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IL LEADER SPEECH

Il discorso di investitura alla Conference laburista di Manchester

Data: 2010-10-03

Ed Miliband, Manchester, 28 settembre 2010,

Delegati, mi presento oggi davanti a voi per accettare la guida del Partito.
Una nuova generazione è da oggi alla guida del Labour. Non ci sono dubbi. È una generazione diversa: atteggiamenti diversi, idee diverse, modi diversi di fare politica. Oggi voglio dirvi chi sono, cosa credo e come stiamo per fare la cosa più importante che dobbiamo fare - riconquistare la fiducia del nostro Paese.

Noi tutti condividiamo una profonda convinzione che ci ha portato ad aderire a questo Partito e a riunirci in questa sala. Ma ognuno di noi ha la sua storia personale e voglio raccontarvi la mia. Nel 1940, mio nonno, insieme a mio padre, riuscirono a scappare in extremis dal Belgio occupato dai nazisti per poi trascorrere il resto della guerra nascosti in un villaggio, ospitati da un coraggioso contadino locale. Allo stesso tempo, dall'altra parte dell'Europa, mia madre, che allora aveva cinque anni, assisteva alla marcia trionfale delle truppe hitleriane in Polonia.  Trascorse il resto della guerra in un convento e poi ospite di una famiglia cattolica.

Il mio amore per questo Paese viene da questi antefatti. Due giovani hanno vissuto l'oscurantismo anti-ebraico che ha intossicato l'Europa per trovare infine nella Gran Bretagna una patria sicura e libera. Arrivarono con nulla, questo Paese ha dato loro tutto. Ha concesso loro tutto ciò per cui una vita merita di essere vissuta: speranza, amicizia, opportunità e famiglia. E loro hanno preso al volo quelle opportunità. Hanno lavorato sodo, ce l'hanno fatta.

...

Ciò che i nostri genitori hanno dato a me e David è quel che io vorrei per ogni bambino in questo Paese: una casa sicura e amorevole; incoraggiamento e spinta a riuscire nella vita. In un certo senso, la mia è stata una famiglia come tante altre, ma è stata anche un po' differente. Non a tutti capita di aver un padre autore di un libro che sostiene l'impraticabilità della via parlamentare al Socialismo!

...

Ho imparato una grande lezione dalla testimonianza di vita dei miei genitori. Non dobbiamo accettare il mondo così come ci si presenta, ma abbiamo la responsabilità di lasciarlo migliore di come l'abbiamo trovato e di non rimanere inerti di fronte alle ingiustizie. Libertà e opportunità sono doni preziosi e scopo delle nostre politiche è di espanderle, per la nostra gente. E' una fede che non ho appreso nei libri, nemmeno in quelli di mio padre. E' qualcosa in cui mi sono ritrovato immerso dalla nascita.

Ed è questo il motivo per cui io e  David abbiamo dedicato le nostre vite alla politica. E' questo il motivo per cui mi impegnerò oggi davanti a voi e per cui mi farò guidare dai miei valori in tutto ciò che farò. I miei valori saranno il saldo ancoraggio al quale mi aggrapperò  quando si cercherà (e so che accadrà) di distrarmi dal mio obbiettivo. Il senso di ciò che è giusto e sbagliato, secondo le mie convinzioni, non mi abbandonerà.

Sono così onorato di essere stato scelto come leader di questo partito e so che voi tutti condividete i miei valori. E sono orgoglioso di quanto fate quotidianamente in ogni angolo del Paese. Voglio ringraziare tutti voi per lo straordinario lavoro svolto in campagna elettorale. E' solo grazie a voi che lo scorso mese di maggio i Conservatori non hanno ottenuto la maggioranza assoluta che sembrava inevitabile.

...


Ma guardiamo in faccia la realtà.

Abbiamo ottenuto un risultato negativo. Pessimo. Siamo fuori dal governo. E lasciatemelo dire, non c'è proprio alcunchè di positivo nell'essere all'opposizione. Ogni giorno lontano dal potere consente alla coalizione tra Conservatori e Liberaldemocratici di danneggiare la nostra comunità, impedisce a noi di operare per il cambiamento.  Promettiamoci che questo governo durerà un solo mandato.

