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Storiografia e marcia su Roma

Pubblicato: 14-11-2022

Fascismo: il volto della borghesia arretrata*

di Giorgio Bocca

Nel cinquantesimo della Marcia su Roma l'informazione di massa ha alluvionato gli italiani con le memorie, le testimonianze, i giudizi e le sentenze. Hanno scritto gli antifascisti da Parri a Nenni, Terracini, Lussu eccetera ed hanno scritto i fascisti superstiti dal conte Grandi di Mordano alla vedova del duce, donna Rachele; sono intervenuti in massa gli storici specialisti in fascismo dal De Felice a Valiani passando per Tranfaglia, Spriano, Alatri, Bianchi, con il contorno di un numero imprecisato di belle firme politiche alla Antonicelli, di studiosi come Basso, di neo storici come il Vené, di storici riediti per l'occasione come l'Antonio Repaci e di esordienti saggisti e storici come i giovani del Movimento studentesco o di Lotta continua.

Essendo qui impossibile giudicare, uno per uno, questi contributi alla conoscenza della storia patria vediamo di considerarli per genere, cominciando dal peggiore, che definirei dei casualisti. Per essi la chiave della Marcia su Roma e, in senso più lato del fascismo è la casualità, anzi la disgrazia. Il fascismo viene perché nell'ora fatale incontra sul suo cammino l'uomo sbagliato, debole, disattento, gretto, in una parola il colpevole. Con i personaggi di quell'ottobre non c'è che l'imbarazzo della scelta: uno può dire che il fascismo viene perché il re Vittorio Emanuele, detto « sciaboletta » teme la concorrenza dinastica del Duca di Aosta, fisicamente più prestante di lui, ma reazionario nella stessa misura e di intelligenza non diversa visto che il poeta d'Annunzio poteva sentenziare: «uno o l'altro non cambia, sono due cretini ». E un altro può sostenere che la colpa di tutto è dell'irresoluto Facta, o dell'invecchiato Giolitti, o del grande ammiraglio Thaon di Revel, amico delle camicie nere, o di Armando Diaz, preoccupato di ottenere da Mussolini l'autonomia delle forze armate, o di 'Bordiga fisso al suo partito dei puri e naturalmente di Mussolini, lo scaltro, il giocatore d'azzardo; il fortunato. Ognuna di queste versioni, intendiamoci, può avere la sua parte di verità e di interesse storici, ma limitarsi ad esse è fare una storia da caffé, è scambiare il particolare per il tutto, è ingannarsi ed ingannare sul significato della Marcia su Roma la quale non è vittoria militare o rivoluzione che rovesci i rapporti di classe ma atto politico che suggella uno stato di fatto e che dà ufficialmente inizio alla costruzione del nuovo stato autoritario di massa. Non si capisce infatti la Marcia su Roma e non se ne dà una spiegazione dignitosa se non si parte almeno dalla guerra mondiale e dalla irruzione che con essa le masse fanno nella storia della nazione: si moltiplica, si organizza, pretende alla guida del paese la classe operaia che ha prodotto i mezzi necessari alla guerra, si sente in grado di gestire direttamente le fabbriche e con esse il paese; fa sentire la sua voce con una durezza e con una forza inedite la classe dei contadini che ha pagato più di ogni altra nella guerra e che chiede il mantenimento delle promesse; e si organizza «terzo incomodo» come la definisce Salvatorelli la media e piccola borghesia che ha fornito all'esercito di massa i quadri medi e subalterni.

Il vecchio stato liberale che controlla l'esercito, la magistratura, la burocrazia è ancora abbastanza forte per impedire che una di queste classi conquisti il potere, ma non lo è abbastanza per amministrare le masse, per farle coesistere. Sceglie un alleato, quello naturale, la piccola e media borghesia che si organizza nel fascismo; la aiuta a debellare le organizzazioni operaie e contadine, ad armare lo squadrismo. E finalmente nell'ottobre del '22 si arriva a una resa dei conti che potrebbe essere anticipata o posposta di alcuni mesi ma che non può mancare: nell'Italia del '22 ci sono quattrocentomila squadristi che da due anni hanno avuto licenza di picchiare e di uccidere e che hanno stabilito legami di stretta complicità con la polizia, con l'esercito, con la magistratura. Chi li manda a casa? E chi si assume il compito di tener fermi e buoni i milioni di operai e di contadini cui sono stati distrutti i sindacati e le cooperative? Quale altro sindacato alternativo esiste se non quello fascista che nell'ottobre del '22 ha già mezzo milione di iscritti?

