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UN SOLO PAESE NON BASTA

L’esilio in Argentina, volontario in Israele nel 1948, gli esordi nel giornalismo, il socialismo sionista, la Critica Sociale

Data: 2010-12-27

Arrigo Levi, Critica Sociale n.9/2010,

“Mi avvicinai a Critica Sociale con un po’ di reverenza e di timidezza. Ero giornalista, giovanissimo. Avevo cominciato a fare il giornalista durante il periodo in cui eravamo in Argentina, durante la guerra, sul giornale “Italia Libera”, un giornale del movimento antifascista guidato dal conte Sforza. Il giornale ebbe una vita breve ed io avevo una parte veramente molto modesta. Facevo anche la rubrica di cucina, e curavo la “pagina della collettività”, corrispondenze che ci giungevano dalle provincie o notizie che ricopiavo dai giornali provinciali. Però ogni tanto avevo l’autorizzazione a siglare (non firmare) dei pezzi e il mio primo pezzo siglato - era mi sembra del 14 maggio ’44 - si intitolava “Con lo sguardo rivolto all’Italia”, che per un corrispondente dall’estero quale sono stato per tanti anni è rimasto, in fondo, un giusto punto di partenza”.
Non ci potevamo credere che fosse proprio “quel” Arrigo Levi, quando è giunta in redazione la sua telefonata. Aveva avuto per caso una copia della Critica Sociale, interessato alla lunga intervista di Benny Morris con Simon Peres, e rivelava di aver scritto per la Rivista di Turati quando a dirigerla era l’erede, Ugo Guido Mondolfo, cui il fondatore la affidò in Francia durante l’esilio. Mondolfo ne riprese le pubblicazioni nell’agosto del 1945 con il “nulla osta alla stampa” degli angloamericani. La registrerà poi nell’ottobre del 1948, assieme al sindaco socialista di Milano, Antonio Greppi, quando ormai la neonata Repubblica aveva una propria legge sulla stampa. Nello stesso anno, il giovane studente Levi, appena reduce da quattro/cinque anni di esilio in Argentina, decide di ripartire, questa volta verso Israele e come volontario, per contribuire a difendere, armi alla mano, i 500.000 ebrei che, accerchiati, rischiavano l’ultimo definitivo sterminio, dopo essere scampati all’Olocausto.

Perchè andò in Israele?

“Vivevo la vita come un dono, in prestito. A me sembrava che non sarebbe valsa la pena vivere se anche questo disastro si fosse realizzato”.
Da Israele scrive per Critica Sociale, nel ‘49. Il primo articolo è sulla “Vittoria del socialismo in Israele”. Lo rileggiamo, nel volume rilegato in rosso nella collezione rimessa in ordine da Faravelli: è impressionante la analogia tra la descrizione della nascita della nuova Nazione sessant’anni fa e come i socialisti abbiano pensato ed agito sessant’anni prima, ovvero cento venti anni fa, nella costruzione della Nazione italiana, unita da appena trent’anni e organizzata come Stato, con Roma capitale, solo da ventuno. L’intervista ad Arrigo Levi diventa ora è una testimonianza preziosa anche per la storia della Critica Sociale. Poter sentire dalla voce di “uno che c’era”, come il socialismo abbia dato la spinta alla costruzione di una Nazione democratica e immaginare come lo stesso debba essere accaduto, in modo analogo e con motivazioni identiche, all’origine della Nazione italiana. Così come nella Germania di Bismark e in Inghilterra a metà Ottocento.
Nel suo libro “Un Paese non basta”, uscito lo scorso anno, Arrigo Levi racconta dello strappo doloroso sofferto dalla sua famiglia nell’essere sradicata da Modena, perchè antifascisti ed ebrei, dopo secoli di tradizione nella città emiliana, radici profonde sin dai tempi del Duca. La famiglia Levi partì verso l’esilio argentino nel maggio del 1942, prima delle leggi razziali. Alla vigilia della partenza da Modena, il padre passò alcune ore solo nello studio, studio di avvocato che il nonno aveva aperto sessant’anni prima, ma ormai vuoto di libri e di fascicoli. Il padre ricordò quelle ore come di estremo dolore. Si sentiva colpito come da “un’ingiustizia disperante ed esasperante”, per l’impossibilità di resistere in un regime di tirannia, dopo cinque secoli almeno, “documentabili”, a Modena. “L’appassionata partecipazione alla guerra, una vita di onesto lavoro, mia e dei miei avi – ricordava il padre – non erano valsi a identificarmi come cittadino nella mia Patria”.