Ma per far sì che accada dobbiamo imparare alcune lezioni dolorose su ciò che non ha funzionato. Significa riscoprire il significato della parola "umiltà". Non dobbiamo incolpare l'elettorato per aver scelto un governo che non ci piace, dobbiamo incolpare  noi stessi. Dobbiamo comprendere perché la gente ha deciso di non votarci.  Dobbiamo dimostrare comprensione per i problemi che la gente si trova ad affrontare oggi. Questo richiede una leadership forte. Non sarà sempre facile e potreste non sempre essere d'accordo con me. Tuttavia, mi avete eletto per guidarvi e io vi guiderò.

Questo Paese si trova di fronte delle scelte difficili. Noi abbiamo di fronte scelte difficili. E dobbiamo cambiare. Eravamo instancabili e radicali - ricordate lo spirito del 1997 - ma alla fine del nostro periodo al potere abbiamo smarrito la bussola. La lezione più importante del New Labour è questa: ogni volta che abbiamo fatto progressi l'abbiamo fatto sfidando il senso comune.

Pensate a come abbiamo enfatizzato l'importanza di essere duri col crimine e con le cause del crimine. Avevamo ragione. Pensate a come abbiamo ribaltato l'impressione di voler tassare per il gusto di farlo e di essere ostili alle imprese. Abbiamo fatto bene a cambiare. Tony e Gordon hanno messo in questione il senso comune nel nostro partito, ed è per questo che sono riusciti a cambiare il volto della Gran Bretagna. Erano riformisti, infaticabili e radicali.

Secondo le vecchie teorie, l'efficienza economica era inconciliabile con la giustizia sociale. Introducendo il salario minimo, gli sgravi fiscali, il New Deal, essi (Blair e Brown, ndt) hanno dimostrato che si trattava di una falsità. Io sono orgoglioso del fatto che i governi laburisti abbiano sollevato dalla povertà centinaia di migliaia di bambini e di pensionati, sono orgoglioso perché abbiamo creato il più alto livello di impiego nella storia della Gran Bretagna. Secondo le vecchie teorie, i servizi pubblici erano destinati inesorabilmente a peggiorare, a diventare di seconda classe. Ma noi abbiamo sfidato e smentito questo modo di ragionare. 

Vengo dalla generazione che è stata costretta a seguire le lezioni scolastiche in prefabbricati o in ospedali fatiscenti. In diciotto anni di governo, i Conservatori non hanno fatto niente per risolvere le situazioni di disagio sociale. Noi lasciamo in eredità una generazione per la quale edifici scolastici nuovi e ospedali funzionanti sono stati una realtà quotidiana. Posso anche dirmi orgoglioso del salvataggio da parte nostra del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo le vecchie teorie, non sarebbe mai stato possibile cambiare l'atteggiamento generale nei confronti dei gay e delle lesbiche.

...

Dobbiamo essere orgogliosi perché il risultato del nostro impegno per l'uguaglianza è che oggi ci sono coppie omosessuali che formano delle partnership civili e le celebrano con le loro famiglie e i loro amici.

Secondo le vecchie teorie, dominanti negli ultimi trecento anni, il Galles e la Scozia potevano scegliere solo tra due opzioni secche: o il rigido centralismo di Londra o la separazione dal Regno Unito. Dobbiamo essere orgogliosi del fatto che il Labour abbia istituito assemblee parlamentari gallesi e scozzesi.

...

E sono così orgoglioso del fatto che, contro ogni previsione, siamo riusciti a raggiungere la pace in Irlanda del Nord; uno dei più grandi risultati ottenuti da Tony Blair e lasciati in eredità a questo Paese.

