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Critica Sociale, ottobre 2010,

Per gli ospiti europei, uno degli eventi collaterali di maggior interesse alla Conference laburista di Manchester è stato il meeting organizzato dall'European Parliamentary Labour Party (Eplp) per indagare la crisi della socialdemocrazia nel Continente. L'Eplp è un'associazione che riunisce i rappresentanti laburisti al parlamento europeo. Obiettivo del dibattito è stato superare lo stanco luogo comune che descrive il riflusso della socialdemocrazia come collegato all'insostenibilità economica del welfare State e all'affermarsi del neoliberismo a partire dagli anni settanta del secolo scorso.

La crisi globale scoppiata due anni or sono ha rimesso pesantemente in discussione il modello neoliberista e rilanciato in qualche modo il ruolo dello Stato, ma ciò non è bastato a ridare fiato e popolarità alle forze politiche tradizionalmente associate al "pubblico". Socialisti, socialdemocratici o riformisti si sono fatti superare anche su questo terreno dalle forze moderate e conservatrici che, in virtù di un largo consenso popolare, stanno gestendo la delicata congiuntura politica ed economica che ha fatto seguito all'epocale crack della Lehman Brothers.

E allora, se trascuriamo la denunciata inefficienza economica del modello welfarista come causa principale della crisi della socialdemocrazia europea, è bene volgersi a considerare le determinanti propriamente politiche all'origine dell'evidente spostamento da sinistra a destra del baricentro politico continentale nell'ultimo decennio.

E' importante evidenziare che siamo di fronte a un fenomeno peculiarmente europeo. Negli Stati Uniti, Barack Obama ha conquistato la sua storica presidenza e una solida maggioranza parlamentare proprio insistendo sugli eccessi della deregulation finanziaria dell'era Bush. Deregulation ispirata dal reaganismo e tutt'altro che disdegnata durante gli otto anni della presidenza Clinton. Per rimanere alle grandi democrazie mondiali, l'India è guidata dal 2004 dal Partito del Congresso, dopo aver sperimentato l'oltranzismo indù del Bjp, la cui leadership aveva portato quasi al parossismo il confronto tra New Delhi e il Pakistan. Il Brasile, che rivaleggia con la Cina per quanto riguarda i tassi di crescita economica, dopo il doppio mandato di Lula si affiderà presumibilmente al suo successore designato, Dilma Rousseff.

In Europa, invece, la situazione è ben più preoccupante per coloro che si richiamano in vario modo a progressismo e riformismo. Lo sostiene il presidente del think tank Policy Network, Roger Liddle, veterano tra i commentatori britannici, consigliere di Tony Blair sulle questioni europee e da pochi mesi membro della Camera dei Lord. Il Labour ha raggiunto un misero 29% alle ultime elezioni generali, il secondo peggior risultato di sempre, dovendo abbandonare il governo dopo tre mandati. Lo scorso anno l'Spd tedesca ha fatto anche peggio, ottenendo il 23%, un risultato disastroso per il partito che porta con orgoglio (persino nel nome) il vessillo socialdemocratico e che sino al 2005 guidava il governo di Berlino. Addirittura in Svezia, patria storica della socialdemocrazia europea e del welfare, per la prima volta nella storia il centro-destra è riuscito a confermarsi al potere nella tornata elettorale di settembre.

In questo momento, in tutto il Continente solo un pugno di Paesi è retto da governi che si richiamano in qualche modo al centro-sinistra. Uno stato delle cose che merita di essere indagato, conclude Liddle introducendo Philip Cordery, Segretario generale del Partito socialista europeo (Pse) e Roland Rudd, presidente di Business for New Europe.

Il quadro tratteggiato da Cordery è sconfortante per il centro-sinistra europeo, ormai confinato al governo delle realtà locali. In Francia, ad esempio, l'opposizione ha stravinto le ultime elezioni regionali, ma il Partito Socialista non elegge un presidente della Repubblica dal 1995 e un primo ministro dal 2002. E' chiaro, nota Cordery, che i cittadini francesi apprezzano il nostro lavoro quando ci muoviamo a contatto con i loro problemi pratici del quotidiano, ma non si fidano di noi quando si tratta di decidere le grandi questioni a livello nazionale. E questo secondo aspetto lo generalizzerei al resto d'Europa. Quando parliamo di redistribuzione della ricchezza, un tema che dovrebbe essere fondamentale per progressisti e riformisti, non centriamo l'obiettivo. Che senso ha parlarne a livello nazionale quando le dinamiche del mondo globalizzato ci rendono evidente che nulla può essere cambiato senza un intervento sovranazionale o un'azione coordinata degli Stati?

Ancora, vorrei porre l'attenzione sui programmi di governo, insiste Cordery. Le forze socialdemocratiche si presentano agli elettori con programmi ambiziosi e ne rivendicano l'accuratezza tecnica e l'analiticità. Peccato che in una situazione di perdurante crisi economica appaia evidente quanto poco possa essere realizzato. Gli elettori lo sanno e nelle proposte politiche scelgono la concretezza e la semplicità e spesso questo li porta su posizioni distanti da quelle del centro-sinistra. Ma non è consigliabile limitarsi a dare la colpa agli elettori per la loro miopia come spesso è stato fatto da qualche circolo sinistrorso.
Credo, conclude Cordery, che a livello globale, le forze riformiste e progressiste dovrebbero comunicare di più e più a fondo, sviluppando linee comuni e vincolanti su materie concrete quali economia, occupazione e sicurezza. Bollare come sbagliate e reazionarie le scelte delle forze politiche in questo momento al governo in quasi tutta Europa, senza tuttavia presentare alternative praticabili, non servirà a convincere la gente a riconsiderare le proprie scelte. La narrativa che in passato è stata la forza della sinistra è ormai superata dagli eventi e senza un nuova proposta politica non si vede perché il vento che soffia sull'Europa dovrebbe cambiare direzione.

