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DA PLATONE AL CREDIT CRUNCH
Circa un secolo fa, le università anglo-americane cambiarono i loro curricula per preparare gli studenti a essere dei cittadini responsabili e pensanti. In quel modo, si consolidò la tradizione occidentale propriamente detta. Un'epopea culturale nata dalla vittoria greca contro i persiani e proseguita fino al trionfo dei suoi eredi, formatisi a Oxford o a Yale, contro l'estrema incarnazione degli unni, la barbarie nazista e sovietica.

Questo approccio è stato messo in questione negli anni settanta del secolo scorso, in quanto accusato di eurocentrismo, ma oggi, sta tornando in auge. Non perché nelle università occidentali si voglia formare una nuova generazione di proconsoli imperiali e nemmeno perché, in epoca di globalizzazione, vi sia qualcuno di così sciocco da riaffermare, acriticamente, la superiorità occidentale sulle altre culture. Piuttosto, in un'era di diffusa crisi economica e istituzionale, è avvertito il bisogno di tornare ai principi fondamentali su cui è costruita la nostra civiltà.

Tali considerazioni spiegano l'attenzione prestata dalla rivista britannica Prospect a On Politics, un saggio dedicato ai maggiori pensatori politici di ogni epoca, da Erodoto a oggi. Autore è Alan Ryan, studioso ed editorialista della New York Review of Books. Un lavoro che rimanda a una simile impresa intellettuale, compiuta dall'accademico americano George Sabine, autore, nel 1937, di una pioneristica storia della Teoria Politica. Nel momento in cui il liberalismo e la democrazia rischiavano di essere cancellati dall'Europa, egli sistematizzò e raccontò una affascinante vicenda che, iniziata con Platone e Aristotele, e proseguita grazie ai pensatori della Cristianità medievale fino a Machiavelli, Hobbes e Locke, si accingeva a misurarsi con le minacce rappresentate dal fascismo prima e dal comunismo poi. Ryan riprende gran parte di quel lavoro, aggiungendovi ovviamente settant'anni di storia del pensiero e celebrando la vittoria liberaldemocratica sulle due ideologie totalizzanti del novecento. Con quale risultato?

Mark Mazower, che ha recensito il volume per Prospect, riconosce all'autore il merito di aver riproposto gli imprescindibili contributi dei grandi del pensiero occidentale, ma lo accusa allo stesso tempo di sottostimare e svalutare eccessivamente i contributi delle correnti di pensiero alternative alla liberaldemocrazia. Secondo Mazower, la questione di fondo è la seguente: una volta stabilita la primazia della difesa della libertà all'interno di una comunità politica, l'assolutismo, il fascismo e il fondamentalismo religioso appaiono come manifestazioni di un interesse negativo. Il fascismo, ad esempio, ha prodotto, negli scritti di Carl Schmitt, una critica serrata alla democrazia parlamentare e considerato la libertà come una distrazione rispetto alla questione politica fondamentale della distinzione amico/nemico. E' ovvio che una simile impostazione sia criticabilissima, ma deve comunque essere presa sul serio, cosa che Ryan non fa, enfatizzando soltanto l'aspetto irrazionale del fascismo. Una visione superficiale e datata, che oltretutto l'autore estende anche al pensiero politico di matrice religiosa, cristiana e islamica in particolare.

Sminuire la dignità di tradizioni di pensiero alternative al filone liberaldemocratico significa dimenticare la reale evoluzione della storia politica del novecento. Infatti, sin dagli anni venti del secolo scorso, contemporaneamente all'affermazione della "tradizione occidentale" nelle università, i liberali ebbero ben chiara la necessità di confrontarsi e di venire a patti con poderose alternative ideologiche (si pensi al confronto tra i 14 punti di Woodrow Wilson e le Tesi di Aprile di Lenin). La stessa affermazione geopolitica degli Stati Uniti ha posto delle sfide all'ortodossia liberale. Se Wilson aveva promesso un sistema internazionale governato da nobili principi democratici, l'ascesa globale della potenza Usa, da Roosevelt a Truman in poi, non sempre ha concesso spazio all'idealismo. Una contraddizione, quella tra enunciazione teorica e pratica, ancora più acuta e problematica oggi, al tempo della crisi economica e politica del modello occidentale. Aldilà di queste lacune, conclude Mazower, il lavoro di Ryan ha il merito, in un'epoca in cui moltissime persone cercano alternative alla politica nel mercato e nella tecnocrazia, di ricordare i motivi per cui il pensiero politico dovrebbe rimanere un faro educativo ed esistenziale. A maggior ragione nei frangenti più drammatici della vita collettiva. (A cura di Fabio Lucchini)
 

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