Secondo le vecchie teorie, le sfide del mondo erano troppo grandi per una Paese piccolo come il nostro. Grazie al nostro impegno, la spesa nell'assistenza allo sviluppo si sta avvicinando ai nostri obbiettivi, 40 milioni di bambini vanno a scuola ogni giorno e 200 milioni sono protetti dalla malaria. Tutto ciò non sarebbe mai accaduto senza la leadership di Gordon Brown come cancelliere dello Scacchiere e primo ministro.

Tony e Gordon hanno avuto il coraggio di cambiare la Gran Bretagna.
È stato quel coraggio che ci ha resi una forza politica di successo.
Ma dobbiamo anche capire dove abbiamo sbagliato. Sono convinto che la Gran Bretagna sia più equa e più forte di 13 anni fa. Ma non possiamo non chiederci come abbia potuto un partito forte di tanti successi perdere 5 milioni di voti tra il 1997 e il 2010.
Non è successo per caso.

La dura verità per tutti noi in questa sala è che un partito che ha iniziato la sua ascesa prendendo di mira il senso comune è diventato prigioniero delle sue stesse certezze. Mentre il mondo attorno a noi cambiava - dalla finanza globale, all'immigrazione, al terrorismo - il New Labour perdeva la capacità di adattarsi e trasformarsi, caratteristiche su cui si fondava la sua forza politica. Col passare del tempo, abbiamo finito per somigliare sempre più a un nuovo establishment.

Lasciate che mi rivolga al Paese: avete visto la peggiore crisi finanziaria in una generazione e capisco la vostra rabbia nei confronti di un Labour che non ha fatto niente per cambiare l'assunto della City secondo cui la deregulation era la risposta. Volevate che le vostre preoccupazioni sull'impatto dell'immigrazione nelle nostre comunità fossero ascoltate e capisco la vostra frustrazione per non averci sentito dalla vostra parte. Capisco anche la preoccupazione per il futuro dei vostri figli, a fronte di livelli di indebitamento personale sempre più elevati, anche a causa delle tasse scolastiche. Vedevate il lavoro scomparire e la sicurezza economica minata, e capisco la vostra rabbia verso il governo laburista mentre vi rassicurava parlando di cicli economici. E capisco anche che la promessa di una nuova politica fatta nel '97 è finita per sembrare vuota dopo lo scandalo dei rimborsi dei parlamentari. E dobbiamo proprio essere sembrati il nuovo establishment, sia per le compagnie che abbiamo frequentato, sia per lo stile della nostra politica, sia per la nostra lontananza dalla gente.

Sono qui davanti a voi e voglio essere chiaro sul mio compito: fare di nuovo del Labour una forza che contesti i luoghi comuni della politica, non ceda loro, si faccia portavoce della maggioranza delle persone e che occupi il centro della scena politica. E vi dirò una cosa: se non siamo noi quel tipo di partito, nessuno lo sarà.

Questa nuova generazione che guida il nostro partito è umile rispetto al passato e idealista verso il futuro. È una generazione che si batterà sempre per il bene della maggioranza. E' una generazione che combatterà per il centro, che non si farà dominare o definire dai propri avversari. Siamo assetati di cambiamento. Questa settimana ci imbarchiamo per il viaggio verso la riconquista del potere

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Questa generazione vuole cambiare la nostra economia così che funzioni meglio per i lavoratori e non serva solo i bisogni dei pochi che stanno in cima alla scala sociale. Vogliamo cambiare la nostra società, in modo che valorizzi le comunità e la famiglia e non solo il lavoro, perché sappiamo  che la vita merita di essere vissuta a pieno e non deve essere assorbita soltanto dalle preoccupazioni su come arrivare alla fine del mese. Questa generazione vuole cambiare il modo in cui il governo funziona, perché conosciamo il ruolo positivo che lo Stato può avere nel cambiare la vita delle persone, ma anche quanto esso possa essere frustrante se non viene riformato. Questa generazione vuole cambiare la nostra politica estera, così che sia fondata sui valori e non solo sulle alleanze. E ancora, siamo consapevoli che per cambiare il Paese abbiamo bisogno di una nuova politica. Soprattutto, io guido una nuova generazione che non è legata alle paure e ai fantasmi del passato.