La storia, si dice, è un caotico, inspiegabile via vai; e chi si diletta nel gioco delle ipotesi può immaginare cento soluzioni diverse di quella crisi dello stato: una dittatura militare, un salvataggio in extremis della agonizzante democrazia parlamentare, un miracolo di Giolitti, eccetera. Ma chi esamina freddamente la situazione esistente è autorizzato a pensare che, in quella data, le scelte sono ormai esaurite, che ormai si è andati troppo avanti sulla via del fascismo, che non ci sono altri modi per congelare le contraddizioni emerse dentro lo stato borghese. Gli storici del fascismo sono ormai concordi nel ritenere che esso non fu la reazione borghese al pericolo socialista, ma il solo modo per mettere a posto i conflitti interni alla classe egemone, il solo modo per saldare gli interessi borghesi. Il fascismo, si capisce, è anche vendetta borghese contro gli operai e i contadini, contro la grande paura del primissimo dopoguerra, ma è soprattutto sistemazione della società borghese; è, per dirla come Radek «i cerchi di ferro con cui la borghesia tiene assieme la sua botte sfondata».

Il secondo genere dei nostri memorialisti o saggisti è quello degli apodittici. Siamo a un livello storico nettamente superiore a quello dei casualisti, ma siamo anche a una presunzione che il vero storico non dovrebbe avere, quella di individuare, senza possibilità di dubbi la causa prima e unica degli avvenimenti. Certo chi ha vissuto quegli avvenimenti ed ha meditato per una vita su essi può essere portato a considerarsi il depositario della verità e a dichiarare in tutta sicurezza: la causa numero uno fu la debolezza dello stato liberale; oppure la divisione della classe operaia; o ancora, il fallimento della rivoluzione socialista nell'Europa occidentale: o anche, la presenza di un tribuno abile e spregiudicato come Mussolini. Ma la storia seria non accetta queste semplificazioni, essa sa che un fenomeno di importanza storica come il fascismo da cui nasce una nuova forma di stato, destinato a numerose imitazioni in Europa; per certi aspetti una vera e propria rivoluzione da destra, se è consentita questa definizione impropria, non deriva da una sola causa, ma da una serie di concause prossime e remote che il dio della storia riunisce nel momento fatale.

Non ho considerato fra i generi degni di nota quello degli aneddottici, fra i quali fa spicco la vedova del duce. Qualcuno raccogliendone le memorie ha tentato di accreditare la tesi che l'anziana signora non sia poi quella romagnola semplice e impulsiva che conosciamo, ma una fine ed esperta politica ben addentro alle segrete cose. Nessuno può escludere che sia così, nessuno può affermare oggi che essa non ci lascerà delle memorie preziose e rivelatrici. Ma allo stato attuale della sua produzione memorialistica possiamo soltanto dire che la signora riduce i momenti decisivi della storia patria alla sua vicenda familiare, notando il volto pallido e preoccupato del marito, ricordando le sue raccomandazioni di moglie prudente, cogliendo qualche intervento dei «compari» e niente più.

