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di Massimo Pini, Critica Sociale n.9/2009,

Dall'Avanti! del 23 febbraio del 1980 in occasione del volume sul socialismo liberale pubblicata dalla SugarCo edizioni di Enzo Bettiza e Ugo Intini

Il libro “Lib-Lab” è nato da un colloquio tra Enzo Bettiza e Ugo Intini sulle prospettive del rapporto tra liberali e socialisti in Italia e in Europa. Nel libro ricorre spesso il nome di Carlo Rosselli: e nel convegno “Socialismo liberale e liberalismo sociale” tu hai affermato che per Rosselli esisteva una “terza via”, la via del socialismo liberale, fra i due estremi del fascismo e del bolscevismo. Dunque si può considerare Carlo Rosselli come il fondatore del liberalsocialismo?
La terza via è nata in Inghilterra e Rosselli lo percepì molto precocemente durante i suoi soggiorni inglesi del 1923-24. Egli fu in contatto con i Fabiani cioè con i socialisti inglesi non marxisti, uomini che avevano elaborato una via graduale, pacifica, democratica legalitaria, riformistica verso il socialismo per differenziarlo dalla via rivoluzionaria che il marxismo originario postulava, Marx aveva svolto la sua opera quando l'Europa non era democratica: ma alla fine della vita di Marx e nei decenni successivi gli avvenimenti modificarono il quadro politico europeo. In Francia cadde Napoleone III e si instaurò la Terza Repubblica, in Germania il partito socialdemocratico divenne il più grande dei partiti del Parlamento tedesco, ancora sotto l'impero.


La Rivoluzione impraticabile

La via della dittatura rivoluzionaria diventava improbabile od inutile, addirittura catastroficamente costosa; la via della graduale ascesa del movimento operaio diventava praticabile. Questo valeva anche per l'Italia, e chi se ne accorse fu Turati. Egli si professava marxista, però interpretava il marxismo come in realtà il metodo marxista consigliava, cioè adeguava la teoria alla situazione reale. Questa via fu bloccata dalla prima guerra mondiale, ma solo provvisoriamente. Lenin fece l'errore di credere che la guerra mondiale interrompesse per sempre l'evoluzione democratica. Dalla visuale russa dove non era mai esistita la democrazia parlamentare questo era un errore facilmente comprensibile.

Nel libro Bettiza fa un'ampia disamina del liberalismo russo, delle sue possibilità interrotte dalla rivoluzione bolscevica.
La borghesia liberale russa era debole numericamente. Invece il movimento operaio in Russia favorì l'ideologia della industrializzazione e svolse in funzione politico-culturale di introdurre ceti più vasti nella vita politica, che sotto l'autocrazia era ristretta a gruppi aristocratici, oligarchici e di borghesia privilegiata. Il capitalismo d'altronde non era mai penetrato nelle campagne russe, rette secondo il sistema del Mir, la comunità agraria pre- mercantile. La borghesia liberale riusciva a farsi strada a stento. Tutto questo sboccò nel 1916-17 nella catastrofe della sconfitta militare, nella incapacità di Kerensky a governare e quindi nella dittatura bolscevica.
Invece in Europa non fu così, salvo in due paesi dove la democrazia liberale sboccò in una catastrofe analoga a quella russa, ma di segno contrario: Germania e Italia. Tuttavia, in Germania, il movimento operaio tedesco che sembrava il più marxista di tutti, è oggi il più fabiano, vale a dire socialista revisionista. In Italia il fascismo ha operato per la sopravvivenza anche dopo la sua caduta, di una certa mancanza di fiducia nella democrazia liberale: di questo ha beneficiato il Partito comunista, e ne ha beneficiato la Democrazia cristiana, che, dopo De Gasperi, ha gestito il potere non coi i metodi della democrazia liberale ma di una specie di democrazia populista.

