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De Martino, il riformismo, la socialdemocrazia *

Pubblicato: 18-11-2022

*Relazione per il convegno "Francesco De Martino e il suo tempo", novembre 2007

di Paolo Borioni

Si può ben sostenere che il dibattito fra le diverse tendenze presenti nel Pci sia avvenuto sempre intorno a diverse interpretazioni di Gramsci. E può anche ben dirsi che Sturzo e il popolarismo cattolico sia presente, come ispirazione e riferimento, in tutti le correnti del cristianesimo democratico. 
Diverso il caso socialista, in cui la maggiore disomogeneità culturale fu un dato di fatto. Non solo un dato di fatto negativo, perché il Psi è stato l’elemento di apertura di un sistema politico assai poco dinamico, ma certo un dato problematico. 
Ritengo che De Martino abbia ricercato una via diversa, una stabilizzazione se non immediatamente culturale almeno strategica della natura di movimento e di apertura del Psi, soprattutto dopo essersi reso conto dell’esaurimento del centro sinistra e del fallimento dell’unificazione con il Psdi. E’ come se all’inizio degli anni Settanta le risorse di movimento socialiste avessero ormai per lui mostrato i propri limiti rispetto alle permanenti funzioni storiche di Dc e Pci. Si tratta di una visione originata soprattutto a partire dal suo essere grande studioso di storia, e per di più di ispirazione marxiana, e dal suo essere intellettuale politico in un modo non comune nel mondo del Psi: un leader cioè che in una tradizione di studi, o addirittura di studi propri, individua un’eurisi, un modo cioè per analizzare e comprendere i problemi, dell’antichità come della modernità. 
Il De Martino studioso aveva scritto che i suoi studi di storia romana intendevano non a caso incentrarsi su un punto: “in che misura le forme istituzionali hanno influito sulla vita economica e sociale e viceversa” (…) e ciò al fine di “ricomporre l’unità del processo storico, abbattendo le barriere che sussistono pervicacemente fra le varie discipline”, poiché per De Martino la conoscenza storica non poteva che “avere per oggetto l’unità del mondo reale”. 
Insomma, la scienza storica antichista di DM, persino il suo approccio marxiano, sono tesi a trovare la strutturalità, la permanenza dei fattori maggiormente determinanti di lunga durata. Certamente, questo il nodo, la pratica di tale ricerca di “unità del mondo reale” lo ha caratterizzato anche come leader politico socialista, distinguendolo da chi ha perseguito le virtù di movimento del Psi con il gusto prevalente o esclusivo della iniziativa politica. 
Gli anni Settanta sono appunto l’incrocio storico in cui l’eurisi di De Martino confligge maggiormente con l’interpretazione più attiva e persino spregiudicata della virtù di movimento. Ciò avviene poiché l’epoca è quella dei movimenti del Sessantotto e degli anni Settanta, nonché della ampia scolarizzazione di massa avvenuta sull’onda di vent’anni di espansione e modernizzazione economica. A questo si aggiunge un’indubbia secolarizzazione dei costumi (una società meno autoritaria e meno religiosa), una tendenza alla crescita inedita dell’elettorato progressista e l’esempio francese in cui Mitterrand aveva ribaltato gli equilibri interni alla Union de la gauche ponendosene alla guida. Tutto ciò all’inizio degli anni Settanta investe un Psi ancora impegnato in un Centro-sinistra ormai in declino, e forma un nuovo ceto politico particolarmente portato a sottolineare, gli elementi di discontinuità del presente, e le occasioni concepite come inedite che ciò presentava per i socialisti. Così, disincagliare il partito da una formula politica esaurita significherà per De Martino soprattutto prendere atto di quanto il Psi con le sue principali iniziative movimentazione del sistema politico (il Centro-sinistra e l’unificazione socialista) non poteva mutare con l’iniziativa stessa. Mentre per la generazione che stava prendendo in mano il partito la fine del Centro-sinistra apriva un’epoca in cui la virtù di movimento dei socialisti andava concepita e realizzata con particolare convinzione e fede nell’inversione di potenzialmente ogni permanenza storica del sistema politico italiano. Questa fede nell’inedito e nell’incomparabile proseguirà e anzi si rafforzerà negli anni, nonostante che il patto per l’alternativa fra Craxi e sinistra lombardiana lasciasse il posto ad una nuova versione di centro-sinistra, per quanto a guida socialista. 
