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Negli anni dell'amministrazione Bush le divisioni nel mondo occidentale hanno indirettamente favorito lo sviluppo del programma nucleare iraniano e la ripresa aggressiva della Russia. E' possibile invertire queste pericolose tendenze? Un convegno organizzato dalla Brookings Institution analizza le prospettive di una rinnovata collaborazione euro-atlantica per tutelare la stabilità internazionale. Sin dai primi giorni della sua presidenza, Barack Obama ha mostrato l'intenzione di rilanciare il ruolo globale degli Stati Uniti, sia nei diversi teatri di tensione internazionale sia nei confronti degli attori che avevano posto le sfide più complesse all'amministrazione Bush, ovvero l'Iran e la Russia. Davanti al nuovo approccio dialogante dell'America, l'Europa, per anni critica verso l'attitudine unilateralista di Washington, non sembra avere più alibi da accampare ed è chiamata ad avanzare proposte concrete per dar forma al tanto decantato multilateralismo e a fornire un contributo significativo nel quadro dell'Alleanza Atlantica. Con quali soggetti gli Usa e l'Europa dovrebbero impegnarsi in un confronto costruttivo? Quali le conseguenze se un simile confronto dovesse fallire? Saranno finalmente in grado i due alleati storici di elaborare un'agenda pienamente condivisa su cui elaborare una piattaforma politica efficace e coesa?
Questi gli argomenti trattati dalla conferenza annuale del Center of the United States and Europe (Cuse), organizzata lo scorso 29 maggio dalla Brookings Institution, il prestigioso centro studi statunitense basato a Washington

L'approccio americano ed europeo nei confronti dell'Iran
Negli ultimi anni, Germania, Gran Bretagna e Francia (il cosiddetto Ue 3) hanno perseguito l'obbiettivo di mantenere coesa la comunità internazionale nel reclamare l'interruzione dell'arricchimento dell'uranio da parte iraniana e nell'imporre sanzioni a Teheran per i suoi rifiuti. Nonostante l'appoggio sempre più convinto dell'amministrazione Bush, non si è riusciti ad impedire che l'Iran acquisisse la capacità industriale di arricchire l'uranio per sviluppare il suo programma nucleare. Recentemente, l'impegno di Barack Obama al dialogo con gli ayatollah e l'insediamento di un nuovo governo (più duro verso l'Iran) in Israele promettono ulteriori sviluppi, se pacifici o no è difficile dirlo.Aldilà dell'esito contrastato delle elezioni presidenziali del 12 giugno, è importante valutare quali siano le possibilità di successo della strategia di Obama e dell'impatto che essa avrà su altre questioni di interesse transatlantico in vario modo ricollegabili al fronte iraniano, quali il conflitto israelo-palestinese, la situazione del Libano, i rapporti con la Russia e la proliferazione nucleare. Partendo da questi presupposti, è lecito sollevare alcuni interrogativi: Quali sono le intenzioni e gli obiettivi dell'Iran nell'interpretazione di europei ed americani? Quanto siamo disposti, come occidentali, a concedere per arrivare ad un accordo? Come Washington e Bruxelles immaginano che la vicenda possa concludersi? Con un Iran senza atomica? Oppure armato ma controllato secondo la classica dottrina della deterrenza nucleare che ha funzionato durante la Guerra Fredda? Questi gli interrogativi posti da Justin Vasser, ricercatore della Brookings e di Foreign Policy e moderatore della sessione specificamente dedicata all'Iran. E' importante considerare ciò che unisce le due sponde dell'Atlantico, esordisce Roberto Toscano, ex ambasciatore italiano in Iran e attualmente in India. Innanzitutto, Stati Uniti ed Europa non vogliono un Iran dotato dell'arma atomica e non vogliono che Teheran destabilizzi l'Iraq con l'intento di favorire la nascita di una repubblica sciita gemella in quel Paese. In secondo luogo, esiste una convergenza transatlantica sulla necessità di porre fine al sostegno che gli ayatollah forniscono al terrorismo internazionale e di indurre gli iraniani a un atteggiamento più costruttivo in merito alla stabilizzazione complessiva del Medio Oriente. Infine, rimane l'annosa questione della tutela dei diritti umani in Iran, un problema su cui esiste un'identità di vedute in Occidente. Più difficile addivenire a una comune interpretazione delle reali intenzioni di Teheran, soprattutto riguardo la delicata tematica nucleare.