Nel libro gli autori fanno notare a più riprese come l'idea di democrazia liberal-socialista si sviluppi in alcune aree del mondo, nella zona atlantica per lo più, che coincide con l'area protestante. Sei d'accordo con questa interpretazione di tipo religioso del fenomeno?
E' sempre pericoloso basarsi sulle grandi generalizzazioni. La mancata rivoluzione protestante in Italia: ecco una tesi che ha parecchi fondamenti di verità, i quali però se presi in modo esclusivo rischiano di condurre fuori strada. Ad esempio il paese della riforma protestante in Germania, ha dato i natali al nazismo e ha cancellato, sia pure solo per dodici anni, ogni traccia di pluralismo liberale nel paese più colto d'Europa. Tanti storici fanno risalire Hitler a Lutero così come noi potremmo fare risalire Mussolini alla Controriforma. Bisogna a mio avviso guardarsi da queste generalizzazioni. Sicuramente il mondo anglosassone, mondo di comunicazioni marittime, è quello che è arrivato per vie pacifiche alla democrazia: vie pacifiche relativamente, perchè nel ‘600 c'era stata la rivoluzione e la guerra civile in Inghilterra, e nel ‘700 abbiamo la rivoluzione americana. Però stiamo attenti, perchè anche Venezia era una civiltà marinara, anche se non atlantica (ma per i velieri di allora il Mediterraneo era un grosso mare): eppure Venezia era retta da una oligarchia! La democrazia si sviluppò invece a Firenze, una democrazia tra virgolette, ma nel Basso Medioevo ci furono dei tentativi di governo democratico in una città industriale come Firenze e non in un emporio marittimo come Venezia. Vediamo quindi le cose specificatamente. La barriera che il mare poneva alla difesa dell'Inghilterra e degli Stati Uniti ha consentito a questi paesi di non essere invasi da secoli, e questa circostanza è stata favorevole allo sviluppo del parlamentarismo e comunque delle prime forme pacifiche di democrazia: mentre le guerre in Europa in paesi continuamente invasi hanno soffocato i germi di democrazia. Sicuramente c'è qualcosa di solido, oltre che di ideologico, vorrei dire di materiale alla base della Alleanza atlantica come supporto della democrazia: essa poggia su nazioni che si difendono da sole meglio dell'Europa continentale che è esposta alle invasioni da parte sovietica, e che può garantire la propria indipendenza e le sue libertà democratiche solo appoggiandosi alle grandi democrazie atlantiche come Inghilterra e Stati Uniti – anche se oggi i missili rendono assai vulnerabili anche l'Inghilterra e gli USA.


Rosselli e il Partito Socialista

Torniamo quindi al terreno specifico, alle condizioni concrete in cui si svolgono gli eventi storici.
La forza di Rosselli era appunto di cercare come dar luogo ad un rinnovamento del movimento operaio e socialista in Italia. Forse sbagliò nel pensare di poter operare questo rinnovamento al di fuori del Partito socialista del quale aveva pur fatto parte.
Ebbe l'impressione che agendo da di fuori come sferza critica potesse meglio influenzare il Partito socialista che stando dentro e partecipando alle lotte di corrente. Il problema mi pare l'abbia posto bene Craxi: la critica che Rosselli faceva dal di fuori all'anacronistico marxismo del vecchio Partito socialista, oggi bisogna farla anche dal di dentro. Il che naturalmente non significa che non si possa farlo anche dal di fuori: un pubblicista, uno storico può farlo dal di fuori, ma un capo politico deve farlo dal di dentro.

Il libro “Lib-Lab” di Bettiza e Intini non è una iniziativa politica, bensì risponde ad un progetto culturale. La politica liberalsocialista può diventare anche in Italia un fatto di massa, come in altri paesi europei?
Dipende molto dal sistema politico. Paradossalmente la rappresentanza proporzionale non favorisce il rinnovamento dei grandi ideali politici perchè finisce col far diventare la cosa pubblica appannaggio dei gruppi meglio organizzati. Il primo che in qualche modo si accorse di questo in Italia fu Mazzini che non voleva il sistema parlamentare puro, ma una repubblica forte, che avesse un esecutivo forte. Aveva davanti agli occhi l'esempio inglese – collegio uninominale – e americano – repubblica presidenziale – che danno sempre forza all'esecutivo, creano un governo omogeneo e saldo che possa mettersi al di sopra dei partiti, anche del proprio partito. In effetti la rappresentanza proporzionale dà preminenza ai partiti rispetto all'esecutivo e li rende più inconciliabili fra di loro: cioè conciliabili sul terreno del sottogoverno. e inconciliabili sul terreno dei princìpi: mentre il sistema che crea un governo omogeneo permette poi al governo di mediare nella azione, e i partiti stessi per poter aspirare a vincere debbono avvicinarsi l'uno all'altro. In Inghilterra e in USA i partiti alla vigilia delle elezioni tendono ad avvicinare le loro politiche per potere guadagnare il voto fluttuante che è sempre un voto di mezzo: gli estremi raramente vincono. Spostandosi i partiti verso il centro la rigida contrapposizione delle ideologie si ammorbidisce e si crea una mediazione tra le forme di realtà passate e quelle nuove.