E’ lecito esprimere una riserva a questo modo di delineare il campo all’interno della classe dirigente socialista. Infatti, è vero che negli anni Ottanta il pentapartito è stata formula politica “chiusa” e “statica” a sinistra, laddove invece negli anni Sessanta-Settanta era stato concepito come un avamposto di una sinistra della quale il Psi si concepiva organico. Ma questa riserva non confuta affatto la sostanza. Della strategia craxiana è infatti essenziale la dottrina della cosiddetta “onda lunga”, secondo cui negli anni Ottanta al Psi sarebbe toccato un grande dividendo elettorale risultante sia dalla fine del lavoro operaio e delle ideologie, sia dalla coerenza con cui il nuovo corso perseguiva un modello politico fortemente basato sul leader e sul suo ruolo fondamentale nella governabilità del paese. 
Con il Midas e con Craxi, insomma, vince, nelle sue varie ispirazioni lombardiane ed autonomiste, un modo originale ed efficace di partire dai propri limiti (la eterogeneità dei riferimenti culturali e la leggerezza dell’insediamento organizzativo ed elettorale) per proporle, a sé e agli altri, come delle virtù, cioè come le caratteristiche più compatibili con la prontezza e l’apertura in un quadro politico statico. Del resto anche gli alleati del nuovo corso socialista la vedevano così: Massimo Teodori scriveva in quegli anni che “E’ proprio il Psi, in ragione della la sua relativa debolezza, il partito della sinistra istituzionale aperto a una strategia di movimento”. 
Un modo di fare che secondo De Martino non si sofferma sufficientemente e seriamente sulla valutazione profonda delle forze storiche in campo. 
Negli anni in cui Craxi è presidente del consiglio, non a caso, De Martino così valutava gli avanzamenti elettorali del Psi al termine della prima presidenza del consiglio socialista: “un avanzamento del 2% ha la sua importanza. E’ invece sproporzionato rispetto ai fini enunciati, ai traguardi proposti, a questa idea di rovesciamento dei rapporti di forza ai due lati e, in particolare, nei confronti del PCI (..)“ Proseguiva poi DM con parole che ci rendono meglio il senso della sua visione: “Per me, se c’è una visione realistica della politica, occorre tenere conto delle forze come sono, come si sono create, quali radici hanno (…) Se invece della realtà non si tiene conto alcuno, allora si può inventare qualsiasi disegno, che però rimane una velleità”. 
E il Psi si era ricostituito, dopo il 1945, in una situazione che De Martino definisce, è un suo concetto, forza più condizionata che condizionante. 
Non che anche allora il partito non avesse cercato di uscire da questa situazione. Nel 1945 Nenni sperava nel ruolo del Regno Unito governato dai progressisti in Europa. Secondo un rapporto dei Carabinieri i socialisti contavano sul fatto che “la simpatia sempre dimostrata dai laburisti per il Partito Socialista Italiano, rafforzerà la posizione di questi, spingendo sempre più a sinistra il nostro Paese”. In effetti, Nenni pensava nei mesi subito successivi alla liberazione che la vittoria del Labour in Uk sarebbe stata “la prima di una lunga serie di vittorie che faranno del lavoro il protagonista della storia e dei lavoratori gli artefici della democrazia”. La vittoria laburista a Londra gli permetteva di concepire una interpretazione equilibrata dell’alleanza comunista, diversa dal fusionismo di classe predicato in quei tempi da Lelio Basso. Egli indicava un’alleanza sul piano politico che non escludesse in via di principio nemmeno la Dc, ed una corrispettiva sul piano sociale che, intorno ad una omogenea classe operaia, vedesse il contributo di tecnici e borghesi progressisti. All’interno di ciò, Nenni confidava appunto che il ruolo dei laburisti nel Regno Unito, e del Regno Unito in Europa, potessero garantire al Psi legami e rapporti internazionali tali da conferirgli un ruolo più centrale di quello che la realtà della guerra fredda altrimenti prefigurava. E proprio il dissolversi di questa prospettiva internazionale, cioè quella di un ruolo forte e progressista del Regno Unito in Europa nell’ambito di rapporto dialogante fra potenze vincitrici, precluderà al Psi la prospettiva di divenire l’elemento centrale dello schieramento progressista negli anni generativi del sistema democratico italiano. 
Accanto a ciò, il momento generativo comunista era stato quello del Partito Nuovo togliattiano, con la sua combinazione fra partito di massa fortemente radicato nella democrazia, e uso abile del mito dell’Unione sovietica. Un dispositivo non privo di contraddittorietà, che accoglieva il massimalismo ma, come dice Luciano Cafagna, esternalizzandolo, e impedendogli di fare troppi danni. Così, il Pci si era posto sul binario di una lenta maturazione democratica, incentrando su di sé sia la funzione dell’insediamento operaio, sia della alternativa democratica al potere democristiano. Potere quest’ultimo a sua volta dotato della legittimazione storica a rappresentare il polo moderato, ma anche quello cautamente riformista che avrebbe in seguito aperto al Psi.