In Italia e in Europa l’avvenire era per tutti, e per gli ebrei in particolare, sempre più cupo.
“Ricordo pochi altri periodi di eguale disperazione nella mia vita (a quindici anni) come le settimane della caduta della Francia che nessuno di noi si aspettava – scrive in “Un Paese non Basta”- L’ascolto di Radio Londra o la lettura dell’Osservatore Romano su cui apparivano gli “Acta diurna” di Guido Gonella, anonimo autore di resoconti quotidiani degli eventi internazionali che facevano obbligatoria la lettura del giornale vaticano per gli antifascisti italiani, offrivano scarse consolazioni”.
L’organizzazione della partenza non fu facile. Andò in avanscoperta a Buenos Aires il fratello maggiore, dove scoprì che era improvvisamente cessata l’autorizzazione dei visti a chicchessia. Solo con l’aiuto del cardinale Copello (arcivescovo di La Plata) fu possibile ottenere un permesso che autorizzava l’ingresso di dieci membri della famiglia Levi.
Per i passaporti e per il Navycert inglese (un lasciapassare della flotta britannica per attraversare l’Atlantico) non ci furono problemi. Le difficoltà sorsero per raggiungere la Spagna, da dove partire con base a Lisbona. Il transito per la Francia di Vichy necessitava di un ulteriore permesso della Commissione italo-francese. Enzo Ferrari, di cui il padre era stato avvocato, giunse perfino a offrire un aereo privato per aggirare l’ostacolo. Ma alla fine, sempre grazie ad un intervento vaticano, il visto arrivò e, con esso, la partenza dall’Italia. Si doveva lasciare la Patria, ma per il regime già cominciavano i primi scricchiolii.
“Poche settimane prima della partenza – ricorda Levi – alcuni amici antifascisti, tra cui l’avvocato Jacchia, anch’egli ebreo e poi capo del CNL bolognese, l’on. liberale Cavallari, di Ferrara, erano già stati avvicinati da emissari di Grandi. Sono ricordi molto lontani, ero un bambino o poco più. Le notizie che si potevano avere in Italia erano molto limitate, però c’era una rete sotterranea di informazioni, per cui quando l’Italia entrò in guerra ricordo benissimo mio padre, che aveva contatti a qualche livello con il potere, dire che ‘questi soldati li abbiamo mandati sulle Alpi a fare l’aggressione alla Francia’ - la famosa pugnalata alla schiena - ed erano vestiti per l’Africa’.
Noi non avanzammo neanche di un metro verso la Francia, l’esercito fascista non era assolutamente all’altezza di fare nulla, era entrato in azione perché Mussolini aveva deciso che ormai la guerra era finita e che conveniva essere dalla parte del vincitore. Noi non sapevamo che sfuggivamo ad una morte quasi sicura, non ne avevamo alcuna idea. Lo studio di papà era stato invaso in una spedizione e semidistrutto nel ’26 l’anno della mia nascita. C’era stato un attentato fallito a Mussolini, e arrivarono a Modena (chissà perché poi a Modena) delle squadre fasciste che si concentrarono su cinque-sei studi di avvocati, fra cui quello di mio zio Pio Donati, deputato socialista morto in esilio, e quello di mio padre, buttando giù i mobili. I fascicoli si salvarono perché il federale fascista di Modena, un grande industriale, Guido Corni, era cliente di mio padre. Avvertì in anticipo l’uomo di studio il quale, senza dir nulla a mio padre (era un sabato ed eravamo in campagna) per paura che papà prendesse la sua pistola di primo capitano della Grande Guerra, si fece aiutare da un giovane robusto cliente di mio padre, Enzo Ferrari, e salvarono i fascicoli. La cosa bizzarra è che sia Ferrari, sia Corni rimasero sempre clienti di papà anche dopo la distruzione dello studio. L’identificazione di mio padre come un antifascista sorgeva per non essere iscritto non soltanto al PNF, ma nemmeno al sindacato degli avvocati, la cui l’iscrizione comportava una dichiarazione di fedeltà al fascismo. Noi eravamo sette figli, papà aveva già pensato di lasciare l’Italia a cavallo fra il ’20 e il ’30. Ma era molto problematico, la nostra era una famiglia numerosa e poi il mestiere di avvocato non è esportabile. Per cui rimanemmo in Italia.
Avemmo ancora una perquisizione un mese prima di partire per l’Argentina, non sapevano nemmeno alla ricerca di che cosa: non c’era nulla da trovare. In Argentina la famiglia Levi resta quattro anni. “Avevo superato, pochi mesi dopo l’arrivo, 36 esami da privatista: cinque di spagnolo, uno per ogni anno di bachillerato (di scuola media superiore), non so quanti in materie scientifiche, così, nel marzo del ’44 mi ero iscritto alla facoltà di Lettere”. Il pensiero era quello di finire prima l’università a Buenos Aires, poi di tornare in Italia e seguire una carriera professorale. Intanto, però, gli toccava lavorare in una ditta che fabbricava valvole.
“Nel frattempo leggevo molto, in particolare Benedetto Croce e la Bibbia, che non avevo mai letto prima in vita mia, e che ebbi la grande fortuna di leggere, da cima a fondo, come un libro qualsiasi, rimanendone come folgorato”. Trasse da queste letture, come ricorda nel suo libro, alcuni metodi di ragionamento ed idee guida, prima di tutto la capacità di eliminare “le false generalizzazioni o pseudoconcetti” contro la tendenza a teorizzare “di giornalisti e sociologi”, e reso invece attento “all’individualità e singolarità degli avvenimenti storici che mi toccò seguire per cercare di capire e di spiegare ai miei lettori”.
Tornato in Italia Levi continua la carriera giornalistica iniziata in Argentina, lavorando a Modena, dal ’46 fino al ’48, “in un giornale che si chiamava Unità democratica, perché allora i giornali avevano questi titoli altisonanti, che era stato diretto prima da un giornalista locale e poi da Guglielmo Zucconi e lì scrivevo di politica internazionale. Un giorno vengo presentato ad alcune persone come il redattore capo, ma in realtà eravamo quattro in tutto. Quindi era ben poco”.
Parte per Israele nel ’48. “Non ero sionista a priori, però in quel momento tutti erano convinti che avrebbero fatto fuori gli ultimi 500.000 ebrei che vivevano in Palestina e questo mi sembrava inaccettabile. Allora scrissi a mia madre ricordandole che papà era partito volontario nel ’15 e io sentivo che, in questo caso, dovevo andare lì. Non era veramente immaginabile restare a guardare. Nel ’48 avevo 22 anni e non avevo finito l’università; lavoravo alla Gazzetta di Modena e Zucconi mi regalò come dono di addio un insieme da barba con scritto ‘Ricordati che è meglio un asino vivo che un eroe morto’. E partii”.
Quando decise di partire, tra marzo e aprile del ’48, la vera guerra non era ancora iniziata, gli eserciti arabi non erano ancora entrati in battaglia e nessuno sapeva se Israele sarebbe sopravvissuto all’aggressione che scattò nel medesimo giorno da parte di tutti gli Stati arabi che lo circondavano, il 15 maggio del ’48: il giorno in cui nacque lo Stato di Israele.
“A me sembrava che non sarebbe valsa la pena vivere se anche questo disastro di fosse realizzato”. Vi era poi anche un sentimento che può dirsi simile ad un senso del dovere in quanto ebreo europeo “che viveva la vita come un dono, o in prestito”.
A determinare la decisione, ricorda, contribuì la visita alla comunità ebraica di Modena di Marcello (Malkiel) Savaldi, “messaggero di Israele”, del kibbutz italiano di Ghivat Brenner, il quale andava di città in città per incitare i giovani a “salire” in Eretz Israel per arruolarsi nella Tzavà, l’esercito che si stava formando.
“Non feci nulla di molto eroico, però con la Brigata del Negev entrammo in Egitto. Ero nella compagnia del genio. Oggi si dice “Genio zappatore”. Facevamo sia costruzioni di genio, sia minavamo e sminavamo campi di mine. Italiani eravamo arrivati in tre. Era un’unità di israeliani che parlavano ebraico, era stata una unità fra le prime costituite dall’esercito. Il mio Israele, e la mia guerra, rimangono ancora il Negev e la guerra nel deserto. Anche il mio “diario di guerra”, che tenni fino alla fine del ’48, scritto in stenografia per renderlo illeggibile (casomai “fosse caduto in mano al nemico”!) è piuttosto povero di azioni eroiche. Arrivammo fino a Bersceva, la porta dell’Egitto, e durante l’ultimo periodo della guerra scavalcammo il confine egiziano e arrivammo fino a Abu Agheila, in pieno deserto del Sinai. Durante la Guerra dei Sei Giorni ritroverò il nome di Abu Agheila sulla carta, quando al telegiornale della Rai mi toccherà di raccontare in diretta la guerra del 1967. Qui ci fu una grande battaglia di carri armati”.
Il ricordo dell’arrivo ad Abu Agheila, oltre il confine egiziano per 37 chilometri, “è quello di una immensa gioia, non perché andavamo a conquistare l’Egitto che non era alla nostra portata, piuttosto perché un esercito di dilettanti, un piccolo esercito di cittadini e contadini, aveva vinto un esercito professionale”. In Israele Arrigo Levi studia l’ebraico quattro ore al giorno, e con una Ico Olivetti inviatagli in regalo dal fratello, scrive: “Dò voce a quello che Israele mi ispira”. E scrive per i suoi giornali emiliani (la Libertà di Piacenza e la Gazzetta di Modena), ma anche per la Critica Sociale, diretta da Ugo Guido Mondolfo, per l’Umanità, giornale saragattiano, e per Relazioni Internazionali.
“Scrivo a Mondolfo, che nulla sa di me, ma scopro poi che c’è un’antica amicizia di famiglia che risale ai tempi di mio zio Pio Donati, il deputato socialista di Modena, fratello di mia madre. Mondolfo è cortese. Pubblicare su queste grandi riviste mi dà un’indescrivibile emozione. L’istinto giornalistico, che la mia Ico Olivetti ha risvegliato, è forte. Non scrivo della guerra, ne so poco. Scrivo, con ragionata ammirazione, della nuova società israeliana, ancora impregnata in quegli anni di spirito socialista, quasi una terza via nel mondo diviso, un socialismo collettivista e democratico, dal basso, con uno stato imprenditore (i sindacati) ed un libero mercato”.
Una differenza abissale con il comunismo sovietico di Stalin, che ha liquidato l’impronta bukhariniana del tentativo di riforma economica, dove un tentativo di libero mercato era stato concepito, pur se si cercava di prevederne gli sviluppi per poter programmare la produzione. Furono tentativi, quello del socialismo pre-stalinista, che “non vanno derisi, furono tentativi di ricerca sociale seria, anche se impossibile perché il mercato ha la sua imprevedibilità”.
Il socialismo in Israele era invece un socialismo democratico, “autogestionario, sul modello, per fare un paragone, di quello yugoslavo. Uno dei kibbutz più importanti era quello italiano. C’è una forte influenza degli ideali Biblici e tanta Europa nella struttura sociale di questo strano giovanissimo Paese, che definivo portatore di ideali socialisti e che sento a me molto vicini”.

