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LA SECONDA RIVOLUZIONE CINESE

La modernizzazione cinese vista dalla prospettiva di Pechino. Una rassegna degli articoli apparsi sul quotidiano China Daily per celebrare il trentesimo anniversario dalla svolta economica compiuta dal colosso asiatico

Data: 2009-03-06

A cura di Fabio Lucchini

Dopo aver finalmente vissuto le tanto attese Olimpiadi di Pechino, la Cina festeggia il trentesimo anniversario delle riforme economiche che hanno permesso al Paese di crescere a ritmi impetuosi nelle ultime decadi. La rivista China Daily ha dedicato una sezione speciale alle celebrazioni con l'intento di ripercorrere i progressi e i cambiamenti, non indolori, che hanno investito l'Impero di Mezzo in seguito alla decisione di Deng Xiaoping di rompere con il disastroso lascito economico del maoismo per trovare una via cinese alla modernità. Pubblicato dal giugno 1981, all'inizio della fase di apertura economica, il China Daily è il primo quotidiano in lingua inglese apparso in Cina. È portavoce dell'informazione ufficiale.

Grandi celebrazioni accompagnano il trentennale della svolta

Il 18 dicembre 1978, durante la terza sessione dell'undicesimo comitato centrale del Partito Comunista cinese, venne annunciato un cambio di indirizzo che avrebbe rappresentato un punto di svolta per la storia nazionale paragonabile soltanto alla conclusione della rivoluzione del 1949. Da allora, come ha ricordato il presidente Hu Jintao nel corso delle solenni celebrazioni dello scorso dicembre, il prodotto interno lordo è aumentato mediamente del 9.8%, tre volte rispetto alla media globale, facendo della Cina la quarta potenza al mondo.

Un risultato ancor più eclatante se si considera che la decisione di procedere alle riforme fece seguito ad un decennio disastroso per la stabilità sociale e finanziaria del Paese. La rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong per colpire i suoi oppositori interni aveva infatti prostrato il Paese, dilaniato da violenti conflitti e condannato ad un pericoloso immobilismo. La morte di Mao e le disgrazie della “banda dei quattro” permisero a Deng, precedentemente epurato dal Grande Timoniere e caduto nel dimenticatoio, di prendere nelle sue mani il destino della Cina per i successivi quindici anni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

E' il momento della soddisfazione ma anche della riflessione
L'exploit cinese ha destato grande curiosità nel resto del mondo. Centinaia di analisti occidentali ne hanno evidenziato i pregi e i limiti, molti governi dei Paesi in via di sviluppo (Pvs) hanno tentato di carpirne i segreti, talvolta glorificando indebitamente il binomio autoritarismo politico/libertà economica associato all'impressionante crescita della Cina denghista. Anche all'interno tuttavia il dibattito sulla distribuzione dei costi e dei benefici del boom economico è aperto e vivace.

Le imprese di Stato, un tempo garantite dall'assenza di competizione, sono state inserite nei meccanismi di mercato ed obbligate per sopravvivere nel nuovo ambiente a perseguire l'innovazione, a raggiungere adeguati livelli di capitalizzazione, a sviluppare tecnologie efficaci oltre ad efficienti strategie di marketing. Il successo nell'impresa è stato accompagnato dall'aumento dei profitti, il fallimento dal ridimensionamento e dalla chiusura di molte aziende, con inevitabili ricadute sui lavoratori. Larghi strati della popolazione hanno visto crescere il proprio benessere, a fronte di un'ulteriore prostrazione di altri, privati delle antiche certezze garantite dall'economia di Stato.

Un dato di fatto rimane: mai nella storia la vita di tanti milioni di persone è cambiata con tale rapidità. La povertà, eredità in Cina delle guerre e dei conflitti sociali del ventesimo secolo, si è ridotta, mentre i programmi welfaristi, soprattutto nel campo della salute e dell'istruzione, continuano ad essere implementati. Una moderna economia di mercato, pur con tutte le sue problematiche, sta offrendo opportunità un tempo inimmaginabili all'enorme forza lavoro nazionale.

Come è stato possibile che un sistema pianificato e centralizzato sia riuscito ad evolvere con tale rapidità incorporando le forze di mercato? Come ha potuto una società talmente condizionata da un'ideologia collettivista permettere agli individui di immaginare anche la realizzazione personale? Come è riuscita una popolazione relativamente poco urbanizzata a procedere a tappe forzate sulla via della modernizzazione? Sono stati fondamentali il pragmatismo e la versatilità con cui gli economisti cinesi hanno saputo integrare esperienze diverse, alcune lontanissime dal punto di vista politico dalle dottrine del Partito Comunista. Un sincretismo teorico che ha attinto, senza pregiudizi ideologici, all'auto-gestione jugoslava, al liberismo statunitense, al modello scandinavo, all'autoritarismo aperturista delle tigri asiatiche. Ma gli economisti e i politici non sono stati gli unici a sperimentare: nelle industrie e nelle fattorie in molti hanno interpretato con creatività il nuovo indirizzo economico.