Ma, si diceva, negli anni Settanta per vasta parte della nuova classe dirigente socialista, si poteva legittimamente puntare ad un ribaltamento di tale sedimentazione. 
Vorrei proporvi per un perspicuo confronto il pensiero del Fabrizio Cicchitto che qui ben rappresenta la visione dei lombardiani, e che esprime molto sulla vera natura dello scontro. Cicchitto sosteneva esserci un “vizio di economicismo in molte delle impostazioni correnti nella politica delle alleanze (…)”, e sosteneva ormai potere essere privilegiato un “aspetto sovrastrutturale nel processo di aggregazione di un ampio settore dei ceti medi a un blocco storico alternativo”. Per aspetto “sovrastrutturale” da privilegiare sul cosiddetto “economicismo” Cicchitto intendeva sostanzialmente che la maggioranza uscita dal referendum sul divorzio avrebbe potuto sancire una vittoria dell’alternativa ricomponendo sul piano dei nuovi valori, non su quello della riforma economica, un’alleanza fra sinistra e ceti medi.
In tutto ciò c’era un’ansia di ribaltare gli insediamenti forti e tradizionali della politica italiana, una utilizzazione dell’arma di movimento referendaria che del resto non era nuova nel Psi, e che avrebbe intriso di sé anche gli anni Ottanta. Rispetto a ciò De Martino non opponeva una contrarietà al referendum, anzi egli ricordava di essere stato “il primo a presentare una legge per la loro attuazione”. Ma, aggiungeva, “Si resta invece perplessi quando viene avanti una concezione mirante a mettere insieme i referendum come un mezzo ordinario di manifestazione politica, e nello stesso tempo come azione parlamentare e di governo. Il Parlamento ne viene, in qualche modo, limitato“. 
Se riportata nel nostro contesto, De Martino ravvisava cioè in questa modalità politica una tentazione di scomporre la opinione pubblica italiana e ricomporla senza passare per le ragioni profonde e strutturali delle appartenenze politiche. Ragioni che devono assolvere ad almeno tre funzioni fondamentali: 

- quella dell’insediamento, premessa della formazione di una cultura e di una classe dirigente autonome
- quella della gestione (che nel caso socialista è una RIFORMA) del capitalismo; 
- quella del governo o della alternativa di governo. 

Ora, non c’è dubbio che il Pci rappresentasse in modo incompleto queste tre funzioni. Ma era al contempo altrettanto vero che, per una forza socialista, recidere i legami con l’insediamento di massa comunista, e con la quota maggioritaria di mondo progressista che continuava a fare ad esso riferimento, non poteva rappresentare per De Martino un’opzione valida.
Per lui insediamento democratico di massa e movimento storico di modernizzazione erano consentanei. E anche qui è utile per spiegarci meglio il ritorno ad un altro momento generativo: l’identità meridionale di De Martino e la sua scelta di divenire socialista.
Nell’azione meridionalistica De Martino ricerca senza dubbio il collegamento organico con una sinistra di massa, e si allontana da ogni proposta che non si collochi su questo sentiero. Ricorda così quell’evento: “Il Partito d’Azione era pur sempre un partito importante e anche molto combattivo, ma mancava di una base di massa. Quel contatto con la massa popolare, con la classe operaia e i lavoratori fu di straordinaria importanza per me in quel tempo. Nel Partito d’Azione non era certamente mai stato di quella entità. Un’esperienza nuova, quindi, e di grande significato. Ricordo le affinità di sentimenti espressi dalla base del partito.” 
Non altrimenti che con l’adesione ad una politica di massa si possono spiegare anche i giudizi su di un grande intellettuale meridionalista come Guido Dorso, Dice DM: “Con Dorso ho avuto il primo rapporto. L’attività nel Partito d’Azione, dal ’43 in poi, ci ha permesso di avere questo contatto, non facile. Senza dubbio Dorso aveva una funzione di grande rilievo. La sua visione di una rivoluzione meridionale contro il trasformismo fatta da minoranze intellettuali coraggiose, era però limitativa.” 
Ma come evitare che l’azione, facendosi massa, si corrompa? E’ necessario certo, non spingere l’etica fino al puritanesimo. Ma soprattutto è necessario organizzare la democrazia e la cultura, rappresentare le esigenze di governo alternativo o di opposizione, avere una propria visione del capitalismo. Si tratta di una via che richiede pazienza e rigore: occorre ancorare le masse a grandi opzioni. E contemporaneamente è necessario operare ogni giorno per le riforme, senza però rimanere tentati dalla prima scorciatoia, dalla prima opportunità di saltare in poco tempo, per il volontarismo di un gruppo o di un partito minoritario, le sedimentazioni o le leggi della lunga durata storica.
A maggior ragione questo ancoraggio è indispensabile nel Meridione. Una zona d’Italia in cui lo scontro sociale denota ancora spesso, quando De Martino comincia la sua attività politica, alcuni caratteri della politica premoderna. 