Idealità religiose che attirano verso il socialismo?
“Certo. Nella Bibbia la terra è del Signore e non dei proprietari. Ogni cinquant’anni ritorna ai proprietari originari. Ci sono nel socialismo radici indubbie di un pensiero religioso. Anche nel ghetto non c’era nessuno maledettamente povero, perché vi era un obbligo di assistenza reciproca. Il Duca di Modena vessava la comunità ebraica ma non diceva chi. Era la comunità a decidere chi pagava le tasse, quando il Duca le chiedeva o quando chiedeva un contributo per una guerra. L’ebraismo e il Talmud educano alla solidarietà, molto fortemente. Da questo sorge un’attrazione verso le idee socialiste. Persino in Russia, nelle prime fasi del comunismo sovietico, vi era una presenza ebraica al fianco di Lenin molto sensibile”.

Probabilmente Stalin prende il potere anche come reazione “russa”, nazionalista, contro un gruppo dirigente ed un orientamento che in Lenin era accentuatamente internazionalista.
“Stalin è una reazione russa, ma anche antisemita. Apre agli ebrei durante la guerra, ma appena la guerra è finita discioglie immediatamente il comitato per gli ebrei e l’ultimo atto di Stalin è proprio il processo contro i medici ebrei: tutti i principali medici finiscono sotto processo e si salvano solo per la morte di Stalin”.

Quando i sovietici occupano l’est europeo c’è una forte apertura verso gli ebrei, forse perché non coinvolti con i passati regimi?
“Soprattutto sono meno nazionalisti e sono antifascisti. Ma quando ero a Mosca girava la barzelletta sugli ebrei che diceva: “quanti sono gli ebrei sovietici? Dipende. Cioè? Se non c’è il permesso di emigrare in Israele sono 3 milioni, sennò sarebbero 180 milioni”. Questa è una battuta sovietica, perché fiorivano sotto il comunismo, come fiorivano sotto il fascismo le barzellette antifasciste. Ma le barzellette antistaliniste erano un altro livello di barzelletta!”.

Sionismo e socialismo?