Credo che commetteremmo un grosso errore, prosegue Toscano, se considerassimo il regime iraniano un attore internazionale dalle intenzioni apocalittiche, pronto all'autodistruzione pur di infliggere gravi danni al nemico. Aldilà della violenta e delirante retorica su cui si fonda la Repubblica islamica, si deve tener presente che stiamo parlando di uno Stato che ambisce al ruolo di potenza regionale e che ha degli interessi da tutelare. Il primo interesse che sta a cuore alla leadership iraniana è la sopravvivenza del regime. Infatti, trascurando per un momento la scorza ideologica dell'anti-semitismo e dall'anti-imperialismo sbandierati in questi anni da Mahmud Ahmadinejad, è importante ricercare la vera sostanza politica del discorso governativo, ossia l'interesse nazionale, l'unico in grado di compattare la società contro ogni percepita minaccia esterna.
In questi anni il governo iraniano si è dimostrato abile nel collegare lo sviluppo del programma nucleare ad una retorica nazionalista e populista, raccogliendo su questo punto l'appoggio della maggioranza dei connazionali, più o meno critici rispetto ad altri aspetti dell'operato governativo (ad esempio, le performance economiche dell'esecutivo stanno scontentando molti). Il popolo iraniano non mira al nucleare per distruggere Israele o per lanciare una sfida all'Occidente, ma perché lo considera un diritto, un motivo d'orgoglio patriottico, che qualcuno (gli Stati Uniti in primis) vorrebbe negare ingiustamente.
Paradossalmente, mettere in secondo piano l'affaire nucleare sarebbe forse il modo più rapido per migliorare lo stato delle relazioni con Teheran. Esistono infatti altre questioni su cui la collaborazione appare più agevole e suscettibile di creare un clima più sereno, costruendo la fiducia reciproca che ora manca. Il riferimento è in particolare all'Afghanistan, dove iraniani e occidentali condividono l'interesse ad impedire il ritorno al potere dei taliban, il cui fondamentalismo sunnita è percepito come una minaccia dal confinante Iran, di religione musulmana sciita.
Un altro motivo di inquietudine, e talvolta di divisione, tra europei ed americani quando discutono di Iran, è l'incertezza rispetto ai reali obbiettivi strategici di quel Paese. Il comportamento di Teheran appare irrazionalmente provocatorio, ma forse le minacce a Israele, la sfida continua all'America e il rifiuto dei controlli internazionali nascondono semplicemente il bisogno di contare, di evitare la marginalizzazione. Ogni Stato in effetti è consapevole dei rischi politici, strategici ed economici dell'irrilevanza e tanto più lo è l'Iran, che storicamente ambisce all'egemonia regionale in Medio Oriente.
Dunque, nel rapportarci con l'Iran dobbiamo attingere a piene mani al realismo politico. Un realismo etico che ci deve portare a considerare i rischi di un ulteriore isolamento di Teheran e di un eventuale attacco militare contro le sue istallazioni nucleari. In che senso parlo di realismo etico?, si domanda Toscano. L'etica della convinzione potrebbe anche spingerci a colpire l'Iran in nome degli ideali che difendiamo e della legalità internazionale violata, ma l'etica della responsabilità ci deve indurre alla cautela, al buon senso e, finché sarà possibile, al negoziato.