Ora che cerchiamo di uscire dalla crisi economica globale, abbiamo di fronte una scelta.

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Io credo fortemente che dobbiamo ridurre il deficit. Ci saranno tagli e ci sarebbero stati anche se fossimo stati noi al governo. Non mi opporrò a tutti i tagli proposti dalla coalizione.

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Lo dico perché la credibilità sul piano fiscale che ci siamo guadagnati prima del 1997 l'abbiamo sudata e dobbiamo riguadagnarcela entro le prossime elezioni. Ma, come sono serio sulla riduzione del deficit,lo  sono anche sulla necessità di operarla tenendo conto delle lezioni basilari dell'economia, della giustizia e della storia.

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Il vero patriottismo è ridurre il fardello del debito pubblico che lasceremo ai nostri figli. Ma, signor Cameron, il vero patriottismo è anche costruire una economia e una società che permetteranno ai nostri figli di viverci e lavorarci. I Conservatori erano un tempo il partito dell'ottimismo, ma ora tutto quello che offrono è un punto di vista cupo e pessimista su ciò che il futuro ci offre. Nascondendo il tutto dietro il paravento del deficit.

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Abbiamo bisogno di un piano per cambiare. Un piano per riformare le banche, investire nelle industrie del futuro e sostenere le piccole imprese e gli imprenditori che possono essere la linfa vitale della nostra economia. La nuova generazione del mio partito capisce la fondamentale lezione del New Labour che rimanda al fatto che si debba costruire la prosperità oltre e che ridistribuire le risorse.

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Farò del Labour il partito dell'impresa e della piccola impresa. Il New Labour aveva ragione a essere entusiasta delle opportunità che vengono da un mondo più connesso, ma questa nuova generazione riconosce che non abbiamo fatto abbastanza per rispondere alle preoccupazioni su alcune delle conseguenze della globalizzazione, compresa l'immigrazione. Tutti ne abbiamo sentito parlare. Come l'uomo che ho incontrato nella mia constituency (collegio elettorale di riferimento, ndt), il quale mi ha detto di aver visto i salari dei suoi amici abbassarsi come conseguenza dell'immigrazione. Se non capiamo perché quell'uomo è arrabbiato - e non c'entrano i pregiudizi - allora non riusciremo a servire coloro che dobbiamo rappresentare. Sono figlio di immigrati. Non penso affatto che dobbiamo tornare indietro sul libero movimento dei lavoratori in Europa. Ma non avremmo mai dovuto far finta che non avesse conseguenze. Conseguenze con cui avremmo dovuto misurarci.

Dobbiamo sfidare il luogo comune secondo cui la flessibilità dei mercati del lavoro sia sempre la risposta. Ai datori di lavoro non dovrebbe essere permesso di sfruttare gli immigrati in modo da abbassare il livello dei salari. E, se vogliamo libera mobilità dei lavoratori in Europa, è opportuno che le nostre economie prevedano standard lavorativi adeguati. E, come riconosce qualunque paese democratico, è vitale che i lavoratori abbiano una voce che parli a loro nome. Sindacati responsabili sono parte di una società civilizzata.

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Ma tutti noi in questo movimento abbiamo una grande responsabilità. Dobbiamo convincere l'opinione pubblica della bontà della nostra causa e dobbiamo evitare a tutti i costi di alienarcene il consenso accrescendo l'elenco degli storici fallimenti dei sindacati. Ecco perché non ho nulla a che fare, e voi non dovreste avere nulla a che fare, con la pomposa retorica che evoca una ondata di scioperi irresponsabili. Il pubblico non li sosterrà. Io non li sosterrò. E non dovreste farlo neanche voi. Ma non è solo da parte dei sindacati che voglio vedere responsabilità. Vogliamo vederla anche da parte delle imprese.