“C’era una presenza ebraica nel mondo socialista democratico molto forte. Mondolfo era ebreo, Treves era ebreo, Modigliani. Sono molti i nomi. In ogni caso gli ebrei che uscivano dal ghetto si orientavano anche in direzioni diverse. Ad esempio il sindaco di Ferrara, amico di Balbo, era un ebreo fascista. Naturalmente le leggi razziali furono uno shock per gli ebrei fascisti, mentre non lo furono per quelli antifascisti. A Modena l’ebraismo era fondamentalmente antifascista, mentre a Ferrara c’era una corrente di ebraismo fascista significativa. Anche a Torino. Gli ebrei diventavano fascisti per un eccesso di nazionalismo. Erano diventati nazionalisti italiani e quindi ora diventavano anche fascisti. Dall’altro canto, invece, c’era un’eco di idealità religiose che attiravano verso il socialismo: erano gli ebrei emancipati, laici, non praticanti, ma figli di una generazione che precedentemente lo era e dalla quale sicuramente avevano ricevuto le basi della propria educazione. Anche Treves, da bambino, avrà avuto un’educazione religiosa”.

Dunque il giovane Levi scrive a Mondolfo e scopre una amicizia di famiglia con il direttore della Critica Sociale.
“La Critica Sociale aveva un grande interesse verso questo tipo di socialismo democratico che stava tentando di farsi strada in questo nuovo Paese. Io mando un articolo a casaccio, poi ne mando un altro, due, perché c’era curiosità e interesse per quel che accadeva. E poi c’era indubbiamente una simpatia”.
Nel ricordare questo rapporto con la Critica, Arrigo Levi nel suo libro di memorie si descrive “felice come un bambino quando ricevo una lettera di Ugo Guido Mondolfo che mi chiede altri articoli per “critica Sociale”. Non so se per il lettore questo titolo abbia lo stesso significato che aveva per me, il simbolo di quello che era stato il socialismo in Italia, Turati e Treves e Modigliani e Rodolfo e Ugo Guido Mondolfo. E mio zio Pio, un riferimento ideale per me allora vivissimo. Mi rileggo la lettera dieci volte e scrivo a casa: ‘A qualcosa di più per il momento non posso proprio aspirare, credo di avere avuto molto coraggio a mandare degli articoli non tanto cattivi, e molta fortuna per come sono andati. E’ una bella responsabilità mandare qualche altro scritto”.
Lo “zio Pio” era Pio Donati, avvocato, iscritto al Partito Socialista Italiano e poi al Partito Socialista Unitario di Matteotti e Turati. Fu deputato al Parlamento dal dicembre del 1919 al dicembre del 1923, eletto nella XXV Legislatura e nella XXVI Legislatura del Regno d’Italia. Fu eletto nel consiglio comunale di Modena nel 1920 con 7.091 voti. Amico di Filippo Turati e Claudio Treves, fu il personaggio più eminente del socialismo modenese e il primo bersaglio delle bande fasciste, che cercarono, senza riuscirci, di farlo uccidere dalla folla. Ogni giorno gruppi di fascisti facevano dimostrazioni sotto le sue finestre, con le grida di «Morte a Donati». Dopo lo scontro a fuoco tra la guardia regia e una squadra di fascisti armati, il 26 settembre 1921, che portò alla morte del legionario fiumano, Duilio Sinigaglia, ebreo, lo studio di Pio Donati fu distrutto tre volte. Fu bastonato due volte dai fascisti e fu salvato da amici e da funzionari di pubblica sicurezza che gli erano affezionati. Cominciò a soffrire di ulcera e dovette lasciare Modena per Milano, ospite di Claudio Treves, dove fu ancora minacciato. Si rifugiò quindi a Bruxelles nell’ottobre del 1926. Morì qui di leucemia fulminante il 19 maggio 1927 all’età di 46 anni e fu sepolto nel cimitero di Etterbeck.
Treves gli dedicò un necrologio in uno dei primi numeri del suo giornale «La Libertà», che uscirono listati a lutto. Dopo la prima bastonatura fascista, disse al cognato Enzo Levi, padre di Arrigo Levi: «Sono solo ragazzi, non hanno alcuna colpa, subiscono il veleno, ma contro di loro non posso avere malanimo». Nel ventesimo anniversario della Liberazione, il Comune di Modena decise di traslare le sue spoglie nel Cimitero di San Cataldo, a Modena, insieme a quelle di Francesco Luigi Ferrari, popolare antifascista morto a Parigi il 2 marzo 1933, seppellendoli uno accanto all’altro nel settore cattolico ed ebraico e separandoli con un vetro simbolico. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, visitò le due tombe in forma ufficiale il 19 marzo 2009. Siamo andati a cercare quegli articoli nella Collezione della Critica Sociale, e a pagina 79 nel volume del 1949, la Vittoria del Socialismo in Israele sono cinque colonne fitte, firmate “Arrigo Levi”.
“Fra i tanti elementi che contribuiscono oggi a far convergere in modo particolare l’attenzione del mondo intero verso il nuovo Stato di Israele – scriveva il giovanissimo Levi – uno deve avere certamente, per un socialista d’Italia o, comunque, d’Europa, uno speciale valore; mi riferisco alla vittoria del socialismo ebraico nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del nuovo Stato”. Una vittoria che va analizzata “nei suoi motivi e nelle sue prevedibili conseguenze” per rendersi conti di come mai “ il socialismo ebraico sia giunto, almeno fino ad oggi, ad essere l’espressione più autentica del sionismo stesso”.
Condizioni esterne possono offrire delle chance, ma queste vanno colte: “Una delle più importanti condizioni di vantaggio della classe lavoratrice ebraica – è l’analisi realistica – sembra essere stata quella di aver scelto una strada talmente irta di difficoltà tecniche e politiche, da non temere che il capitale privato, ebraico o non ebraico, considerasse l’investimento in Palestina un buon investimento. Certamente così era più difficile procurarsi il capitale necessario per la costruzione dello Stato, ma d’altra parte una porzione relativamente alta di questo veniva donata dall’ebraismo mondiale alla nascente Nazione e ai suoi organi direttivi prestatali”. Quel che colpisce di questa analisi, riletta a più di 60 anni di distanza, è la lucida autonomia di una visione del socialismo non subordinata al socialismo sovietico, l’unico effettivamente realizzatosi e, per giunta in uno Stato che aveva contribuito in modo decisivo alla sconfitta nazista.
“Apparve sulla scena economica uno strano tipo di capitale, - scriveva Levi - che rinunciava ai propri diritti individualistici a favore della Nazione… Era per il sionismo una grande responsabilità l’amministrazione di questo capitale. Se non fosse esistito sufficiente slancio personale, sufficiente volontà costruttrice, sorretta da motivi ora idealistici, ora pratici,, se fossero prevalsi critei puramente filantropici, miranti solo a risolvere il problema di quegli ebrei che via-via ne avevano abbastanza delle persecuzioni, ma non a creare una Nazione completa e variata nelle sue parti e nella sua economia… non sarebbe sorta la forza del socialismo ebraico, non sarebbe sorto Israele stesso”. Questo strano capitale disponibile per la costruzione del nuovo Stato, agisce “in funzione nazionale e quindi fattore di giustizia sociale, non di sfruttamento”. E qui Levi, con l’artificio retorico del colloquio con un “amico comunista”, fa un raffronto tra il socialismo d’ Israele, e il socialismo sovietico. “( L’amico comunista) si accorge che l’azione delle forze del lavoro in Palestina non è proprio in funzione comunista e filo-russa e quindi argomenta che non vi è una conquista dei capitali da parte dei lavoratori, con una rivoluzione; osserva che non vi è dittatura e quindi argomenta, a priori, che devono esserci i capitali ancora operanti con funzione di sfruttamento della classe lavoratrice. A questo mio amico comunista – scrive Levi nell’articolo per la Critica - però non è naturalmente chiaro per che verso siano sfruttati i compagni dei Kibbuzim dal capitale-terra, o dal capitale-impianti, che viene loro dato in usufrutto permanente a un tasso d’interesse pressocchè nominale e tale da rappresentare solo i diritti della totalità della Nazione sul reddito di ognuno dei suoi figli. E non è neppure chiaro in qual maniera debbano essere sfruttati i compagni delle cooperative di trasporti, che sono proprietari dei mezzi che manovrano che sono sindacati nei loro guadagni solo dagli organi superiori del Histadrut… Accanto al capitale nazionale agisce anche il capitale ebraico privato, perfino il capitale internazionale non ebraico”.
E più oltre spiega che relazione si sia stabilita tra Stato e mercato: “Il socialismo ebraico non poteva e non può certamente opporsi all’iniziativa privata: un’iniziativa, di qualunque genere, è sempre un bene per un Paese che deve farsi le ossa. Però il socialismo non ha assistito passivamente quale spettatore che attende il momento opportuno per entrare in azione; non si è neppure limitato soltanto alle sue funzioni di stretta lotta sindacale; ma ha impiegato tutte le sue forze per “battere sul tempo” l’iniziativa privata, creando per conto suo istituti ed imprese in funzione nazionale e di progresso sociale….e ha imposto al capitale privato stesso, i molti casi, di seguire le regole del gioco (secondo gli interessi nazionali)…Una coscienza dei propri doveri verso la società, maggiore di quanto non si realizzi nel vecchio mondo, è indubbiamente diffusa in tutte le classi e si manifesta in un’infinità di sintomi, e in primo luogo nella mancanza di punte eccessive, sia in alto che i basso, riguardo al tenore di vita medio”.
Due esempi di politiche sociali, in proposito: “ Nessuna legge è mai stata promulgata nel campo delle assicurazioni sociali (malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione, maternità, ecc)Orbene in tutti questi campi, così come per ciò che riguarda i contratti di lavoro, tutte le conquiste della classe lavoratrice furono ottenute con accordi diretti con gli imprenditori, o attraverso iniziative operaie. Le condizioni di vita e lavoro dell’operaio ebraico in Palestina non differiscono gran che da quelle di un operaio di un Paese d’Europa in cui la legislazione del lavoro conta decine d’anni di vita”. Inoltre, secondo esempio, “l’esercito svolge un intenso lavoro di preparazione, per facilitare la creazione di gruppi, che poi si dedicheranno all’agricoltura o creeranno cooperative industriali: il che faciliterà il lavoro di reinserimento di queste masse di giovani nella vita civile, evitando i rischi di una massa di singoli disoccupati e disorientai, che potrebbero cadere preda dello sfruttamento”.
Ritroviamo in questa descrizione della nuova Nazione d’Israele, le origini del socialismo che con le società operaie, il mutualismo, il municipalismo, la cooperazione contribuì a gettare le basi dello sviluppo sociale dell’Italia post-unitaria. “Papà non era socialista, il socialista della famiglia era lo zio, Pio Donati, che era il principale deputato socialista del modenese, personalmente molto amico di Treves e di Turati”.

