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Stratfor, 8 aprile 2010,

All'inizio dell'anno le convinzioni di Stratfor sulla questione del programma nucleare iraniano erano piuttosto nette: "Il 2010 vedrà gli israeliani impegnati nel tentativo di forzare un conflitto, gli americani desiderosi di evitarlo, gli iraniani intenti nel prepararsi ad affrontarlo e i russi concentrati nella manipolazione di tutte le parti in causa per far sì che lo status quo si protragga il più a lungo possibile." Ora, il quadro pare essersi modificato e il disaccordo tra Stati Uniti e Israele rende meno probabile il verificarsi di uno scontro militare nel Golfo Persico per quest'anno.

L'abilità iraniana nel negare e fuorviare, e soprattutto le connessioni militari di Teheran in grado di destabilizzare lo Stretto di Hormuz e di mandare alle stelle i prezzi nel mercato dell'energia, devono aver convinto Washington dell'eccessiva onerosità di una campagna militare contro le infrastrutture nucleari iraniane. Almeno in questa fase. Dai risultati degli war game e dei rapporti di intelligence sul programma di Teheran per la prima parte dell'anno sono emerse delle criticità impreviste. Dal punto di vista puramente militare, un attacco ai siti iraniani appare dunque molto più complesso di quanto preventivato dagli strateghi Usa.

Non avendo la possibilità di agire autonomamente contro l'Iran, Israele si è per ora rassegnato ad accettare una situazione che non gradisce. La cruda verità è che lo Stato ebraico necessita degli Usa più di quanto gli americani abbiano bisogno di Israele nella regione. Se Washington ha deciso di procrastinare ogni forma di pressione militare nei confronti dell'Iran, non c'è molto che Israele possa fare. Sicuramente verranno compiuti sforzi su entrambi i fronti per produrre prove di intelligence utili a promuovere nuove sanzioni, ma il rischio di una guerra rimane molto limitato. Come sottolinea anche il quotidiano moderato Haaretz, l'amministrazione Obama sembra più cauta sulla possibilità di intervenire militarmente per bloccare lo sviluppo del nucleare di Teheran. Il giornale israeliano si spinge oltre, ipotizzando che l'America abbia rinunciato a bloccare il programma di Ahmadinejad e si stia attrezzando per "gestire" un Iran nucleare (ndt).
Date le circostanze attuali, l'amministrazione Obama tenterà di ridefinire il problema iraniano.  Se, da un lato, gli americani perseguiranno una politica di contenimento anti-iraniano con la collaborazione della Turchia e dei paesi arabi del Golfo, dall'altro non è escluso che gli Usa si producano in una nuova sortita diplomatica nei confronti del governo iraniano. Detto che gli obiettivi strategici dei due paesi sono difficilmente conciliabili (Washington vorrebbe forgiare gli equilibri di potenza regionali in Iraq e Afghanistan, Teheran auspica il ritiro delle truppe Usa dalla regione), esistono tuttavia una vasta gamma di questioni che potrebbero portare le diplomazie al tavolo dei negoziati. Ciò non toglie che gli americani si troveranno a discutere in una posizione di debolezza, aggravata dall'incertezza sulla reale natura dell'interlocutore (chi comanda realmente a Teheran?). E' probabile che l'Iran si limiti a mantenere alta la guardia e a traccheggiare davanti alle aperture americane. Per gli ayatollah non è tempo di fare concessioni, in un momento in cui i rapporti tra statunitensi e israeliani conoscono uno dei loro minimi storici e le opzioni di azione dello Stato ebraico contro l'Iran si restringono.

 

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