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Credo nella responsabilità in ogni parte della società. Ecco perché sono convinto non solo nella bontà del salario minimo, ma ritengo che il fondamento della nostra economia in futuro debba essere la previsione di un salario a vita. Sento inoltre la necessità di un sistema fiscale per le imprese che premi la responsabilità. Parlo di:

erogare un salario a vita;

garantire un apprendistato di alta qualità;

consentire quella flessibilità necessaria ai lavoratori per assolvere ai propri doveri familiari.

Abbiamo bisogno di responsabilità anche in cima alla scala sociale.  Il gap tra ricchi e poveri è importante. Non danneggia solo i poveri, ci danneggia tutti. Cosa si può pensare dei valori di una società che consente  a un banchiere di guadagnare in un giorno ciò che un operatore del sociale guadagna in un anno?

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Allo stesso tempo, siamo onesti, sappiamo che ci sono persone per cui il sistema di benefit è diventato una trappola. Non è nel nostro, né nel loro interesse, e non sbagliamo se sosteniamo che si debba mettere in discussione l'esistente. Riformare i nostri benefit previdenziali non ha nulla a che vedere con il gettare uno stereotipo infamante su tutti i disoccupati, ha a che fare col trasformare le loro vite. Un aiuto reale deve incontrarsi con la responsabilizzazione. Ecco perché sul tema del welfare dico al governo: attenzione con i tagli arbitrari; serve piuttosto un piano accurato per aiutare chi ne ha realmente bisogno e per accompagnare verso il lavoro chi è nella possibilità di accedere a un impiego.

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Questa nuova generazione vuole anche mettere in questione il modo in cui si pensa allo Stato e a quello che esso può ottenere. Credo profondamente che il governo debba fare la propria parte per creare una buona società. Ma la nostra nuova generazione sa anche che il governo stesso può trasformarsi in un potere forte che, se non riformato, se non responsabile e dinamico, può intralciare la buona società.

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Anche in politica estera la nuova generazione deve sfidare il vecchio modo di pensare. Siamo la generazione che è diventata grande alla fine della Guerra Fredda. La generazione a cui era stato insegnato che la fine della storia era arrivata e poi ha visto l'11 settembre frantumare quell'illusione. E siamo la generazione che riconosce che apparteniamo a una comunità globale: non possiamo isolarci dai problemi del mondo. Per questo, mentre vi parlo, truppe britanniche sono impegnate in Afghanistan. Rappresentano il meglio del nostro Paese. Ma così come sostengo la missione in Afghanistan come risposta necessaria al terrorismo, devo essere onesto sulle lezioni dell'Iraq. È stata una guerra che ha diviso il nostro partito e il nostro Paese. Molti credevano sinceramente che il mondo si trovasse davanti a una grave minaccia. Non critico quelli a cui è toccato prendere le decisioni più difficili e rendo onore alle truppe che hanno combattuto e a coloro che hanno sacrificato la propria vita. Tuttavia, credo che abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato a portare la Gran Bretagna in quella guerra e dobbiamo essere onesti al riguardo. Abbiamo sbagliato perché la guerra non era la soluzione giusta date le circostanze, perché non abbiamo costruito alleanze solide per combatterla e perché combattendola abbiamo colpito duramente la legittimità delle Nazioni Unite. L'America ha riconosciuto i suoi errori in Iraq e così è giusto che facciamo noi. La nostra alleanza con gli americani è incredibilmente importante, ma dobbiamo sempre ricordarci che sono i nostri valori a dover modellare le alleanze che formiamo e qualsiasi azione militare decidiamo di intraprendere.

I molteplici problemi del mondo necessitano di istituzioni internazionali funzionanti. I giorni in cui i singoli Paesi potevano risolvere autonomamente i propri problemi sono lontani ormai. Non c'è soluzione ai conflitti mediorientali che non promani dall'azione concertata di una comunità internazionale che alterni sostegno e pressioni sugli attori in campo. E lasciatemi dire una cosa: io difenderò sempre il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza, ma Israele deve accettare il diritto dei palestinesi a un proprio Stato. Per questo ritengo sbagliato l'attacco alla Freedom Flottilla e per lo stesso motivo auspico che il blocco di Gaza venga rimosso. Il nostro governo ha il dovere di lavorare con i suoi partner, in Europa e nel mondo, per facilitare il raggiungimento di una pacificazione duratura del Medio Oriente.

