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Ari Shavit, Haaretz, 2 febbraio 2009,

La vittoria elettorale della destra è inevitabile. Questo il verdetto anticipato di Ari Shavit, editorialista del quotidiano israeliano Haaretz. Un commento evidentemente segnato dall'amarezza di chi vede allontanarsi ancora di più (se possibile) uno sbocco positivo della crisi israelo-palestinese. Benjamin Netanyahu sarà il prossimo primo ministro, prosegue Shavit. Dopo tre anni di governo che potremmo definire di centro-sinistra, è probabile che assisteremo al formarsi di una grande coalizione formata a destra dal Likud, al centro da Kadima e a sinistra dal Labor. Meno probabile, ed auspicabile, un rassemblement governativo fortemente connotato a destra con Likud, Shas e Yisrael Beiteinu. Qualunque sarà l'esito dei negoziati post elettorali per la formazione del nuovo governo pare evidente dai sondaggi che il cuore del nuovo esecutivo batterà a destra, con immaginabili conseguenze sul già dissestato e paralizzato processo di pace.

E' questo forse il risultato di un'improvvisa infatuazione dell'opinione pubblica israeliana per la fermezza e l'estrema durezza promessa da Netanyahu nei confronti della controparte palestinese? Non proprio. La maggioranza degli israeliani mantiene anche in questo frangente storico le sue caratteristiche peculiari, ossia realismo e pragmatismo. La recente guerra di Gaza non può in alcun modo aver alterato l'atteggiamento fondamentale dell'elettore israeliano; una propensione centrista, moderata e dura allo stesso tempo, pronta da un lato a fare concessioni ai palestinesi senza peraltro confidare troppo negli stessi. “Pronti a cedere territori, ma non a fidarsi dei palestinesi”.

Il vero motivo per cui molti israeliani voteranno a destra alle imminenti elezioni è la loro delusione per la leadership centrista che sta guidando il Paese, per la sua incapacità di costruire una chiara azione politica. Quando Ariel Sharon creò Kadima, le sue intenzioni apparivano cristalline: offrire agli israeliani una “terza via” che rimpiazzasse le visioni messianiche della destra e della sinistra con il realismo. Sharon non è mai stato uomo di principi, ma aveva le idee chiare. Egli rifiutava sia lo status quo (perché troppo pericoloso), sia un accordo sul final status che ponesse fine definitivamente al conflitto israelo-palestinese (perché lo riteneva impossibile da raggiungere). Perseguiva per Israele il massimo della sicurezza con il minimo dell'occupazione dei territori palestinesi. In altre parole, un confine che permettesse ad israeliani e palestinesi di condurre il conflitto in “modo accettabile”.

Kadima ha negli ultimi anni disatteso le promesse del suo fondatore che, per quanto assai discutibili, avevano il pregio della concretezza e della praticabilità. Olmert e soci hanno promesso demagogicamente la “pace subito”, alternando grandi aperture ai palestinesi a svolte militaristiche repentine e spesso inefficaci. Il processo di pace si è bloccato e la guerra aperta (contro Hezbollah ed Hamas) è tornata a minacciare la stabilità dell'area. E' ormai troppo tardi per cambiare il risultato della cruciale consultazione elettorale del 10 febbraio, ma è importante realizzare come esso rappresenterà più una sconfitta del centro che una vittoria della destra. Il centro perderà non a causa della sua natura, ma per il fatto di non aver portato avanti una politica centrista, una “terza via”, in questi ultimi tre anni di governo.



N.d.r - Secondo l'ultimo sondaggio
Haaretz-Dialog la ripartizione dei seggi tra le principali forze politiche nella prossima Knesset (il parlamento israeliano monocamerale composto da 120 seggi) potrebbe essere la seguente:

Partiti di centro-destra: Likud (guidato da Benjamin Netanyahu) 28 seggi;
Yisrael Beiteinu ("Israele è casa nostra" - Partito di estrema destra guidato da Avigdor Lieberman) 15 seggi; Shas (forza ultra-ortodossa) 10 seggi.

Partiti di centro-sinistra: Kadima (guidato da Tzipi Livni) 25 seggi; Labor (guidato da Ehud Barak) 14 seggi.
 

Data:





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