Poi c'è il genere degli storici seri, che, per l'occasione hanno ridotto in pillole la loro scienza sul fascismo, hanno sunteggiato in poche paginette i loro libroni e ci hanno ripresentato, in sintesi, un quadro delle ricerche che non pare abbia fatto grandi e decisivi mutamenti. I punti su cui la nostra storiografia segna il passo sono parecchi. Si è fatto ben poco, per esempio, per capire il fascismo perenne dell'Italia, quello che, emergendo nel '22 consentirà a 'Gobetti di definirlo come «autobiografia della nazione». Si è fatto poco perché poco si conosce la storia italiana dall'unità. L'editore Laterza può ben dire che la Storia d'Italia del Mack Smith è soprattutto una storia parlamentare e che comunque è la migliore che ci sia, tanto è vero che continua ad essere adottata nelle Università. Però questo libro e la mancanza di libri migliori è qualcosa che devia la ricerca storica, poiché presenta una Italia imitazione o cattiva copia della democrazia parlamentare inglese che in realtà non è mai esistita. Mack Smith ha raccontato la recita della democrazia fatta in Parlamento, sfiorando o ignorando le istituzioni che facevano di quel regno uno stato illiberale, autoritario e per molti aspetti fascista.

Non si capisce, voglio dire, perché la magistratura aderisca totalmente al regime fascista se non se ne conosce la storia dall'interno, se non si sa che in tutti i processi politici da quelli per le rivolte contadine a quelli per le lotte nelle fabbriche è sempre intervenuta, a uno dei suoi livelli, nella fase istruttoria o nel procedimento di primo grado o in appello, per reprimere. Non si capisce il fascismo se non si fa, dal di dentro, la storia della scuola italiana, scuola di classe, di falso patriottismo, di autoritarismo. Non si capisce soprattutto il fascismo se non si conosce dal di dentro l'esercito italiano.

E' ben vero che gli studi in questo senso sono iniziati, che il Guido Neppi Modona, il Giorgio Rochat, il Castronovo, il Salvadori hanno compiuto o compiono delle interessanti ricerche; ma i mezzi appaiono ancora stentati e le resistenze fortissime. Gli archivi militari restano chiusi, quelli delle procure sono di difficile accesso. E manca un piano sistematico di ricerche comparate, siamo ancora ai pionieri che procedono ciascuno per suo conto.

Si segna il passo anche sulle responsabilità della Chiesa e delle organizzazioni cattoliche. Così come sta, la nostra storiografia presenta questa assurdità: da una parte abbiamo le precise intuizioni di Gramsci e di Togliatti i quali capiscono fino in fondo che nulla in Italia, di politico, può essere fatto contro la Chiesa; e dall'altra invece una storiografia che, elenca, si, le colpe dei cattolici e della Chiesa, le loro complicità con il fascismo ma ponendole su un piano secondario, mettendole nel gruppo delle concause. Ora siccome è difficile smentire la tesi di Gramsci e di Togliatti, siccome alla luce di quanto è poi accaduto e tuttora accade appare in modo sempre più chiaro quale influenza determinante abbiano avuto la Chiesa e le organizzazioni cattoliche sul destino politico dell'Italia, parrebbe doveroso rivedere il rapporto Chiesa fascismo e porlo al piano più alto della ricerca. Il guaio è che il nostro paese è governato da poteri estranei, da monarchie non italiane sempre in qualche modo dissociate dal destino della nazione. Abbiamo una Chiesa che come potere sovrano sovranamente conserva i suoi segreti. In tal modo uno dei filoni principali della nostra storia, se non il principale, sta per buona parte sommerso.

Altrettanto dicasi di quell'altra monarchia straniera che fu casa Savoia. Questi sovrani venuti da una provincia francese, mai completamente integrati nella nazione, hanno trovato naturale tenere segreta prima la loro storia italiana e poi, espulsi dalla nazione, di portare con sé carte e bagagli ora custoditi a Cascais dal « re di maggio ». Chiusi o poco dotati di documenti sono anche gli archivi delle grandi famiglie industriali e agrarie. Non è un fatto anomalo, intendiamoci; una classe dirigente debole, meschina e così vicina, sempre, alle ipocrisie, alle retoriche e alle sopraffazioni di tipo fascistico, ha trovato naturale e doveroso nascondere o dimenticare le sue malefatte, il suo piccolo brigantaggio, le sue ferocie verso i deboli.