Già a meta degli anni novanta, ai tempi del ritiro di Deng, molta strada era stata fatta, ma le riforme apparivano ancora instabili. Difficile gestire la transizione accelerata da un'economia prevalentemente rurale ad una post-industriale. Per un attimo si diffuse il timore che il ciclo riformista potesse risolversi in una privatizzazione sregolata e distruttiva sulla falsa riga di quanto stava avvenendo nella Russia eltsiniana. Tuttavia, proprio in quel frangente gli editorialisti di Cina Daily rintracciano la cifra della superiorità dell'azione della leadership di Pechino; lo Stato non ha abdicato, le imprese pubbliche in difficoltà non sono state necessariamente smantellate, ma ristrutturate, e le loro attività internazionalizzate, mentre  si è favorita la proliferazione sulle coste della medio-piccola impresa privata ad alto contenuto tecnologico.

L'ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 ha sancito il successo dello sforzo modernizzatore ed aperturista. Del resto, pare inverosimile il paragone tra il volume di import/export del Paese nel 1978 e quello odierno (il rapporto è di uno a cento!). Proprio l'espansione commerciale cinese solleva un'importante questione interna, ossia la tutela dei lavoratori e dei consumatori, che ha riflessi nei rapporti internazionali del Paese, spesso accusato di praticare una concorrenza scorretta che minimizza i costi di produzione a spese della salute dei propri e degli altrui cittadini. A testimonianza di ciò, i casi della temuta diffusione globale dell'epidemia di Sars e della più recente intossicazione alimentare di decine di migliaia di bambini cinesi.

Il governo cerca di rispondere alla lamentele e ai timori investendo nello sviluppo umano. Sempre più risorse vengono indirizzate alla sicurezza sociale, alla sanità, all'istruzione e, più recentemente, all'efficienza energetica e alla riduzione delle emissioni inquinanti. Gli investimenti infrastrutturali mirano a migliorare la qualità della vita nelle metropoli congestionate e nelle aree rurali più isolate e, dopo anni di indifferenza, qualcosa si sta muovendo sul terreno della tutela dei diritti, per ora soltanto economici, dei cittadini. A completare il quadro, 4000 miliardi di yuan (400 miliardi di euro) sono stati stanziati per contrastare gli effetti della crisi finanziaria globale.

La riduzione della povertà
In un momento storico in cui si riaffacciano i timori di un'emergenza alimentare su scala planetaria, la Cina post-maoista, con la sua lunga tradizione di autosufficienza nella produzione, rappresenta un fattore di stabilizzazione del prezzo mondiale del grano. In generale, Pechino può vantare un record invidiabile nello sviluppo del settore agricolo, oggi minacciato pressoché ovunque nel mondo. A sostenerlo è il funzionario della Fao, Fang Cheng, che sottolinea come il Paese negli ultimi decenni abbia dato il maggior contributo alla riduzione della povertà globale, anche grazie alle massicce riforme produttive che hanno interessato le aree rurali.

Solo nel quinquennio 1980-85, agli albori della svolta riformatrice, la ricchezza pro-capite nelle campagne è aumentata del 90%. Interventi mirati dello Stato a sostegno degli agricoltori e promozione della aziende famigliari, uniti all'utilizzo di nuovi ritrovati tecnologici e scientifici applicati alle coltivazioni, hanno permesso di migliorare la produttività e di sollevare milioni di persone dalla miseria. Certo, ammette Feng, la lotta alla povertà in Cina è appena iniziata, e spesso l'impatto di molte delle politiche agricole (e industriali) decise o favorite dalle autorità si è rivelato devastante per l'ambiente naturale e la salute dei cittadini. Un problema che il governo ha spesso ignorato, ma che sembra da qualche tempo al vertice dell'agenda nazionale.

La lenta riforma politica

A giudicare dalle dichiarazioni di intenti emerse dal diciassettesimo Comitato Centrale del Partito Comunista (febbraio 2008), la Cina del ventunesimo secolo pare intenzionata a procedere anche sul terreno della riforma politica. “Obbiettivo del Partito è l'avanzamento verso una democrazia socialista”, nelle parole del presidente Hu Jintao. Ad onor del vero, è difficile rintracciare nelle proposte emerse dai lavori del Comitato un seppur minimo tentativo di apertura democratica del sistema cinese. L'evoluzione da questo punto di vista sarà lunga, dagli esiti incerti e imprevedibili. Le riforme in cantiere mirano piuttosto a rendere più efficiente e trasparente il sistema burocratico-amministrativo, in passato colpito da scandali e malversazioni. L'innovazione non riguarderà insomma la rappresentatività dei governanti, ma la loro responsabilità nei confronti dei cittadini e della cosa pubblica. Se il cambiamento economico negli ultimi lustri si è rivelato fulmineo, la transizione verso la partecipazione politica e la libertà proseguirà, a meno di violentissimi shock sistemici, con estremo gradualismo nei prossimi decenni.