Mondolfo che tipo era?

“Ho l’immagine di una persona alta, ma molto vaga. L’immagine di una persona alta, asciutta”.

Non hai proseguito a scrivere sulla Critica?

“Sono andato in Inghilterra. Mi sono laureato prima a Bologna e dopo un anno in Italia. Dovendo scegliere - era il momento della scelta, tornare in Israele o no - parto per Londra per conoscere il Laburismo inglese. Trovo lavoro casualmente alla Voce di Londra, alla sezione italiana della BBC. Rimango a Londra, mi iscrivo per prendere un dottorato in teologia e poi conosco mia moglie. Ci sposiamo e rimaniamo a Londra nove anni. Nostra figlia nasce a Londra e a questo punto inizio la carriera giornalistica. Mi sono iscritto ad un partito soltanto per un anno, quando ci fu l’unificazione dei due partiti socialisti: Saragat e Nenni. In quell’anno mi iscrissi e poi, con mio grande sollievo personale, dopo un anno si tornano a scindere e la mia vita politica morì prima di nascere. Mi ricordo benissimo che allora ero alla RAI, ed Enrico Manca, che fece carriera politica, era al telegiornale come redattore capo, era socialista, ed era molto preoccupato a quale corrente avrei aderito. Ma io non avevo una vocazione politica”.