Senza tutto questo lavoro di ricerca nel «ventre della nazione» la storia del fascismo rischia di apparire come una serie di contraddizioni e di opposte debolezze; e non si capisce mai bene quale cemento tenga unite le une e risolva le altre. Se invece si conoscono i precedenti molte di queste contraddizioni si dissolvono. Prendiamo per esempio la pseudo contraddizione clamorosa nel primo fascismo, ma presente fino alla fine fra il me ne frego e l'ordine, fra l'assalto allo stato e il culto dello stato, fra le velleità populistiche e i programmi imperialistici, fra il pauperismo mussoliniano e la corsa ai profitti dei gerarchi, fra il laicismo da goliardi e il Concordato, fra l'immoralismo da casa chiusa e il matrimonio in Chiesa. Ma queste, a conoscer bene la storia della nostra borghesia, non sono contraddizioni e neppure caratteri propri del fascismo; sono la sua ideologia come si è formata nella storia unitaria in un paese dominato da monarchie straniere. La coesistenza nel fascismo del '22, e nel neofascismo di oggi, di due anime, di due linguaggi, del movimento d'ordine da un lato e sovversivo dall'altro rientrano perfettamente nella logica di una classe sociale che è fermamente, rabbiosamente per la difesa del «suo» ordine, ma sovversiva ogni volta che il paese tenta di proporre un ordine diverso da stato di diritto.

La cattiva o deficiente comprensione del fenomeno fascista è imputabile in notevole parte anche alla propaganda antifascista, durante e dopo il regime; e in particolar modo alla solita illusione italiana, condivisa anche dalla sinistra, di mutare la realtà con le parole; nel caso la illusione di presentare il fascismo come una congiura del grande capitalismo e della monarchia imposto alla intera nazione. Ma la realtà è diversa, la realtà del fascismo, ha ragione Gobetti, è di rappresentare se non tutta, la maggior parte della borghesia italiana. Se si guardano bene le cose il fascismo non muta il vecchio compromesso fra la borghesia italiana e le monarchie estranee, per cui i poteri feudali sopravvivono dentro lo stato borghese; ma lo allarga, lo adatta alla società di massa che si è creata nel corso della prima guerra mondiale, vi fa accedere anche i medi e piccoli borghesi che sin lì ne erano rimasti ai margini o esclusi.

Questo aspetto compromissorio del nuovo regime va approfondito dalla nostra storiografia; e va precisato con franchezza che è quasi sempre il vecchio stato a prevalere, che ha perfettamente ragione quella storiografia la quale riconosce la rispettosa dipendenza di Mussolini dai generali, dal grande capitale e la sua ossequienza verso la Chiesa e la monarchia. La storia delle innovazioni fasciste è tutta una storia di velleità spente o di tentativi rientrati o svuotati. Facciamo qualche esempio: per sistemare lo squadrismo Mussolini crea la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: dovrebbe essere l'esercito del regime come lo sono in Germania le SS. E le apparenze sono quelle: la milizia non giura al Re ma al capo del partito, non mette le stellette ma i fasci, ha il suo inno, le sue nere bandiere. Ma la pratica è diversa, di svuotamento, di farsa. L'organizzazione militare della milizia viene lasciata all'esercito monarchico che vi delega i suoi ufficiali peggiori e le sue armi più scadenti sicché l'esercito del partito si riduce a un pensionato o, nel migliore dei casi, a un serbatoio di sottoccupati o disoccupati meridionali. Pienamente consenziente Mussolini.

Un secondo esempio è quello del Gran Consiglio. Il fascismo ha prodotto dei tribuni, dei condottieri, dei capi politici come Dino Grandi, Italo Balbo eccetera; bisogna creare per costoro una istituzione nuova che li ponga al culmine del potere, che illustri la loro gloria. Nasce così il Gran Consiglio del fascismo che attribuendosi addirittura un intervento nella scelta dinastica si pone chiaramente come istituzione anti monarchica. E' un fatto rivoluzionario, ma solo in apparenza. Mussolini tranquillizza subito il sovrano: non si preoccupi, il Gran Consiglio conterà niente, la politica la farà lui sottoponendola al consenso del sovrano.