Il contributo cinese alla civilizzazione
Le riforme e l'apertura economica della Cina al mondo hanno avuto conseguenze benefiche non soltanto all'interno del Paese asiatico, che ha vissuto il passaggio da colosso involuto sull'orlo del collasso finanziario ad attore di primo piano sulla scena mondiale, ma anche sul sistema internazionale nel suo complesso. Anzi, secondo Zheng Yongnian, direttore dell'East Asian Institute e professore alla National University di Singapore, il successo cinese ha senz'altro contribuito allo sviluppo della civilizzazione mondiale. Zheng attribuisce gran parte del merito alle capacità dei leader cinesi e alla natura del sistema politico nazionale, che ha permesso di mobilitare l'intera nazione verso l'obbiettivo prioritario della modernizzazione. A discapito della democraticità e della libertà di espressione, verrebbe da aggiungere.

La via cinese alla modernità si è così differenziata dallo sviluppo dei sistemi capitalistici occidentali (Zheng parla di “vibrante socialismo di mercato”) e si è proposta come modello da seguire dagli altri Pvs nell'ultimo trentennio. Il mercato cinese si è integrato e ha dato slancio all'economia mondiale che, a sua volta, ha stimolato Pechino a proseguire sulla strada delle riforme e dello sviluppo. Così, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi guasti, la Cina contemporanea è assurta al ruolo di attore imprescindibile per gli equilibri globali, per il mantenimento della pace e della cooperazione e per la soluzione delle crisi globali (recessione, gestione delle risorse, cambiamento climatico).

Lo sviluppo cinese è di importanza cruciale per il mondo

L'economista americano Fred Bergsten, direttore del Peterson Institute for International Economics (uno dei più prestigiosi think tank Usa), concorda con l'analisi di Zheng: “Lo sviluppo della Cina è cruciale per l'economia mondiale e aiuterà sia le economie avanzate che quelle in via di sviluppo a limitare i danni della recessione...siamo di fronte all'attore guida in grado di determinare circa un quarto della crescita globale”, ha dichiarato Bergsten all'agenzia di stampa cinese Xinhua.

Profondo conoscitore del Paese, l'economista del Peterson Institute minimizza le rivalità geopolitiche e le dispute commerciali tra Washington e Pechino, invitando invece le due potenze a un'alleanza (che comprenda anche l'Europa) per guidare il mondo fuori dalle secche dell'attuale crisi. Di più, l'analista ritiene che la crescita continua della Cina sia un'ottima notizia per gli Stati Uniti, che si trovano ora a dialogare con un partner maturo e pronto a prendersi le proprie responsabilità nella gestione dell'ordine mondiale. Vi sono tutte le condizioni perché i due governi costituiscano un framework di regole condivise all'interno del quale risolvere le dispute bilaterali che dovessero insorgere. A tal fine, Bergsten propone vertici bilaterali a cadenza annuale tra Washington e Pechino. Assistente del segretario del Tesoro statunitense ai tempi dell'amministrazione Carter, Bergsten ha visitato la Cina una dozzina di volte in un trentennio e ritiene che il Paese rappresenti “l'economia più aperta al mondo, avendo coscientemente scelto l'integrazione con il sistema economico internazionale come strategia di sviluppo privilegiata.”

Lo studioso americano ammette che gli effetti della recessione in corso possano farsi sentire pesantemente anche a Pechino, ma valuta eccessive le previsioni apocalittiche di molti osservatori. Piuttosto sottolinea positivamente la progressiva diminuzione del surplus commerciale cinese, talmente elevato da risultare eccessivo negli ultimi anni. Come risultato, l'economia cinese dovrà affidarsi maggiormente alla domanda interna: un naturale e desiderabile processo di aggiustamento per il Paese, destinato ad un nuovo positivo trentennio caratterizzato dalla riduzione della povertà interna e dal miglioramento degli standard di vita della popolazione. Bergsten intravede una sola nube, temendo che la crisi spinga molti Paesi ad accentuare le misure protezionistiche nei confronti dell'export cinese. Eventualità che tuttavia non scalfirà la posizione centrale che, a trent'anni dall'intuizione di Deng, la Cina post-maoista occupa negli affari globali.






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