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IL CAUCASO DEI SECOLI LONTANI

Se nuova guerra fredda vi sarà fra Russia e America, la tensione si focalizzerà proprio qui, in questa terra montagnosa che divide il mar Nero dal mar Caspio, dove corre il petrolio e abitano cento popoli antichi e bellicosi. Il Caucaso.

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Francesco Accursio

La parola Caucaso, che all'orecchio occidentale evoca un che di aspro e vagamente minaccioso, è il nome di una catena di imponenti montagne che, ben più alte delle Alpi, si ergono fra il mar Nero e il mar Caspio e, per estensione, significa anche un territorio fra la Russia meridionale e l'Asia minore.
Una regione non particolarmente estesa ma che per la sua collocazione geografica, le sue vicende storiche e la sua complessa composizione etnica è da sempre uno snodo chiave per gli equilibri politici e militari.Anche oggi la regione caucasica è la più instabile e turbolenta fra le numerose aree lasciate  libere dal crollo dell'URSS.

E' nel Caucaso che si trova - fra l'altro – la Cecenia, dove da molti anni è in corso una guerra senza quartiere che i Russi conducono con durezza estrema per sconfiggere il terrorismo islamico e le spinte indipendentiste e, sempre nel Caucaso, è scoppiata la guerra lampo di agosto che ha opposto la Georgia alla Russia.

Le cause della cronica instabilità di quest'area sono profonde, antiche (è da queste parti che nacquero le prime civiltà) e complesse, anche perché in questo lembo di terra passa un confine invisibile. Anzi, più di uno.
La regione caucasica sta fra oriente e occidente, fra cristianità e islam e fra il nord e il sud del mondo. Da due millenni, dunque, un crocevia di culture, di etnie, di religioni, di imperi. Un luogo di incontro, ma, più frequentemente di scontro.Già conosciuta dai Greci, che fin dall'VIII secolo fondarono colonie sul mar Nero, la regione fu in seguito contesa e influenzata da Romani, Parti, Persiani.

Il Caucaso fu il punto di contatto fra la civiltà bizantina e quella araba nell'alto Medio Evo e fu anche il luogo dove fortissimo fu lo scontro tra cristianità e islam.
Una cristianità molto antica, risalente ben al III secolo (nel 303 l'Armenia fu il primo regno a dichiarare il cristianesimo religione di stato) ma che ben presto dovette fronteggiare l'assalto dell'islam proveniente da sud-est (Persia, Iraq). Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, i regni cristiani di Armenia e Georgia rimasero staccati per sempre dal resto della cristianità e passarono sotto la dominazione ottomana.

I costi umani e culturali di tale dominazione furono altissimi e a periodi di relativa tolleranza si alternarono fasi di violenta repressione, ma nonostante tutto ciò i popoli cristiani del Caucaso, unici in tutto il medio oriente, non si piegarono mai all'Islam e rimasero sempre tenacemente fedeli alla fede dei loro padri.

Pagarono per questa loro resistenza un prezzo spesso molto alto fino ad arrivare al genocidio degli armeni, una delle pagine più nere del 900, in cui ben 1.800.000 armeni vennero sterminati dai turchi ottomani in una furiosa operazione di pulizia etnica e religiosa.
L'ultima vendetta, il colpo di coda di un impero plurisecolare che ormai nel corso della prima guerra mondiale, che appariva inevitabilmente persa, si avvedeva di stare vivendo le sue ultime ingloriose giornate.Con il crollo dell'impero ottomano la pressione russa da nord, che era già iniziata nei secoli degli zar, si fece incontenibile. La Russia, ora comunista, aveva cambiato colore, ma passando dal bianco al rosso non aveva mutato la propria politica imperiale ed espansionistica.

70 anni di “russificazione”
Sotto Lenin tutto il territorio caucasico fu definitivamente inquadrato nell'Unione Sovietica e suddiviso nelle repubbliche socialiste di Georgia, Armenia e Azerbaijan. Come in tutto il resto del Paese naturalmente le repubbliche erano solo un espediente formale e propagandistico. Tutto il potere risiedeva a Mosca e il controllo era esercitato sul posto da plenipotenziari inviati dalla Russia e dal loro apparato militare e poliziesco.Iniziò così, anche in queste terre, il micidiale e totalitario processo di “russificazione” che contraddistinse per 70 anni i territori dell'URSS.