A dire queste cose bisogna poi dar ragione al Togliatti che, unico nella sinistra italiana, ha il coraggio storico di dire che Mussolini non ha sbagliato affatto la sua politica interna, ma è caduto per gli errori in quella estera. Non ha sbagliato in quella interna perché ha sempre assecondato i poteri reali della nazione, la classe borghese e le due monarchie estranee. E lo ha fatto a tutti i livelli, anche a quello formale arrestando la fascistizzazione a metà creando uno stato doppio e addirittura triplo: se il Papa ha le guardie svizzere e il re i corazzieri lui si fa i moschettieri del duce; all'esercito contrappone, pro forma, la milizia; al senato di nomina regia, la Camera designata dal partito; alla Marcia reale Giovinezza; all'Accademia dei Lincei l'Accademia d'Italia; al Quirinale e al Vaticano palazzo Venezia. L'Italia mussoliniana è una Italia a tre livelli sovrapposti, il clericale, il monarchico e il fascistico con piena soddisfazione di tutti e tre.

Non si capisce il fascismo, dicevo, e non se ne dà una buona storia se non si conosce a fondo la storia di una borghesia, come l'italiana, che è stata incapace di fare la sua rivoluzione e perciò di assumere in pieno le funzioni di classe dirigente come la borghesia francese o inglese. Ne deriva che la dittatura fascista, come del resto l'attuale governo democristiano, in quanto rappresentanti di una classe egemone, ma non dirigente, sono, per definizione, in politica interna dei sistemi immobili che non dirigono lo sviluppo della nazione ma lo adattano agli interessi della borghesia. Ancora nel 1927, a fascismo consolidato, non si capirà bene quali siano i suoi programmi. Prendiamo il famoso discorso dell'Ascensione, pronunciato da Mussolini il 27 maggio del '27 e ritenuto di tale importanza che se ne ordina l'affissione. Se ne dovrebbe dedurre che il nuovo regime, che la rivoluzione fascista hanno i seguenti fini: comprimere i consumi, ostacolare lo sviluppo industriale, assicurare, cioè, l'ordine a un livello inferiore. Il resto, compreso l'invito all'incremento demografico, è polvere negli occhi, fumo, sconfinamento nel grottesco come quando il capo del fascismo indica nella prolifica Basilicata il modello della nazione, dimenticando che è la regione più sottosviluppata, più arretrata. L'assenza di programmi, il mantenimento dell'ordine a un livello inferiore, il protezionismo, l'autarchia, sono ciò che desidera una borghesia che non ha il coraggio di assumersi responsabilità dirigenti, che delega il potere politico ai burocrati fascisti. Il grave errore di Mussolini e del fascismo è un altro, è di aver applicato questa politica conservatrice e riduttrice, non priva di una sua logica, a una politica estera avventuristica e megalomane. Lo stesso Mussolini che istintivamente diffida delle grandi concentrazioni industriali e operaie, che ama una Italia agricola, che scrive poesie sul pane e sogna un impero di contadini, fa poi una politica estera che conduce alla guerra con le grandi nazioni, guerra inevitabilmente industriale e affrontabile solo con una grande industria pianificata.

Ecco il vero dramma del fascismo e il punto in cui Mussolini dimostra di essere mediocrissimo uomo di stato. In politica interna egli potrebbe tirare avanti chi sa per quanto con le sue leggi che non sono leggi, con le sue istituzioni che non sono istituzioni come la Carta del lavoro, come le Corporazioni, come la scuola fascista, tutte cose che ci sono e non ci sono e gli consentono di tirar indietro la mano che ha lanciato il sasso, di ricostituire l'immobilismo che piace alla borghesia. Ma sono gli impegni della politica estera quelli da cui non può arretrare, sono l'alleanza di ferro con la Germania, il patto commerciale con il terzo Reich, la politica aggressiva nei Balcani, la pretesa di contrastare all'Inghilterra e alla Francia il dominio del Mediterraneo, da cui non può tornare indietro e che lo perderanno. Ecco alcuni dei punti che nelle rievocazioni del cinquantennale sono stati saltati o appena accennati. Ecco, se volete, un programma di lavoro per chi ama capire le faccende del nostro paese.

 

*Testo pubblicato su Mondo Operaio anno XXV, n. 11, Novembre 1972

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