Riporto un’osservazione di De Martino sui tempi in cui durante la campagna elettorale per il referendum sulla Monarchia la spazzina del comune di Somma Vesuviana si impegnava nella propaganda per i Savoia. Interrogata sul perché lo facesse essa rispose di temere che senza più l’effigie del re i suoi pochi soldi avrebbero perso di valore. Così De Martino, con concisione ma con tutta la inconfondibile profondità dello storico, commenta quel piccolo evento: “Io me lo sono spiegato come un residuo della fiducia del popolo nel re buono, contro i cattivi signori feudali“. 
L’alleanza dei ceti operai con le masse estranee al mondo industriale, del resto, non era solo strategica per la modernizzazione meridionale italiana. Porto un esempio da scandinavista quale sono: nel 1914 trentamila contadini marciarono su Stoccolma contro il governo progressista che stava imponendo una politica di disarmo, e con entusiasmo furono arringati dal re Gustavo V, che voleva portare il suo paese più vicino agli imperi centrali. Ebbene: i decenni decisivi per l’egemonia socialdemocratica in Svezia, quelli che vanno dal 1932 alla seconda metà degli anni Cinquanta, videro un ribaltamento di questa situazione, con i socialdemocratici quasi sempre al governo con il Bondepartiet, il partito contadino, oggi detto Centro.
Ma la premodernità del Mezzogiorno era nel secondo dopoguerra anche presente nei moti agrari spontanei. Rosario Villari ha ricordato in un precedente volume dedicato alla sinistra meridionale e alle due esperienze del Comitato per la Rinascita del Mezzogiorno e di Cronache Meridionali come il Mezzogiorno del ’43-’44 fosse percorso da “una forte recrudescenza di microrivolte contadine, alcune delle quali furono particolarmente violente”. 
Viene in mente a questo proposito un altro grande leader della sinistra meridionale: Giuseppe Di Vittorio. Con Di Vittorio avviene una sorta di percorso della modernità all’interno dell’Italia, nella quale le masse si emancipano contemporaneamente sia dal giogo padronale sia dal ribellismo endemico. Un ribellismo che nel nostro paese contava su una lunga storia di suggestioni: da quella borghese/carbonara, alla speculazione anarco-sindacalista. Per non tacere del “mito della resistenza tradita” e di quello guerrigliero guevarista uscito dai movimenti giovanili fra anni Sessanta e Settanta. Tutte espressioni politiche senza vero insediamento alternativo.

Essenziale dunque, per tutte queste ragioni, il rapporto con l’insediamento di massa comunista. Ma altrettanto essenziale, alla fine degli anni Cinquanta, l’esigenza riformista di produrre alcuni risultati con il centro-sinistra, che allontanava socialisti e comunisti. De Martino non si faceva tuttavia illusioni su una formula politica che non era ancora la piena alternanza. Così si esprime De Martino: “Ero convinto del centro-sinistra perché non c’era altra soluzione, in quel tempo, che permettesse di avere un governo democratico impegnato a fare alcune cose che stimavamo importanti“. 
Non sono parole interpretabili come indifferentismo. Al contrario, vi è una consapevolezza netta dei doveri della politica socialista, perché, cito ancora De Martino, “Noi eravamo convinti che il mutamento politico del Centrosinistra poteva evitare, all’Italia, il rischio dell’involuzione di destra”. 