Le recenti elezioni svedesi hanno messo in evidenza un fatto allarmante. Nonostante gli sforzi compiuti negli anni dal centro-sinistra europeo per mostrarsi non ostile a quello che si potrebbe definire "mondo degli affari", gli imprenditori associano ancora quell'area politica con la tassazione. Il problema è che non si tratta solo degli avidi finanzieri (messi sotto accusa per aver contribuito a innescare la crisi globale), ma anche del comune contribuente, dell'uomo della strada, che attribuisce ai cosiddetti progressisti tentazioni predatorie rispetto al proprio reddito.

Questa criticità ispira l'intervento di Roland Rudd, presidente di Business for a New Europe, un gruppo di pressione che sostiene l'attivo impegno della Gran Bretagna per la riforma e l'allargamento del libero mercato nell'Unione Europea. Fondatore di una delle più influenti agenzie di comunicazione politico-finanziaria di Londra e vicino a Ed Ball, Peter Mandelson, Rupert Murdoch e ai vertici della BBC, Rudd è considerato da molti come il tramite che ha avvicinato il New Labour alla City. La tendenza davvero preoccupante è che, secondo Rudd, la latitanza della sinistra in Europa non si limita a lasciare spazio di manovra solamente alle forze di centro (fatto di per sé non drammatico e che rimanda alla normale dialettica maggioranza-opposizione da sempre celebrata nelle liberaldemocrazie). Il punto è che l'indebolimento ormai consolidato del progressismo apre la strada anche al populismo di destra e ai deliri dell'estrema destra, forze che rivolgono la loro azione propagandistica proprio verso i settori più deboli della popolazione, che un tempo votavano a sinistra e ora vivono con più disagio gli effetti collaterali della globalizzazione. Ossia, perdita di lavoro, degrado delle aree di residenza, diminuzione delle condizioni di sicurezza sociale e fisica.

I conflitti in tema di immigrazione sono emblematici al proposito, come dimostra il recente esplodere del caso rom, prima in Francia e poi nel resto del Continente. Il disagio è reale e grande, avvertito sia da coloro che sono costretti a emigrare sia da coloro che sono, per così dire, in prima linea, che si trovano a condividere spazi e tempi di vita con i nuovi arrivati. Il conflitto che ne deriva non può essere affrontato con la violenza verbale e con le semplificazioni della destra, ma nemmeno con poche e idealistiche battute, come capita invece spesso a sinistra.

Certi ambienti intellettuali e politici dovrebbero smettere di etichettare come bigotte ed egoiste le preoccupazioni di determinati ambienti sociali nei confronti del fenomeno migratorio. Le persone che si lamentano vanno rispettate, anche nelle loro paure, per quanto irrazionali possano essere, e non trattate sprezzantemente o ignorate. La perdita di consenso è la naturale conseguenza di un simile atteggiamento. Invece di limitarsi a criticare le posizioni anti-migratorie, sarebbe necessario mettere in evidenza i vantaggi dell'accoglienza (anche per quelle imprese che sfrutterebbero nuova manodopera) e l'importanza del rispetto della legalità come condizione per garantire effettivamente la sicurezza di tutti i cittadini. Insomma, rimandare idealisticamente alle suggestioni di un mondo multiculturale non è sufficiente. In assenza di proposte concrete, la tematica securitaria contribuirà a relegare i progressisti all'opposizione per lungo tempo.

Un ultimo aspetto trattato è degno di attenzione. E' tempo per i riformisti di costruire una posizione comune su quello che dovrebbe essere il ruolo dell'Europa nel mondo. Ciò implica una precondizione: decidere quale linea tenere sulle crisi internazionali, ad esempio in merito al conflitto afghano. E' richiesto uno sforzo di coerenza e responsabilità. Nel caso in questione ciò significa porsi (e rispondere a) due domande: E' giusto rimanere in Afghanistan? Cosa accadrebbe se le forze occidentali se ne andassero? La prima risposta è "sì", la seconda è "si scatenerebbe il caos e i Taliban risorgerebbero definitivamente", conclude Rudd.

In effetti, il fronte afghano si configura sempre più come un cruciale banco di prova per la costruzione di una vera politica estera europea che, stigmatizzando gli avventurismi dell'amministrazione Bush, rifiuti tuttavia l'inerzia e i veti che bloccarono le Nazioni Unite davanti ai massacri di Srebrenica e del Rwanda. Si tratta di scegliere tra le suggestioni dell'interventismo liberale avanzate dall'ex ministro degli Esteri britannico, David Miliband, e i richiami al pacifismo di principio diffusi nell'universo valoriale della sinistra. Anche su questo punto, se vorranno recuperare credibilità e riproporsi come praticabili alternative di governo, le forze riformiste europee dovranno sciogliere le proprie contraddizioni interne e dare un fattivo contributo politico alle grandi scelte strategiche che non possono più essere rimandate. (A cura di Fabio Lucchini)

 

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