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L’AMERICA IN CRISI GUARDA A OBAMA

Il dissesto economico spinge nei sondaggi il candidato Democratico, ma quale America uscirà dal terremoto finanziario di queste settimane?

Data: 2008-10-03

Fabio Lucchini

Il piano di salvataggio, il cosiddetto bailout ispirato dal segretario del Tesoro Paulson , nella sua versione finale prevede una prima trance da 250 miliardi di dollari da usare subito per l'acquisto dei cosiddetti titoli “spazzatura”. E' poi stata inserita una misura bipartisan caldeggiata da Barack Obama e John McCain per aumentare le garanzie sui depositi dei correntisti. In particolare La Fdic, l'organismo federale di assicurazione dei depositi bancari, potrà richiedere al Tesoro statunitense prestiti illimitati per garantire i depositi dei risparmiatori nel caso in cui le banche falliscano. La misura aumenta, per un anno, l'ammontare dei prestiti che la Fdic può richiedere al Tesoro. Inoltre sono stati posti limiti più restrittivi per le cosidette operazioni “mark to market”, che contribuiscono alla volatilità dei mercati.

La firma del pacchetto anti-crisi da parte del presidente Bush ha posto termine ad una fase travagliata della vita politica americana, caratterizzata da appelli all'unità nazionale da parte della Casa Bianca, delle istituzioni finanziarie e dei due candidati presidenziali. Il tutto davanti ad un'opinione pubblica sempre più irritata di fronte all'incapacità dei legislatori di addivenire ad un accordo. Una crisi istituzionale oltre che una economica, scoppiata in seguito al sorprendente, a tratti sconcertante, primo voto della Camera dei Rappresentanti sul bailout. Infatti, il 29 settembre scorso per 228 voti a 205 la Camera Usa ha respinto il pacchetto da 700 miliardi di dollari proposto dall'amministrazione Bush per fronteggiare la crisi economica che si sta abbattendo sull'economia americana e rischia di colpire duramente anche il resto del mondo. Lo scetticismo, tipicamente americano, davanti ad un eccessivo intervento dello Stato dell'economia aveva la meglio (da alcuni settori si è gridato addirittura al socialismo di Stato). Le conseguenze non si facevano attendere, il panico si diffondeva sui mercati finanziari e le borse europee ed asiatiche pagavano dazio.

Secondo Usa Today nella sola giornata del 29 settembre sono stati bruciati 1.200 miliardi di dollari, una cifra astronomica e superiore all'ammontare stanziato dallo stesso pacchetto Bush-Paulson. L'allarmismo dei mercati era la logica conseguenza di un rigetto congressuale parso ai più sconsiderato e che finiva con l'esporre l'America ed il mondo a lunghe ore di incertezza e panico. Testate di primo piano come il Washington Post ed il Wall Street Journal reagivano con durezza all'accaduto, invitando ad una severa riflessione sulla condotta e l'integrità dei rappresentanti politici di Washington. “Se gli Stati Uniti dovranno subire nei prossimi mesi una catastrofica crisi economica, il lunedì nero del 29 settembre 2008 verrà inserito di diritto nei libri di Storia...così come la mancanza di coraggio dei 133 Repubblicani e dei 95 Democratici che hanno deciso di votare no.” Così un editoriale del Post metteva sotto accusa una classe politica americana che pareva aver ignorato gli appelli all'unità dei suoi stessi leader nazionali (Bush, McCain ed Obama), preoccupata di conseguire, o non perdere, vantaggi elettorali presunti. Un populismo decisamente fuori luogo dato il frangente difficilissimo in cui versa il Paese.Ancora più duro il quotidiano di Wall Street che, dopo aver ricordato come il livello di apprezzamento popolare per il Congresso fosse ormai giunto ad un misero 10%, si augurava che l'America riuscisse a sopravvivere a governanti tanto inconsistenti ed irresponsabili. Il giornale conservatore proseguiva scagliandosi contro Nancy Pelosi, speaker della maggioranza Democratica alla Camera, accusata di non aver saputo (o voluto?) raccogliere intorno alla proposto governativa il necessario consenso dei parlamentari.

E' l'economia, stupido!
L'aggravarsi della crisi economica, dormiente per alcuni mesi, ha innegabilmente alterato gli equilibri pre-elettorali. Obama, in difficoltà nelle settimane successive alle Convention, ha recuperato il terreno perduto e sta staccando progressivamente McCain. Il mese di settembre era nato sotto una pessima stella per il senatore dell'Illinois. In primo luogo, la guerra del Caucaso aveva indotto molti commentatori, e molti elettori indipendenti, a considerare attentamente le credenziali dei due candidati in politica estera. L'improvviso ritorno di un'atmosfera che non si respirava nell'arena internazionale dal fatidico ‘89 riportava così in auge un'issue fino ad allora secondaria nella campagna. A tutto vantaggio del senatore dell'Arizona, duro censore della Russia putiniana, amico della Georgia ed in genere ritenuto meglio attrezzato per fronteggiare le complicazioni sullo scacchiere geopolitico. Se la maggioranza degli americani è convinta che i Democratici siano più affidabili nella gestione delle questioni economiche, il giudizio si ribalta quando si discute di affari internazionali: questo il trend registrato dai sondaggi d'opinione.In secondo luogo, l'emergere di Sarah Palin come anti-Obama aveva tolto la scena al junior senator. Una figura, Palin, nuova ed aggressiva, anche se votata ad una filosofia politica decisamente conservatrice, tale da riguadagnare a McCain le simpatie dell'ala conservatrice e religiosa del Partito, il cui voto si è rivelò decisivo per la vittoria del 2004. Obama, hanno sostenuto in recenti contributi due pundit conservatori del calibro di William Kristol () e Charles Krauthammer (