L'elezione di Obama alla Casa Bianca ha posto fine ai dubbi che avevano arrovellato l'amministrazione Bush per otto anni intorno all'opportunità o meno di dialogare con uno Stato canaglia. Obama aveva sciolto positivamente la riserva sin dai primi mesi della sua campagna elettorale ed ora, per la prima volta dalla rivoluzione del 1979, sia a Washington che a Teheran sembra esistere la volontà quantomeno di discutere. Questa la convinzione di Suzanne Maloney, ricercatrice Brookings, che ritiene sia giunto il momento di sfruttare la finestra di opportunità apertasi nel 2006. Nell'ultimo triennio, infatti, la classe dirigente iraniana, dalla Guida suprema, Alì Khamenei, ai riformisti per arrivare ad Ahmadinejad, sembra essersi convinta dell'inevitabilità del confronto con gli Stati Uniti. Il problema è che permane, a tutti i livelli e in tutte le fazioni politiche riformiste o conservatrici che siano, una forte diffidenza nei confronti del Grande Satana, circostanza che impedisce la realizzazione concreta di quanto i vertici iraniani hanno accettato a malincuore da tempo: il riavvicinamento con Washington.Come detto, gli ostacoli e le resistenze sono molteplici ed e qui che l'Europa può giocare un ruolo decisivo, mettendo sul tavolo la sua partnership commerciale con l'Iran e l'esperienza maturata in anni di negoziati con la controparte. Un'esperienza e una profonda conoscenza su cui gli americani non possono contare. Sinora, per timidezza e per via delle sue divisioni interne, l'Europa non ha svolto a pieno il compito di facilitatore che il suo peso politico ed economico le assegnerebbe. Una mancanza che rischia di inficiare ogni prospettiva di risoluzione pacifica dell'annosa crisi nucleare iraniana. Tanto più che lo stallo diplomatico in corso genera nervosismo e rischia di vanificare le buone intenzioni espresse dalla dirigenza statunitense, che si trova a fare i conti con l'inquietudine israeliana che, in mancanza di pronte rassicurazioni, potrebbe presto trasformarsi nella determinazione ad agire autonomamente e drasticamente contro i siti iraniani. Il tempo a disposizione della comunità internazionale per impedire che l'Iran si doti dell'arma atomica è veramente limitato, ma non per questo l'opzione negoziale deve essere scartata. Occorre al più accelerare e i motivi di ottimismo non mancano. In passato, l'Iran ha dimostrato di essere in grado di sedersi a un tavolo e negoziare. Teheran ha dato il suo contributo alla stabilizzazione dell'Afghanistan e, dal 2003 al 2005, ha persino accettato di ridimensionare il suo famigerato programma nucleare. Il fatto che quell'apertura fosse stata concessa in seguito ai contatti intercorsi con l'Ue 3, dovrebbe indurre gli europei a riproporsi con forza come mediatori.Meglio comunque non farsi illusioni. Sebbene siano da respingere le tesi catastrofiste, è evidente che un Iran nucleare rappresenterebbe uno scacco fatale per il regime di non proliferazione che si sta cercando di mantenere in vita e una minaccia diretta alla sicurezza internazionale. Sarebbe un errore ritenere, e so che qualcuno ne è convinto, lascia intendere Pierre Levy (ministero degli Esteri francese), che un Iran dotato dell'arma atomica possa essere controllato secondo gli schemi delle deterrenza classica in auge durante la Guerra Fredda. L'acquisizione da parte iraniana della capacità di colpire con armi non convenzionali allarmerebbe non solo Israele ma anche i governi arabi, rendendo ancor più incerto il quadro regionale e ripercuotendosi sugli instabili teatri afghano, iracheno e palestinese.
La soluzione per evitare un simile scenario potrebbe essere ricercata all'interno del mondo arabo, dove persiste un malcelata ostilità dei regimi sunniti verso Teheran. Le diplomazie occidentali hanno infatti tutto l'interesse a promuovere una coalizione panaraba che abbia la forza di esercitare una pressione coordinata sul governo iraniano per interrompere lo sviluppo del suo programma. Un contestuale impegno della medesima coalizione a favore di una soluzione al conflitto israelo-palestinese non farebbe altro che rafforzarne la legittimazione nel mondo islamico, mettendo in un angolo le forze estremiste (Hamas ed Hezbollah) sostenute dall'Iran e inducendo gli ayatollah al dialogo per evitare l'isolamento.
Robert Kagan, celebre analista del Carnegie Endowment for International Peace, cerca di valutare le reali intenzioni del governo di Teheran. Qual è l'obbiettivo principale del regime? Sopravvivere in un ambiente ostile o arrivare a uno scontro frontale con i suoi avversari? La prima opzione pare la più logica, ma con una precisazione. La Repubblica islamica, almeno sino a quando manterrà i caratteri peculiari su cui è stata fondata trent'anni fa, non ha interesse a sopravvivere tramite il compromesso con il mondo occidentale e con i suoi valori. L'attuale leadership iraniana vuole difendere (e possibilmente esportare) il suo modello politico, culturale e religioso e sa che questa pretesa la pone in rotta di collisione con buona parte del mondo esterno, Stati Uniti e Paesi arabi in testa. Per questo motivo non sorprende che gli iraniani siano indotti a credere che l'acquisizione del potere nucleare rappresenti la garanzia più efficace a tutela della propria sicurezza in un ambiente regionale percepito come ostile.