Tu hai conosciuto bene Nenni?
“Nenni l’ho conosciuto, l’ho incontrato più di una volta. Nenni sicuramente l’avrà conosciuto mio zio. In quegli anni c’era un rapporto quasi famigliare negli incontri con Nenni. Però erano incontri di un giornalista che intervistava Nenni, a lungo. Nel rapporto personale che ebbi con Nenni, lo trovai gradevolissimo. Con Saragat c’era un rapporto altrettanto personale e altrettanto forte ed amichevole, di nuovo con questa vaga sensazione che fossi della famiglia. Con Craxi no, rimaneva sempre un rapporto molto distaccato, lui era poco avvicinabile. Con Saragat invce c’era un rapporto di amicizia, forse ancora più forte, per la verità”.

Dove vi eravate conosciuti?

“Dopo Londra ero stato per un anno a Roma per fare il pastonista, cioè il redattore politico del Corriere d’Informazione (allora avevo a volte scritto anche sul Corriere della Sera) e quindi frequentavo il Parlamento: sì, alla Camera si era stabilito un rapporto. Con Saragat c’era un rapporto che rimase molto solido. Mi ricordo l’accordo a Ginevra sull’Alto Adige, concluso con una colazione: Saragat era Ministro degli esteri e aveva come capo di gabinetto uno un po’ altezzoso, che quando vide il rapporto così amichevole con Saragat di colpo passò al tu. Era un diplomatico di carriera. Però il mio rapporto col mondo socialista rimase un rapporto saltuario. Avevo votato Saragat, e quando si unificò, anche il Partito Socialista. Ma ho votato anche La Malfa. Avevo un rapporto amichevole anche con La Malfa. Invece non ho mai votato DC e non ho mai votato PCI. Anche se con i comunisti c’è sempre stato un rapporto particolare. Noi avevamo molti amici comunisti, mentre non avevamo nessun amico del MSI. Non posso immaginare nessuno, se non arrivare al Fini degli ultimi anni, con cui possa dire di aver stabilito un rapporto non dico di amicizia ma di conoscenza. Mentre invece con i comunisti il rapporto era rimasto, perché era fondato sull’antifascismo. Nei comunisti c’era qualcosa di miracoloso: come siano riusciti allora in un anno a fare la Costituzione italiana rimane un fatto quasi miracoloso, inaspettato, incredibile. Però la radice di questo era l’antifascismo. Sia con i colleghi comunisti, come Maurizio Ferrara a Mosca o Augusto Pancaldi, oppure Augusto Livi, che quando è morto l’ho ricordato sulla prima pagina dell’Unità, perché nessun altro se lo ricordava, c’era un rapportodi forte amicizia. Insomma si era dalla stessa parte. Solo che loro erano anche comunisti, tenevano più meno per lo stalinismo. Non l’ho mai capito”.

Una curiosità, il ghetto scompare con l’Unità d’Italia?
“Sì. A Modena le cancellate del ghetto erano sulla Via Emilia, praticamente all’altezza del Duomo ed erano le cancellate che chiudevano il ghetto. Poi vengono abbattute le cancellate e una parte del ghetto viene abbattuta. Viene costruita una nuova grandiosa sinagoga che è forse l’edificio di fine secolo più bello di Modena e il più impegnativo che fu restaurato anche in tempi recenti. Erano comunità ancora grosse, di un migliaio di persone, la piazza diventa piazza della Libertà e poi piazza Mazzini”.

E’ una cosa un po’ sottovalutata la scomparsa dei ghetti con l’Unità d’Italia.
“Per molti Ebrei è la liberazione dal ghetto. Si liberano del ghetto, escono dal ghetto finalmente con quelli che erano patrimoni monetari accumulati. Fra gli Ebrei non c’era analfabetismo perché si studiava nei Testi Sacri. Le persone importanti del ghetto non erano i più ricchi, erano i chacham, i saggi. Chacham era quello che aveva più autorità. Il mio bisnonno sposa la figlia di uno molto ricco perché lui è un Levi chacham, ma povero. Però lei no, lei era figlia di uno ricco, Formiggini che aveva fatto i soldi e di cui si era molto orgogliosi in famiglia che fosse soprannominato “panza” perché aveva la pancia piena di bugie. Era diventato un ricco commerciante partendo dal nulla. Dobbiamo pensare che la prima parità per gli Ebrei è con lo Statuto Albertino. Le lamentele dei rabbini per il fatto che il mondo ebraico si andava laicizzando cominciano anche prima, con la Rivoluzione Francese. In Italia subito dopo perché le prime uscite dal ghetto ci sono dopo la Rivoluzione Francese - poi vengono rinchiusi in ghetto di nuovo - ma i ghetti si erano aperti per un periodo. Finchè l’Italia era occupata dai francesi il ghetto si era aperto. C’era fermento e la presenza ebraica nel Risorgimento è una presenza molto forte, con personaggi importanti e significativi.
Nel libro di fotografie di famiglia della nonna c’è la fotografia dell’antenato garibaldino, ma c’è anche la fotografia di Garibaldi a cavallo perché Garibaldi era una persona di famiglia, era considerato come qualcuno che aveva contribuito a fare quell’Italia unita dove gli Ebrei si ritrovano, escono dall’isolamento, diventano italiani, come i veneti, i napoletani, i lombardi, ecc. E con una rapidità straordinaria dicono addio al ghetto e in gran numero dicono addio largamente anche alla religione, alle pratiche religiose perché la pratica religiosa era molto rigida e molto impegnativa”.