Il ciclone finanziario, accompagnato dall'impasse congressuale e dal vuoto di leadership succitati, ha inciso molto più del ridimensionamento della figura della Palin (infelici le sue rare uscite pubbliche post Convention) e dell'esito dei duelli televisivi tra i due candidati ed i rispettivi vice. Infatti, detto del sostanziale pareggio emerso dal confronto di Oxford tra i due candidati alla presidenza, nel corso del dibattito Biden-Palin a St. Louis (Missouri) la governatrice, pur mascherando meglio che in passato alcune vistose lacune nella sua preparazione personale, non ha saputo alterare le dinamiche della competizione. Il solco di circa cinque punti percentuali determinatosi a vantaggio di Obama nei primi giorni di ottobre è stato scavato quasi integralmente dalla reazione emotiva del pubblico davanti alla ricomparsa dello spettro della recessione.
Los Angeles Times
che, mentre McCain sostiene che garantire l'assistenza sanitaria sia una responsabilità da condividere tra i cittadini e chi governa, il junior senator va oltre considerando l'healtcare un vero e proprio diritto.

Sono rimasti delusi i Repubblicani che speravano che il loro leader seguisse i consigli della sua vice di “togliere i guanti” e combattere a mani nude, prosegue McManus. Il veterano ha descritto l'avversario come un liberal di sinistra, sostenitore dell'aumento della pressione fiscale ed inesperto in politica estera, ma l'ha fatto usando toni considerevolmente più morbidi di quelli che accompagnano solitamente i suoi spot elettorali. Obama ha accusato McCain di non essersi in alcun modo opposto alla poco virtuosa gestione della politica economica Usa degli ultimi anni ed ha evidenziato l'intenzione dei Repubblicani di abbassare le pressione fiscale a vantaggio principalmente dei ceti più abbienti e non della middle class, vero obbiettivo dei messaggi dei due contendenti. Entrambi hanno cercato infatti di stabilire un rapporto di empatia con i risparmiatori della classe media e di mostrare pena davanti alla preoccupazione di questi ultimi riguardo al destino delle proprie case, dei propri risparmi, delle proprie pensioni.

I due hanno concordato su un punto: quando il conduttore Tom Brokaw dell'Nbc (che ha sostituito il defunto Tim Russert alla guida del celebre programma Meet the press) ha chiesto a McCain un nome per il dopo-Paulson al Tesoro, il senatore ha indicato il miliardario Warren Buffett. L'uomo più ricco del mondo secondo Forbes, in grado di accumulare una fortuna in borsa, si è già distinto nel corso della crisi in atto per aver sostenuto Goldman Sachs e General Electric con ingenti iniezioni di capitali e per aver messo alla berlina i manager strapagati. Una figura senza dubbia positiva, considerando i tempi. Obama ha prontamente annuito: non vedrebbe certo di cattivo occhio il superministro Buffet nel suo governo.

Ad ogni modo, niente trucchetti o colpi sotto la cintura. Consapevole dell'urgenza di deviare l'attenzione dall'economia, alla vigilia del dibattito del Tennessee la squadra di McCain aveva rispolverato i passati contatti di Obama con William Ayers, professore universitario e membro di un gruppo sovversivo autore di attentati ad edifici governativi negli anni sessanta. La risposta è stata immediata, con il team Democratico a speculare sul coinvolgimento di McCain nello scandalo Keating Five negli anni ottanta; truffa nella quale Mac è sospettato di aver avuto un ruolo. Due episodi oscuri, riesumati ad arte per esigenze propagandistiche, ma accuratamente evitati dai candidati durante il confronto.

La conquista del West
New Yorker, in un pezzo a firma Ryan Lizza, indica come cruciale per le velleità dei Democratici di tornare alla Casa Bianca: la “conquista del West”. Del resto, basta osservare la mappa elettorale d'America per comprendere come, aldilà della tradizionale divisione in sfere d'influenza del territorio nazionale che vede Obama comodamente in vantaggio negli Stati del Nord-est (escluso l'Indiana, ma compreso l'Ohio!) e della costa pacifica e McCain in testa ampiamente nel Sud (ma non in Florida, dove i latinos stanno tradendo il Grand Old Party), la situazione dell'Ovest registri novità interessanti. Certo, si riconferma la prevalenza Repubblicana, ma il ticket Democrat sarebbe in vantaggio in New Mexico, Colorado e Nevada, tre Stati vinti da George W. Bush nel 2004. L'analisi di Lizza sottolinea come, mentre gli elettori delle regione orientali (liberal) e meridionali (conservatori) appaiono molto connotati ideologicamente e poco disposti a prendere in considerazione rispettivamente il Gop ed il Partito Democratico, i cittadini della “frontiera” si dimostrino più pragmatici e pronti a spostarsi da uno schieramento all'altro. E pare proprio che l'organizzazione capillare della campagna di Obama, già decisiva contro la Clinton, e l'azione politica centrista dei governatori Democratici del West (al potere in Montana, Wyoming, Colorado, Kansas, Oklahoma, New Mexico ed Arizona) stiano ridisegnando la geografia politica del Paese. Secondo stime affidabili, il senatore dell'Illinois avrebbe un margine ampio sul suo contender. Infatti, considerando non le percentuali nazionali ma più correttamente i grandi elettori (espressione del voto nei singoli Stati) che eleggeranno concretamente il presidente, i sondaggi assegnano al binomio Democratico un vantaggio consolidato di circa 100 unità.






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