Non è un mistero che l'establishment iraniano tema la normalizzazione dei rapporti con l'Occidente, ritenendo che l'intensificazione dei contatti e degli scambi culturali con esso possa infettare il Paese con il virus del liberalismo, pericolosissimo per la stabilità e la riproduzione della teocrazia. In effetti, dal punto di vista negoziale Teheran si trova oggi un una posizione invidiabile. Gli iraniani da tempo procedono in questo modo: danno una generica disponibilità a negoziare, intraprendono conversazioni informali e poi formali, attendono e poi fanno saltare il banco per ricominciare daccapo. Il tempo gioca a loro favore e l'unico modo per scardinare questa tattica dilatoria è presentare al governo iraniano un calendario negoziale chiaro e puntuale, evidenziando inequivocabilmente le scadenze, i costi e i benefici di ogni scelta. Per rendere credibile un simile impegno non sarà possibile escludere a priori l'opzione militare. Personalmente, aggiunge Kagan, ho forti dubbi sull'utilità dello strumento militare, ma non menzionarlo nemmeno renderebbe insignificante e velleitaria ogni strategia di ingaggio. So che gli amici europei dissentono, ma i tempi della diplomazia della Ue non sono compatibili con il rapido evolversi della questione iraniana.
E che dire della Russia? Molti, in Europa e negli Stati Uniti, fingono di ignorare la connessione Mosca-Teheran e le criticità che essa solleva. E' una questione di interessi. Non che la Russia ami particolarmente gli ayatollah, ma è altrettanto vero che l'Iran rappresenta un grosso problema regionale per gli Stati Uniti in Medio Oriente, un'area dalla quale Mosca è stata respinta con perdite sin dalla fase finale della Guerra Fredda. Come non ricordare infatti l'atteggiamento accondiscendente dell'Urss davanti alla decisione degli Usa e degli alleati di attaccare l'Iraq nel 1991? Quell'episodio sancì la definitiva uscita di scena di Mosca dalla regione. Da alcuni anni la liaison informale con Teheran (non sempre saldissima data l'imprevedibilità degli iraniani) ha consentito al Cremlino di rientrare dalla porta di servizio in Medio Oriente. Assodato ciò, per il futuro pare alquanto ottimistico pronosticare una qualsiasi forma di reale cooperazione sull'asse Mosca-Washington-Bruxelles. La spina iraniana nel fianco dell'Occidente fa troppo comodo alla Russia. Sicuramente Medvedev e Putin non sarebbero felici di dover trattare con un Iran dotato della bomba atomica, ma sanno anche che non sarebbe certo la Russia il primo obbiettivo degli ayatollah. Toccherebbe ad altri (Israele in primis e quindi gli Usa) l'onere di confrontarsi per primi con il nuovo, ambizioso, soggetto nucleare. Sollecitato dalla platea, Kagan conclude discutendo il parallelo Iran-Corea del Nord che gli viene proposto. Una analogia riscontrabile tra i due Paesi che Bush inserì tempo fa nell'”asse del male” esiste e risiede nel fatto che la diplomazia internazionale probabilmente passerà i prossimi due anni a fare in modo che essi non entrino in possesso della tecnologia nucleare e i successivi trenta ad impedire che accumulino armamenti per utilizzarla o minacciare di farlo. Per il resto, le somiglianze sono poche. La Corea del Nord è uno Stato isolato, marginale e poverissimo, mentre l'Iran ha un passato da potenza regionale, aspira a diventare “la” potenza regionale in Medio Oriente e vorrebbe utilizzare il nucleare per dar corpo a quell'ambizione. Se Pyongyang entrasse in possesso di armi atomiche sarebbe un fatto negativo per gli abitanti della Corea del Sud e del Giappone, se a riuscirvi fosse l'Iran potremmo assistere ad una rivoluzione nei rapporti di forza in un'area strategica enorme, che si estende dal Maghreb all'Afghanistan.
 

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