Sotto Stalin, che fra l'altro era georgiano, i popoli del Caucaso vissero, come del resto tutte le oltre cento etnie non russe dell'impero, decenni di distruzione sistematica delle proprie tradizioni storiche, etniche, religiose, culturali e perfino linguistiche.
Le chiese, e anche le moschee delle terre azerbaijane, vennero abbattute o trasformate in depositi agricoli o in musei dell'ateismo e proprio per mano di un georgiano come Stalin che aveva per di più studiato in seminario.Il clero fu decimato, deportato, terrorizzato. Gli intellettuali ridotti al silenzio o condotti a morire in Siberia, esattamente come stava accadendo in Ucraina, in Estonia, Lettonia e Lituania e nelle recenti conquiste dell'Europa centro orientale.Perfino il paesaggio venne profondamente modificato e mentre i vecchi quartieri a misura d'uomo, con un'anima e una storia, venivano rasi al suolo per lasciare il posto agli orrendi agglomerati di cemento grigio, identici tra loro, squallidi e alienanti, che contraddistinguono ancora gli undici fusi orari dell'ex impero sovietico e si possono “ammirare” perfino a Cuba, i piccoli campi coltivati venivano annullati negli sconfinati kolchoz e i contadini trasformati in una specie di esercito di servi della gleba.Ma la macchina dell'annientamento culturale, pur producendo danni incalcolabili, non vinse del tutto la sua battaglia, perché al momento del crollo dell'URSS i tre stati caucasici, Armenia, Georgia e Azerbaijan, si affrettarono a dichiarare la propria indipendenza e a rivitalizzare le proprie tradizioni e specificità culturali e nazionali.

Ma nonostante la ritrovata libertà la regione del Caucaso è rimasta in questi quindici anni un territorio inquieto, instabile, a volte esplosivo. Settant'anni di dominazione sovietica hanno lasciato infatti un'eredità pesante, fatta di confini volutamente “sbagliati” dal punto di vista etnico, linguistico e religioso, di migrazioni massicce e forzate da una regione ad un'altra, di trasferimenti di grandi numeri di “coloni” russi.
E' evidente che Stalin, Breznev e il potere sovietico hanno voluto avvelenare i pozzi e creare una situazione di russificazione irreversibile. E se questa politica ha avuto pesanti conseguenze anche nelle grandi province dell'impero come il Kazachistan, figuriamoci che impatto può avere avuto in stati piccoli e scarsamente popolati. L'Armenia conta infatti solo 2.900.000 abitanti, la Georgia 5 milioni e l'Azerbaijan, molto più esteso, 8 milioni.Il sogno di Stalin è stato infatti sempre quello di uniformare il più possibile l'impero sovietico dal cuore dell'Europa fino alla più remote regioni dell'estremo oriente siberiano e dal Baltico fino alle steppe afghane.

E chi ha conosciuto il pianeta URSS in prima persona non può che aver constatato che l'operazione ha ottenuto un risultato impressionante. Il cittadino sovietico non doveva dunque più essere un individuo con una storia, una memoria e tradizioni nazionali, ma semplicemente un “homo sovieticus”. Non più un bielorusso, un armeno, un tataro o un tagiko ma un granello spersonalizzato di un indistinto, gigantesco ingranaggio.

E, personalmente, identico agli altri anche nel modo di vestire, di mangiare, di bere. Si pensi all'uso del colbacco, al consumo di vodka nelle repubbliche centro asiatiche di tradizione islamica o in Mongolia dove certamente non erano mai esistiti tali articoli.
A tale scopo il potere sovietico ha, per decenni, trasferito, deportato, mescolato milioni e milioni di uomini sia all'interno dei territori della Russia che al di fuori di essa, dagli stati centro asiatici alle repubbliche baltiche, dall'Ucraina allo stesso Caucaso.

Al crollo dell'URSS moltissimi di questi russi espatriati se ne sono andati in fretta e furia, lasciandosi tutto alle spalle, e senza voltarsi indietro, come i francesi dall'Algeria o i portoghesi dall'Angola.
Altri invece sono rimasti, vuoi perché nati sul posto o perché non avevano più un luogo preciso al quale tornare.“Il mio indirizzo non è un numero di casa, un nome di strada o un nome di città, il mio indirizzo è Unione Sovietica”. Questo è il testo, emblematico, di una canzone che si può ascoltare ancora oggi nell'ex URSS.E ancora oggi fuori dalla federazione russa vivono 24 milioni di russi ma la loro attuale condizione spesso non è facile.