Una domanda conclusiva su Israele oggi.
“Non ho nessun rapporto di amicizia o di identificazione con la destra israeliana oggi al governo, nel modo più assoluto. Sono degli irresponsabili che non si rendono conto di quello che fanno. Il mio legame politico con Israele si ferma a Rabin, si ferma all’ultimo governo di Peres. Io ho una bella fotografia con Peres mentre mi abbraccia, ma il mondo israeliano non è certo questo mondo di religiosi oltranzisti, di ex russi - poco ebrei e molto razzisti - perché c’è stata una immigrazione russa che ha sconvolto proprio la base elettorale, c’è stata una immigrazione di un milione di russi, dei quali, tra parentesi, gli ebrei veri erano la metà, gli altri erano “parenti di…”: hanno portato dei bravissimi scienziati, degli studiosi, per cui hanno arricchito Israele di molte cose, ma sono spesso di un nazionalismo che risente forse di una visione sovietica del mondo. Per cui oggi guardando ad Israele penso: “beh non si rendono conto che la sola vera garanzia di sopravvivenza di Israele - anche se, quando si va in Israele, è incredibile immaginare che sia in pericolo la sopravvivenza di Israele - l’unica vera garanzia è la pace con i palestinesi e la nascita di uno Stato palestinese”. Questo Rabin l’aveva capito molto bene, l’aveva detto e ripetuto. Però ora c’è una ubriacatura nazionalista che rischia di esaltare il rapporto con la terra. Sì certo, la terra di Israele nasce così. Ma non basta loro che lo Stato sia chiamato lo “Stato di Israele”, deve diventare lo “Stato ebraico”. Lo “Stato di Israele”, invece, mi pare che basti”.

Nel governo, tuttavia, c’è un laburista come Barak.
“Barak è ambiguo. Il tentativo del negoziato all’epoca di Barak fallisce perché anche dall’altra parte, da part di Arafat, c’è ambiguità. E’ un fatto che Arafat disse in un discorso riservato: “Intanto dobbiamo fare la pace, poi dopo ci penseremo. Una volta fatta la pace e una volta avuto il nostro Stato, Israele ci penseremo dopo come liquidarlo”. Però era giusta la valutazione di Simon Peres che comprese il fatto che il leader palestinese dovesse giustificare una politica di riconoscimento di Israele. Che infatti avviene per la mediazione scandinava, che ha esito positivo, e che porta a quello strano Nobel a tre, e cioè il Nobel di Rabin, Peres e Arafat. Bisogna solo sperare che questa ubriacatura della destra, che non è mai stata la maggioranza vera in Israele, perlomeno non era la maggioranza in Israele quando nacque lo Stato, cessi. Ben Gurion dopo che con la guerra del ’67 venne occupata tutta la Palestina, era del parere di restituirla in fretta, perché si rendeva conto del pericolo . I governi laburisti esitano molto prima di decidere di insediare e di espandere le colonie. Oggi vedo una situazione molto critica, anche perché l’opposizione a questa politica nazionalista, è una opposizione di alto livello, di intellettuali, di scrittori famosi nel mondo, ma probabilmente sono in conflitto con un umore, una sensazione, uno strano miscuglio di paura e di bisogno di sicurezza eccessivo. I due estremismi si sposano. C’è uno stato d’assedio islamista che spinge ad una reazione dura e rigida in Israele. Bisogna anche pensare che dopo l’evacuazione della Striscia di Gaza, fatta con la forza per portare via gli ebrei insediati, incominciano a sparare proprio dalla Striscia di Gaza, dove si radica un nazionalismo di matrice religiosa, quello di Hamas, degli Hezbollah, eccetera.
Arafat non rappresentava un nazionalismo di radice religiosa, non era islamista, era palestinese. Adesso il mondo cristiano si accorge di quel mondo di estremismo. I cristiani ora stanno scappando dai paesi islamici. In realtà l’unico paese della regione dove vivono pacificamente è Israele, perché negli altri Stati i cristiani sono effettivamente oggetto di persecuzione da parte di un’ideologia perversa che non è islamica, ma islamista, come diciamo noi per essere buoni”.

E’ possibile la democrazia nell’Islam?
“Per l’Islam rimane un problema, in qualche modo quasi insoluto, quello della modernizzazione, dell’adeguamento al mondo moderno. Bisogna pensare che l’Islam era il centro della civiltà fino al ‘600-‘700. Fino al ‘700 si sentivano al vertice della civiltà. Si accorgono dell’Occidente, solo quando l’Occidente sviluppa delle armi più potenti, quando nasce il colonialismo: improvvisamente si trovano emarginati dalla posizione di primato nella civiltà, nella cultura, nel benessere e nell’ economia. Questo soprattutto nel mondo arabo. Il resto del mondo islamico oscilla: il Pakistan traballa, l’Indonesia ha una presenza di fanatismo religioso, in Marocco è il principale consigliere del re è ancora un ebreo, che io ho conosciuto. Ma dal mondo islamico sono scomparsi gli ebrei e adesso stanno scomparendo i cristiani. E’ una fase difficile, perché oscilla fra Paesi autoritari, ma non estremisti religiosamente, e Paesi invece dove germoglia un estremismo di radice religiosa molto notevole.
Io ho partecipato a diversi convegni inter-religiosi tramite il mio rapporto con Sant’Egidio. Ho un rapporto molto amichevole, fraterno direi, con Monsignor Paglia e con Andrea Riccardi, che dura ormai da una decina di anni e più. Scrissi il libro “Le due fedi”, ed il libro che seguì era “Dialoghi sulla fede”, un dialogo con Paglia e con Riccardi. In genere, nei convegni interreligiosi, ognuna delle parti dice: “Come siamo buoni noi”. Ora capisco che non ci debbano essere dei cristiani che accusano e criticano gli islamici e viceversa; ma un po’ di autocritica io l’ho sempre ritenuta necessaria. L’ho detto anche ai miei amici di Sant’Egidio: ‘Sono molto belli questi vostri convegni, ma sarà più bello il giorno in cui non vi direte soltanto che vi volete bene reciprocamente e che siete tutti buonissimi, ma direte anche che siete stati cattivi. Forse non lo siete adesso, ma lo siete stati’. C’è la lettera al Papa dei 250 saggi islamici: una lettera di grande apertura anche nei confronti dell’ebraismo. Però è una società che non fa capo a nessuno, nell’Islam non c’è un Papa. Io ero convinto che non avrei visto mai la fine del comunismo e dello stalinismo dell’Unione Sovietica, mentre pensavo che avrei visto la pace in Israele. Mi rendo conto invece che, misteriosamente, ho assistito alla fine del comunismo. Ho scritto tanto sulla crisi del modello sovietico post-staliniano, chiaramente un sistema in crisi, ma non sapevo quando sarebbe entrato in crisi definitiva. Sapevo che sarebbe entrato in crisi, ma non ero sicuro che avrei visto questa fine. Mentre alla pace in Israele confesso di averci creduto, per un certo periodo. Dopo la conversione all’accettazione di Israele da parte di Arafat, ho pensato che veramente ci sarebbero riusciti. Invece no”.

