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WELFARE E INDIVIDUALISMO

Salari più alti per rilanciare lo Stato del Benessere

Data: 2013-07-05

La società diventa ogni giorno più individualistica. Per una serie di ragioni che non analizzeremo in questa sede, la gran parte delle persone non ha modo di condividere modalità di azione collettiva (men che meno politica) e vive la propria esistenza all’interno di contesti relazionali sempre più ristretti. Già negli anni ottanta Margaret Thatcher poteva trionfalmente negare l’esistenza della società e, dopo un ventennio abbondante di egemonia culturale neo-conservatrice, parlare oggi di azione collettiva e inclusione sociale risulta ideologico e astratto. Molto più efficace la retorica che distingue tra “chi lavora sodo” e chi vive da mantenuto alle spalle dei contribuenti.

Per molto tempo le forze politiche che si richiamano al progressismo (sicuramente in Italia) hanno liquidato simili posizioni come reazionarie e destrorse, rifiutando di prendere in considerazione una tematica invece centrale per un serio e concreto discorso in tema di giustizia sociale. Come spesso accade, dalla Gran Bretagna giunge l’invito ad abbandonare il tabù che relega l’individualismo (inteso come ambizione personale e legittimo perseguimento dei propri interessi) a valore deprecabile ed esclusivo della destra. Già da qualche anno i riformisti più avveduti hanno sdoganato il concetto di meritocrazia, ritenendolo pienamente compatibile con la correzione degli squilibri socio-economici. Perché non riconoscere che anche l’individualismo può essere una leva per creare una società più efficiente e giusta?

La transizione verso una società post-industriale, il declino dei sindacati, il cambiamento del ruolo femminile, la complessità della vita familiare, la più grande diversità etnica, le crescenti disuguaglianze di reddito e ricchezza e il divario più ampio tra regioni, città e periferie. Tutti fattori che fanno sì che le persone siano sempre più individualizzate, sostiene Peter Taylor-Gooby, professore di Politica Sociale all’University of Kent. Sono gli stessi fattori che hanno favorito l’affermarsi dell’individualismo ed espanso fuori misura i bisogni sociali a cui un moderno welfare state dovrebbe provvedere.

Da qui la necessità di una riforma. Per contrastare le tendenza allo smantellamento indiscriminato degli istituti di welfare, i progressisti dovrebbero indirizzare il dibattito in maniera più concreta, dando priorità agli aumenti salariali rispetto alla difesa dei benefit. Basti un esempio: in buona parte del mondo occidentale (Regno Unito e Italia inclusi) si è verificata negli anno una crescita dei costi delle abitazioni del tutto sproporzionata rispetto all’aumento degli stipendi; una circostanza che incide pesantemente sugli standard di vita delle famiglie a medio-basso reddito.

Un’altra priorità riguarda il ruolo della donna nel mercato del lavoro e la risoluzione delle svariate problematiche correlate. Il tema resterà irrisolto fino a quando si valuteranno soltanto i costi di servizi adeguati per l’infanzia, dall’educazione alla cura, che consentano ad entrambi i genitori di coltivare legittime ambizioni professionali.Un lavoro di Dalia Ben-Galim per IPPR dimostra che un ben concepito programma universale per la tutela dell’infanzia avrebbe un costo tendenzialmente pari a zero, poiché l’extra gettito fiscale verrebbe compensato dalle maggiori entrate famigliari dovute al lavoro femminile parzialmente liberato dagli oneri della maternità.

Altro tema cruciale è la reciprocità, che potrebbe formare un perno di un efficiente ed effettivo sistema di welfare, puntualizza Taylor-Gooby. Uno schema previdenziale ispirato alla reciprocità dovrebbe includere anche i contributi non monetari e dunque riconoscere e tutelare il lavoro non pagato a tutela di bambini e anziani, la formazione e l’apprendistato che elevano la produttività e, in genere, il volontariato. Tutte attività che non generano reddito ma creano valore sociale e consentono allo Stato, alle aziende e ai privati di risparmiare. E’ assurdo che chi vi si impegna non abbia una tutela previdenziale che ricompensi adeguatamente i  preziosi servizi resi alla collettività.

L’ultima (ma non ultima) questione sollevata riguarda la convivenza tra individualismo ed equità. Come assicurarla? Garantendo il più possibile uguaglianza di opportunità tra gli individui, finanziando programmi scolari e pre-scolari di supporto ai bambini svantaggiati e sostenendo l’impegno di quegli adulti, meno abbienti, desiderosi di formarsi e aggiornarsi.

In conclusione, l’obiettivo di un sistema di welfare sostenibile deve essere chiaro e comprensibile: permettere alle persone di vivere una vita decente. E una vita decente e dignitosa si fonda sulla capacità di far fronte in autonomia ai propri bisogni. Questo è il presupposto di un sistema contributivo che consenta al maggior numero di persone di dare e avere in ragione delle proprie disponibilità, diritti ed esigenze. Un sistema siffatto non sarebbe criticabile né da chi si oppone ai benefici a pioggia, né da chi trae pretesto dalle inefficienze e dagli sprechi per mettere in atto meccanismi di elusione ed evasione contributiva. Un sistema siffatto permetterebbe di comporre la dicotomia uguaglianza/individualismo e avrebbe le risorse per sostenere coloro che, inevitabilmente, rimangono indietro. (A cura di Fabio Lucchini)







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