Quindi una ideologia lib-lab potrebbe scendere in Italia tra le masse solo quando il sistema elettorale fosse diverso?
Con la proporzionale i liberali avranno sempre interesse, alla vigilia delle elezioni ad arroccarsi nella interpretazione più moderata, e i socialisti a tornare verso una interpretazione classista –che poi oggi vuol dire corporativa perchè il classismo è il corporativismo – del socialismo odierno, in una società in cui i proletari si sono imborghesiti.


Autogestione e cogestione

Nel libro si parla a lungo anche di questioni economiche: come superare il dirigismo comunista e il liberismo conservatore. Si parla di autogestione e cogestione.
Farei una netta distinzione tra autogestione e cogestione. La cogestione è presente in tutto il pensiero occidentale di socialismo liberaleggiante, come idea della democrazia industriale. La cogestione fa parte organicamente della economia di mercato moderno tanto è vero che ci pensavano anche i collaboratori di Roosevelt nel New Deal nonostante l'enorme potenza espansiva che aveva ancora il capitalismo liberale americano. La cogestione è parte della economia di mercato capitalistica con grande influenza dei sindacati operai. Invece l'autogestione è un fatto rivoluzionario e richiede almeno per qualche tempo una dittatura politica come in Jugoslavia. Rosselli pensava all'autogestione perchè riteneva che il fascismo sarebbe stato abbattuto da una rivoluzione – non poteva certo prevedere l'occupazione anglo americana dell'Italia – e quindi l'autogestione con un governo rivoluzionario avrebbe trovato il suo posto come è accaduto in Jugoslavia.
Si potrebbe introdurre in Italia la cogestione se i sindacati operai invece di chiedere la democrazia economica e in astratto la chiedessero sul terreno suo logico: la cogestione serve trovare il modo di far collaborare direzione e sindacati nel successo aziendale, al quale ambedue sono interessati vitalmente.

Nel libro è evidenziata una differenza di fondo, una totale inconciliabilità, tra liberalsocialismo e gli integralismi, sia quello cattolico che quello comunista, che unendosi hanno tentato di dar vita alla società organica, consociativa, assistenziale del compromesso storico.
Fanfani era considerato uomo di integralismo e poi è stato il più fermo oppositore nella Democrazia cristiana del compromesso storico, il che prova che la fama di integralismo – ammesso che Fanfani lo fosse veramente - e il compromesso storico non sono necessariamente sinonimi. De Gasperi che sicuramente non era integralista anzi era il più liberale della DC collaborò con i comunisti al governo dal '44 al ‘47 e spezzò la collaborazione non per ragioni ideologiche ma per la guerra fredda. Ricondurrei sempre il discorso ideologico, quando si parla di politica alla situazione concreta: sul puro terreno delle dottrine allora sì esaminerei la ideologia nella sua genesi intellettuale e nei suoi sviluppi logici. A mio avviso il disegno preordinato del compromesso storico era nel PCI perchè da Togliatti Berlinguer aveva ereditato l'idea dell'accordo col mondo cattolico: però non so quanto questa idea sia valida.
Il superamento del distacco tra mondo cattolico e mondo laico era un problema reale, e anche De Gasperi se ne preoccupò: quando nel suo testamento diceva “non ricostruiamo l'antico steccato”. Ma lo steccato si stava già smantellando da solo.
Nella mia gioventù soprattutto nelle città di provincia si distinguevano fisicamente le famiglie clericali-cattoliche dalle famiglie laiche spesso massoniche. Dopo la seconda guerra mondiale tutto questo è scomparso. Quindi il problema di conciliare mondo cattolico e mondo laico mi pare divenga, almeno in parte, anacronistico e la questione edella collaborazione tra comunisti e cattolici diventa una questione pratica legata al giudizio sulla situazione interna o internazionale dell'Italia.
 

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