Adesso non ce la faranno?
“Non oso più esprimere delle previsioni. Ovviamente uno deve avere la fede. La fede, in fondo, è un qualche cosa di non razionale che non richiede spiegazioni. Uno deve pensare che prevarrà il buonsenso. Non credo che l’Iran oserà mai lanciare un’atomica su Israele. A parte il fatto che ammazzerebbe per metà degli islamici, (che loro potrebbero pensare: ‘vabbè le vittime islamiche poi vanno in paradiso dove ognuno sarà atteso da sessanta vergini, mentre gli ebrei andranno al diavolo’). Però, tutto sommato, non credo che questo accadrà. Ma vedo un indurimento della linea della politica israeliana che va molto al di là del “muro” (che è soprattutto protettivo); è l’insediamento al di fuori del “muro”, questo continua a crescere. Se non si accetta che Gerusalemme diventi la capitale di tutti e due gli Stati, non ci sarà la pace. I palestinesi non possono immaginare un loro Stato che non abbia una capitale a Gerusalemme; del resto la capitale israeliana a Gerusalemme lo è per modo di dire, non è nella Gerusalemme dentro le mura, è sempre fuori. Tutte le sedi del governo sono esterne a Gerusalemme, non sono dentro le mura”.

Si potrebbe trovare uno statuto speciale.
“Per Gerusalemme antica si potrebbe trovare semplicemente la soluzione di una capitale mista. Dentro la Gerusalemme storica, dentro le mura, c’è una popolazione mista, ci sono gli uni e gli altri, e ci sono anche gli Armeni. Se si vuole fare un convegno di pace, lo si fa nel quartiere armeno perché sono i più buoni. Ormai ho 84 anni e sto incominciando a perdere la speranza di vedere la pace. Vedo un certo pessimismo che si riflette anche negli ultimi scritti, gli intellettuali cominciano a dare segni di una certa perdita di fiducia, anche perché sono abbastanza isolati, sono famosi all’estero e famosi anche in Israele, però non hanno dietro un movimento politico forte”.

Nell’intervista con Benny Morris come ti sono sembrate le conclusioni del Presidente Shimon Peres? Quella battuta finale: “La differenza tra noi è che voi ne parlate, ma a noi la storia tocca farla”?
“Peres è giustamente realista e in fondo ottimista, lo deve essere. Se perfino Peres si dichiarasse non fiducioso del futuro vorrebbe dire che allora non c’è più speranza. No, Peres deve continuarea darsi da fare e a sperare. Se io fossi in Israele, militerei ancora in un campo della speranza, però mi darei da fare. Si danno da fare alcuni, ma insomma! Io ho dei nipoti in Israele dei quali la maggioranza sono pacifisti e appartengono al campo della pace. Ma è una situazione in qualche modo peggiorata dall’una e dall’altra parte, perché la corrente estremista fanatica islamista prima non c’era. Fino a qualche anno fa tutti i sondaggi (ma ancora oggi in realtà) davano sia da parte palestinese che da parte israeliana un 60-70% per la pace. Due terzi della popolazione sia fra gli uni, che fra gli altri era, era a favore dei due Stati e del riconoscimento reciproco. Adesso gli ultimi sondaggi credo che siano un po’ peggiorati, ma di poco, dall’una e dall’altra parte. Gli israeliani non pensavano, liberando Gaza, di far nascere un pezzo di Stato palestinese estremista, fanatico, religioso che mira alla distruzione di Israele, non lo immaginavano. Non c’è molto che si possa fare lì. Noi che viviamo in Occidente possiamo fare qualcosa: l’America vi ha provato ripetutamente, Clinton ci ha provato, Obama ci ha provato. L’America di Obama adesso sarà ripiegata sui suoi problemi economici. Però se fallisce il tentativo di spiegare a Netanyahu che deve sospendere gli insediamenti e deve cedere su Gerusalemme. Insomma la cosa angosciosa è che quale sarà l’accordo (se mai ci sarà) lo sappiamo da vent’anni, da trent’anni. Quali saranno le clausole, che ci vorrà una capitale dall’una e dall’altra parte di Gerusalemme, che ci vorrà una correzione di confini, che ci vorranno delle agevolazioni per riunificate le due metà dello Stato palestinese. Tutto questo lo sappiamo già. Questa è una cosa drammatica perché l’accordo poi non si è mai scritto e non si è mai concordato neanche con Arafat. Il negoziato guidato da Clinton era arrivato molto ma molto vicino. Tutti noi sappiamo quale sarà l’accordo finale, non è che si può inventarne uno diverso. E’ una cosa assurda, è da vent’anni che si può scrivere il trattato di pace, però non è ancora stato scritto”.

Una conclusione problematica.
“Purtroppo sì. Devo andare in Israele, tra pochi mesi, in primavera mi hanno invitato ad un convegno su “Politica e Cultura”. Sarà un’occasione per una maggiore consapevolezza di quello che sta succedendo”.
Non lo chiediamo per non impegnare subito ad una risposta, ma facciamo conto che possa scrivere dopo il prossimo viaggio in Israele, ancora sulla Critica Sociale. Vedremo. Il colloquio si è svolto nel suo studio di Consigliere del Presidente della Repubblica, nell’edificio che ospitava gli alloggi della Guardia Svizzera (quando il Quirinale era la sede “politica” del Papato) di pomeriggio. “Un’eccezione”, ci confida accompagnandoci all’uscita, dopo averci mostrato il lunghissimo corridoio al secondo piano della Manica Lunga, una loggia con vetrata sullo stretto cortile interno, che collega gli Uffici della Presidenza con i grandi Saloni del Palazzo. Un’eccezione per la Critica Sociale. Abbiamo quindi buone speranze.

Critica Sociale






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