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BLAIR: UN "GRANDE PATTO", NON PICCOLI PASSI
di Tony Blair (estratti)

Dalle crisi possono venire delle opportunità e dalla crisi europea può finalmente sorgere un modello sostenibile di integrazione europea.

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E' importante capire perché la crisi che viviamo è tanto acuta. Una delle ragioni sta nel mancato allineamento tra politica ed economia. L'unione monetaria è stata, sotto molti punti di vista, un'idea motivata politicamente ma espressa in termini economici. Ora serve capire, e pare in effetti si sia capito, che l'unione economica implica un'ampia unione politica. Che il progetto politico conti si evince dalle differenze di opinioni tra gli europei e le comunità di investitori statunitensi, cinesi e di altri paesi: i primi sono in maggioranza convinti che l'euro sopravvivrà, perché sono impegnati a porre le condizioni politiche perché ciò accada, mentre i secondo appaiono più scettici, perché limitano il loro sguardo alle questioni economico-matematiche. Pertanto, gli europei dovranno mostrare al mondo di essere in grado di dare sostanza politica alla loro unione economica, in modo che non sussistano dubbi sulla persistenza della stessa. Questa è la sfida che si presenterà nel dopo crisi.

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Abbiamo bisogno di crescita e di riforme. E necessitiamo che le questioni relative a liquidità, solvenza e crescita vengano affrontate insieme. Senza questo, e in particolare senza crescita, i dolorosi aggiustamenti nei paesi debitori saranno particolarmente duri e sostenerli per diversi anni non sarà politicamente praticabile. E su questo punto che politica ed economia devono allinearsi.

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Se è comprensibile una tattica politica cauta, è altrettanto vero che essa deve essere sostenuta da una strategia economica che rifiuti la logica dei piccoli passi ma si fondi su un "Grande Patto" che affronti i problemi di liquidità della Bce; che risolva le carenze di solvibilità con i necessari trasferimenti fiscali; che realizzi l'unione bancaria; che consenta un alto grado di coordinamento fiscale; che metta in modo profonde riforme strutturali; che modifichi le politiche di austerità attualmente in auge. La mia sensazione è che l'unico modo di ripristinare la fiducia sia un pacchetto di misure che convinca i mercati e i cittadini che le difficoltà più serie sono state superate. Politicamente non è un'impresa facile - soprattutto in Germania - ma non farlo potrebbe creare difficoltà ancor più serie.

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Detto in modo semplice, l'integrazione di vaste aree di politica economica - unione bancaria e fiscale, e persino la prospettiva di un ministero del Tesoro Ue - non sarà possibile senza una corrispondente unione politica. Nel momento in cui scrivo, mentre si opera per risolvere la crisi attuale, molti immaginano in cosa dovrebbe consistere una simile unione. Due sono i nodi strategici di un negoziato per l'unione politica.

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In primo luogo, nel momento in cui i membri dell'Eurozona cercano di combinare le istituzioni politiche con un processo decisionale economico integrato, alcune differenziazioni nella velocità dell'integrazione europea sono ormai inevitabili...Tuttavia, voglio lanciare un chiaro avvertimento: se il processo condurrà a un'Europa fondamentalmente divisa, sia a livello politico che economico, piuttosto che a un'Europa con un unico quadro politico di riferimento in grado di gestire i diversi livelli di integrazione tra gli Stati membri, l'Ue come noi la conosciamo si avvierà alla disgregazione.

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In Secondo luogo, dobbiamo comprendere bene il perché, una volta realizzata l'unione monetaria, il tentativo di approfondire l'integrazione politica abbia suscitato forti resistenze, e non solo nella scettica Gran Bretagna ma persino in paesi come Francia e Olanda. Questo è sempre stato il paradosso che la Ue si è trovata di fronte. Anche se, in teoria, man mano che l'integrazione europea procede, le persone dovrebbero domandare più Europa, in pratica esse non lo fanno perché sentono come unici veri referenti politici i parlamenti e i governi nazionali. Il pericolo è che mentre le élites continentali parlano incessantemente della necessità "di portare l'Europa più vicino ai cittadini", la "gente" se ne distacchi sempre più.

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E' chiaro che edificare la nuova unione di cui l'Europa ha bisogno sarà molto complicato, ma lasciatemi proporre alcune rapide considerazioni in proposito. Elezioni continentali per il Presidente della Commissione o del Consiglio dell'Unione rappresenterebbero lo strumento più diretto per coinvolgere i cittadini. Una elezione per una posizione importante ricoperta da una personalità - un concetto comprensibile. Il problema col Parlamento europeo è diverso. Anche se i parlamentari sono eletti, il loro rapporto con i cittadini-elettori è tenue, se non inesistente. Perché ciò cambi è fondamentale una molto più stretta interazione tra Strasburgo e i parlamenti nazionali.

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Di una cosa sono certo: l'Europa significherà qualcosa di più per la gente e ne riceverà maggior supporto se sarà in grado di rifocalizzarsi su questioni pratiche che migliorino la vita dei cittadini in maniera tangibile. C'è bisogno di più Europa sulle tematiche del lavoro, del commercio, del settore finanziario, della politica energetica, di tutte le forme di crimine organizzato e, ancora, nel settore della difesa comune. Credo inoltre non sia difficile convincere i cittadini europei del valore della cooperazione in tema di educazione d'eccellenza, scienza e ricerca, senza dimenticare arte e cultura. Se lo sforzo cooperativo verrà poi abbinato alla riscoperta dell'autentico significato della sussidiarietà, l'architettura comunitaria potrà funzionare finalmente al meglio.

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Non vedo alcuna soluzione politica che sia accettabile senza un diretto coinvolgimento popolare tramite referendum. Provate a immaginare lo scenario: supponiamo di riuscire a risolvere la crisi dell'Eurozona e supponiamo di stabilire un nuovo quadro politico unitario come complemento fondamentale all'integrazione economica; ebbene, se, come decisori, non saremo in grado di raccogliere il consenso popolare intorno alle nostre scelte, finiremo presto per sbattere contro l'opposizione dei cittadini, che questa volta farebbe piombare la Ue in una crisi senza chiare vie d'uscita.

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Ad ogni modo, nonostante l'ansietà che ci circonda vorrei concludere con una nota ottimistica. La situazione che viviamo è la più grave mai fronteggiata dalla Ue, ma dobbiamo riconoscere che le ragioni profonde dell'integrazione europea persistono più forti che mai. Gli euro-scettici sono dalla parte sbagliata della Storia. Il XXI secolo non sarà per l'Europa un periodo di pace o di guerra, quanto piuttosto di potenza o di irrilevanza. Il XXI secolo vedrà Cina e India diventare grandi potenze economiche e politiche (tallonate da Brasile e Russia), vedrà crescere un paese come l'Indonesia, che ha tre volte la popolazione della Germania, ma anche nazioni come il Messico, il Pakistan, la Nigeria e il Vietnam, tutti più grandi di qualsiasi Stato europeo, diranno la loro. Nel contesto geopolitico prossimo venturo, insomma, solo un'Europa unita avrà il peso per giocarsela. Nella sua essenza, l'Europa è l'idea giusta, al momento giusto e nel posto giusto, alla convergenza di Est e Ovest. La nostra sfida, adesso, è fare in modo che questa bella idea diventi una realtà migliore. (Traduzione a cura di Fabio Lucchini)

 

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