Orfani di un impero che ha perso le sue province e li ha lasciati indietro, non complici ma vittime del potere sovietico, eppure malvisti dai propri vicini che li guardano con sospetto come partigiani di una ex potenza coloniale, ancora vicina, incombente, minacciosa.
Prima temuti e rispettati e ora cittadini di serie B.In Estonia, Lettonia e Lituania, paesi dove il dominio russo/sovietico è stato particolarmente violento e repressivo i russi, che in certe zone arrivano a superare il 30% della popolazione, non hanno nemmeno diritto al passaporto (possiedono solo un documento verde recante la scritta “alien”) non possono entrare non solo in polizia, esercito o magistratura ma nemmeno ambire a qualunque impiego pubblico. Anche le aziende private non li assumono volentieri.

E i russi si vendicano allora, costituendo enclevès abitative, stando fra di loro e creando antistorici movimenti nostalgici filo russi che finiscono per creare instabilità politica nel Paese di residenza. (Il caso dell'Ucraina è emblematico). E' quello che succede anche nel Caucaso in cui le “isole” russe di cui Ossezia e Abkhazia non sono gli unici esempi.
Nel Caucaso non va poi dimenticato che oltre alle aree abitate dai russi, sia in Georgia che in Armenia e Azerbaijan, la Russia ha creato e mantenuto, formalmente autonome, sei piccole e turbolente mini repubbliche, fra cui il Daghestan, l'Inguscezia, la stessa sanguinosa Cecenia e l'Ossezia del nord, attraverso le quali Mosca è ancora in grado di condizionare e minacciare gli stati indipendenti e di fomentare al loro interno tensioni e divisioni etniche o religiose e spinte secessionistiche che Mosca può poi appoggiare o strumentalizzare.

Esattamente come è successo lo scorso agosto in Ossezia del sud e in Abkhazia, regioni appartenenti alla Georgia ma abitate in prevalenza da russi, che sono state annesse militarmente nella confederazione russa.
O come potrà avvenire domani nel conflitto dimenticato ma tuttavia in corso e potenzialmente pericolosissimo che oppone l'Armenia all'Azerbaijan (la cui popolazione è di ceppo e di lingua turca) entro i cui confini Stalin aveva incluso la regione del Nagorno Karabagh, etnicamente armena e di religione cristiana.

La crisi attuale
A questo punto, all'interno del complicatissimo e scivoloso “puzzle” caucasico una considerazione a parte merita la guerra lampo regionale che ha opposto la Georgia alla Russia nell'agosto di quest'anno.

Lungi dall'essere un “episodio” imprevisto, o semplicemente un errore di calcolo del presidente georgiano Saakasvili, la crisi dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia è la punta di un minaccioso iceberg.
Nel Caucaso si sta infatti svolgendo la più imponente e complessa partita geopolitica del mondo contemporaneo, che vede impegnati tre attori principali: la Russia putiniana, tornata forte, aggressiva ed ansiosa di riprendersi un ruolo di potenza globale, gli Stati di recente indipendenza, orgogliosi ma ancora fragili e instabili politicamente e l'occidente, con alla testa gli Stati Uniti che vedono la possibilità di inserirsi in uno scacchiere storicamente fuori dalla loro portata e strategicamente rilevantissimo.

Ma questa partita si gioca con regole completamente nuove; prima del crollo del Muro di Berlino, infatti, il gioco prevedeva che, per quanto fossero le pressioni e le tensioni, i territori, cioè le pedine del gioco, alla fine dovessero riposizionarsi sempre dalla stessa parte della scacchiera. Erano le regole di Yalta, accettate dai due giocatori una volta e per sempre.

Dal 1991 invece la libertà di movimento è diventata totale e popoli e territori possono passare da un campo all'altro, (il che, in sostanza, ha finora significato da oriente a occidente, dal momento che della Russia storicamente è improbabile poter divenire alleati ma facilissimo diventare schiavi).

L'impero sovietico è crollato in un solo colpo perdendo in tre anni, dall'89 al '92, le conquiste territoriali acquisite in tre secoli di espansione coloniale.Oltre agli stati satellite (oggettivamente delle vere e proprie colonie) dell'Europa centrale e orientale, gioielli preziosi e prestigiosi dell'epoca staliniana, che sono stati immediatamente accolti nella comunità europea con cui condividono storia e cultura e nella NATO, con cui condividono il bisogno di democrazia e la difesa della libertà, la Russia ha perso anche enormi porzioni di territorio che considerava “territorio nazionale”. E per una Bielorussia rimasta nella sfera di influenza russa, anche come stato indipendente, vi sono le tre repubbliche baltiche solidamente inquadrate nella UE e nella NATO, i vastissimi stati centro asiatici assai vicini alla Turchia e agli Stati Uniti, anche perché esposti alla penetrazione del fondamentalismo islamico.La stessa Mongolia, ricca di uranio e di carbone, è passata dallo stato di “protettorato russo” a nazione fieramente indipendente e aperta agli investimenti occidentali e cinesi e nelle piazze di Ulan Bator campeggiano oggi imponenti statue di Gengis Khan al posto di quelle di Stalin e Lenin.Perfino l'Ucraina, grande e popolosa, il granaio dell'URSS, culla dell'anima stessa della storia russa, ha scelto l'occidente e ha chiesto di entrare nell'Unione Europea e perfino nella NATO.

