa è invece l'accoglienza positiva riservata al progetto francese da Marocco, Algeria, Turchia, Egitto, Libia e Autorità palestinese, nonostante l'esplicito e diretto coinvolgimento di Israele.
È loro bastata la rassicurazione che i fondi ad essi destinati – e già previsti sotto forma di finanziamento perpetuo - dal processo di Barcellona non sarebbero stati mesi in discussione per ottenerne il consenso. Interesse dei paesi rivieraschi è tuttavia anche il coinvolgimento del nord europeo. “Con i 10 milioni di elettori “mediterranei”, la Germania è uno dei paesi più mediterranei d'Europa” – ha osservato il tunisino Chékib Nouira, presidente dell'Istituto arabo dei capi d'impresa. Il principio della parità tra paesi del nord e del sud del mediterraneo, sostenuto dai francesi, viene infatti visto come l'opportunità di associare su un piano egualitario le due sponde del Mediterraneo su progetti di cooperazione ed integrazione comune.
“L'idea di un'unione progettuale è eccellente – sostiene Nouira – ma deve essere accompagnata da un'adeguata assistenza al nostro, ancora troppo fragile, tessuto imprenditoriale.”
La preoccupazione dei paesi nord-africani è resa ancora più esplicita dall'ambasciatore itinerante del Marocco, Hassan Abouyoub, che sottolinea il “pericolo per la sicurezza” che potrebbe derivare dall'ignorare le difficoltà oggettive delle imprese del suo paese. In sostanza, Abouyoub dubita che il “metodo Monnet” – un'alleanza tra stati su un progetto comune sul modello della Ceca - possa rivelarsi efficace in paesi la cui stabilità è sottoposta alla minaccia terroristica, migratoria e climatica.
Va dunque presa in considerazione – osserva ancora il diplomatico marocchino – la reticenza delle opinioni pubbliche di un mondo arabo attualmente animato dal dibattito tra modernità ed Islam, ad integrarsi in un processo di cooperazione con l'Occidente. “Tra l'accordo ufficiale ed un impegno sincero – osserva insomma Hassan Abouyoub – la distanza è ancora grande.”



Data: 2008-03-14







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