Per ottenere tutte queste cose - un'economia e una società diverse e una riforma dello Stato - dobbiamo cambiare anche la nostra politica. Una politica che non funziona. La gente ha perso fiducia nei politici e nella politica. La politica è a pezzi. Il modo in cui si fa, la sua reputazione e le sue istituzioni. Anch'io che ci sono dentro a volte la trovo deprimente. Questa generazione ha la possibilità - e l'enorme responsabilità - di cambiare la nostra politica.

Dobbiamo riformare la Camera dei Comuni e sono favorevole a cambiare il sistema elettorale e voterò "sì" al referendum sull'AV (il sistema di voto alternativo che introdurrebbe il proporzionale, ndt). Certo, dobbiamo finalmente rendere elettivo anche l'ingresso nella Camera dei Lord. Sì, dobbiamo farlo, dato che ne stiamo parlando da tempi immemorabili. Dobbiamo inoltre favorire un più forte processo decisionale a livello locale: una democrazia di base libera dalle limitazioni del passato e da quei condizionamenti che hanno svilito spesso il ruolo delle autonomie locali.

...


Ma siamo onesti, cambiare le nostre istituzioni non sarà sufficiente a renderle nuovamente degne di fiducia. Alla fine, sono i politici che devono cambiare. Questa generazione deve respingere i vecchi modi di fare politica e deve parlare dei temi che sa di dover affrontare.
I focus group ci diranno che non si prendono voti parlando di tematiche ambientali. Forse no. Ma fare i difficili e necessari passi per proteggere il nostro pianeta per le generazioni future è la più grande sfida di questa generazione.

...

Non possiamo essere ostaggio dei focus group.

La politica deve esercitare la leadership o non significa nulla. Ne sono consapevole. La saggezza politica non è appannaggio di una singola famiglia politica. Alcune delle figure storiche che io ammiro, Keynes, Lloyd George, Beveridge, non facevano parte del Labour. Francamente, devo anche ammettere che l'establishment politico conduce spesso dibattiti in un modo tale da insultare l'intelligenza della gente. Vogliamo cambiare questo modo di fare e per questo io sarò un leader responsabile dell'opposizione.

...

Qualcuno mi definisce "Red Ed"? Invito tutti a fare uno sforzo per elevare il livello del dibattito pubblico, su chi siamo, cosa vogliamo essere e che futuro desideriamo per i nostri figli.

...

Da pochi giorni è terminata la competizione interna al nostro partito e ora inizia la vera sfida. Ho la possibilità di confrontarmi con David Cameron. Anche se siamo quasi coetanei, nei miei valori e nelle mie idee appartengo a una generazione nuova e diversa. La nuova generazione non si definisce solo per l'età, ma per gli atteggiamenti e gli ideali. E c'è una differenza fondamentale tra noi e David Cameron... ed è l'ottimismo. Noi siamo gli ottimisti in politica. Siamo gli eredi di una straordinaria tradizione, fatta da grandi leader che sono stati gli ottimisti della Storia. L'ottimismo che nel 1945 ha portato alla nascita del nostro Sistema Sanitario Nazionale e del welfare. L'ottimismo di Harold Wilson, degli avanzamenti tecnologici e delle grandi riforme sociali. L'ottimismo di Tony Blair e di Gordon Brown, che hanno rivoltato il vecchio modo di pensare e cambiato il Paese.

Noi siamo gli ottimisti in politica oggi. E allora, siamo umili verso il passato, capiamo la necessità di cambiare, ispiriamo la gente con la nostra visione di una buona società. Diffondiamo allora questo messaggio: una nuova generazione ha preso la guida del Labour.

Ottimista sul nostro Paese.

Ottimista sul nostro mondo.

Ottimista sul potere della politica.

Siamo noi gli ottimisti e insieme cambieremo la Gran Bretagna

(Traduzione a cura di Fabio Lucchini)







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