E' chiaro che questa situazione è vista come tragica da molti russi e Putin, che ben conosce il nazionalismo profondo di tanti suoi connazionali, ha scelto di diventare il simbolo della riscossa pan russa e basa su questo suo ruolo il consenso di cui certamente gode, nonostante i suoi metodi da uomo forte del Cremlino più che da leader democratico.
Così oggi, forte dell'alto prezzo del petrolio che gli ha permesso di riorganizzare l'ex Armata Rossa e dopo aver “riportato l'ordine” in Cecenia – un ordine che è però costato la vita ad un quarto della popolazione – e nelle altre periferie recalcitranti, ha scommesso tutto il suo destino politico sulla riaffermazione della potenza russa e sul recupero dell'influenza politica sui destini e sulle scelte degli stati nati dal crollo dell'URSS.

Gli USA hanno scelto invece di presentarsi come i garanti della libertà dei nuovi stati democratici sia per ragioni ideali che, naturalmente, per la difesa degli interessi strategici di tutto l'occidente.

Proprio nel Caucaso infatti è in costruzione un fondamentale oleodotto che porterà gas e petrolio dal mar Caspio e dall'Asia centrale direttamente in Europa, scavalcando così la Russia e depotenziando quella che è oggi la sua principale arma politica: il ricatto energetico.
E' una partita micidiale che né Putin né l'occidente possono permettersi di perdere, senza perdere nel contempo anche prestigio, credibilità e, in definitiva, “la faccia”.

Eppure questa mano di “domino” che si svolge tra il mar Nero e il mar Caspio, per ora vede perdenti tutti i contendenti.

Putin ha dimostrato che è certamente tornato in grado di intervenire negli stati dell'ex URSS senza dover subire ritorsioni significative, ma con lo smembramento della Georgia e le foto dei carri armati che hanno fatto il giro del mondo, facendo tornare alla memoria fotografie simili scattate a Budapest nel '56 o a Praga nel '68, ha gettato nel panico tutti i suoi vicini spingendoli ancor più velocemente fra le braccia dell'occidente in cerca di protezione.

Inoltre la Russia ha dovuto constatare, a differenza dei tempi sovietici quando era isolata dal mondo, povera ma autosufficiente, quanto la mancanza di fiducia in una economia globalizzata e aperta possa essere pericolosa e condizionante.
Nei primi due giorni successivi all'entrata dell'esercito russo in Georgia, dalla borsa di Mosca sono usciti verso l'estero ben 24 miliardi di dollari.

Gli USA, avendo avvallato e garantito la secessione del Kosovo dalla Serbia, paese slavo e unico alleato della Russia nei Balcani, ha offerto una giustificazione a Putin a fare altrettanto con i secessionisti Abkhazi e Osseti.  
Inoltre la vicenda georgiana ha dimostrato che gli USA, al di là del sostegno morale e politico, non possono offrire al momento nulla di concreto alla difesa degli stati confinanti con la Russia.

Senza contare che Bush ha visto ritirarsi dall'Iraq il contingente georgiano (ben 2000 uomini), uno degli ultimi rimasti a fianco degli USA.
Saakasvili poi ha ottenuto un risultato totalmente disastroso. Ha dovuto accettare la secessione definitiva e “de iure” di Abkhazia e Ossezia del sud e, con la sua azione di forza, ha offerto a Putin su di un piatto d'argento l'occasione di rimettere in riga gli ex satelliti alle proprie frontiere ed è riuscito perfino a far la figura dell'aggressore, che nel caso di Georgia e Russia è come accusare il topo di minacciare l'elefante.

Gli sviluppi futuri dello scenario caucasico sono imprevedibili, troppe infatti sono le variabili sul terreno e gli elementi in continua evoluzione. Ma certo vi sono indizi sufficienti per ipotizzare che, se nuova guerra fredda vi sarà fra Russia e America, la tensione si focalizzerà proprio qui, in questa terra montagnosa che divide il mar Nero dal mar Caspio, dove corre il petrolio e abitano cento popoli antichi e bellicosi. Il Caucaso.






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