Così, De Martino si batte per il Centrosinistra, e riconosce a Nenni la maggiore volontà e convinzione a riguardo, ma non nutre lo stesso entusiasmo per la formula politica. Credo che la sfida del Centrosinistra sia ancora leggibile come una sua visione della maturazione di certe dinamiche storiche. Perché oltre al radicamento nelle grandi opzioni storiche della democrazia, sono fondamentali stagioni riformiste, che almeno limitano la sfiducia, su cui cresce il cinismo e il trasformismo. 
E infatti De Martino è per un’urgenza realizzativa che lo porta anche oltre il sodalizio con Amendola e Sereni, cui pure attribuisce enorme importanza (“Sono uomini con cui ho fatto battaglie importanti”, dice). Rispetto a questo sodalizio, in effetti, egli rimarca una maggiore propria sensibilità verso l’industrializzazione: “Ero convinto molto più di loro che la necessità politica era quella dell’industrializzazione, e che la questione agraria era secondaria (…) Temevano che l’industrializzazione implicasse la penetrazione nel sud dei monopoli e del capitalismo del Nord (..) La mia opzione era a favore dello sviluppo industriale anche se, per forza di cose, sarebbe stato uno sviluppo capitalistico“. 

Sono così stati enumerati e descritti: a) i momenti generativi fondamentali da De Martino ritenuti costitutivi degli equilibri e della realtà politica e sociologica del Psi; b) gli elementi culturali ed esistenziali che formano la cultura politica di De Martino; c) le fondamentali differenze strategiche fra tale cultura politica di De Martino e quella del nuovo gruppo dirigente socialista che si afferma alla metà degli anni Settanta.
E’ ora su questo ultimo punto che occorre concentrarsi per giungere almeno ad alcune ipotesi di lavoro sul rapporto fra De Martino e la dirigenza socialista affermatasi con il 1976.
De Martino si era posto il problema di cosa significassero, dopo Trent’anni e dopo la fine del centro sinistra, le permanenze di una forte Dc e di un Pci che proprio in quegli anni toccava il suo apice. La conclusione può essere ravvisata in questa descrizione dei presupposti della politica che allora DM propose al partito e al paese, detta degli “equilibri più avanzanti”. Essa partiva da due assunti: 1) “Fino a quando, in Italia, c’è una divisione nel campo socialista o in quello della sinistra, non sarà possibile qualsiasi sviluppo, non dico di carattere socialista, ma anche di carattere semplicemente democratico. Quindi l’ispirazione è la ricerca dei modi capaci di determinare questa possibilità”.
E’ evidente a mio avviso come tutto il ragionamento sul radicamento storico, e sulle vicende prima di Saragat, poi della riunificazione socialista sfociasse proprio su questo punto. Ed è evidente come proprio la limitata consistenza numerica socialista fosse forse l’aspetto più discriminante nel giudizio storico, oltre che politico, di De Martino. 
2) “Il partito comunista, nonostante la sua origine collegata alla rivoluzione sovietica e alla scissione di Livorno, non avrebbe potuto non risentire l’influsso dell’ambiente storico in cui agiva l’Occidente”. 
Tocchiamo qui il punto della proposta politica demartiniana che ha probabilmente attratto le maggiori critiche da parte della nuova generazione del Psi. Non parlo semplicemente delle accuse di passività politica “in attesa della maturazione comunista” che tante volte gli è stata rivolta. In proposito va detto peraltro per completezza che la valutazione sull’inevitabile evoluzione comunista non era affatto un’ossessione di De Martino. Anche il Bobbio del 1976, all’epoca elemento centrale nell’opera del gruppo di “Mondoperaio” affermò, di fronte a tutto il Psi riunito, che il successo elettorale del Pci era spiegabile con il fatto che ormai esso era in larga parte sostitutivo del Psi. Per il filosofo torinese, peraltro, a nulla valeva chiedere al Pci prove di democraticità, perché, visto quanto pagavano elettoralmente, il Pci avrebbe continuato a darle. Certo, è innegabile che una classe dirigente di quarantenni a cui l’ultimo decennio pareva suggerire che in una società sempre meno autoritaria e sempre più in movimento tutto è possibile, era piuttosto stuzzicata dall’ipotesi di non attendere proprio nulla e nessuno. E infatti Amato rispose a Bobbio: “E allora che dobbiamo fare? Iscriverci tutti al Pci?”. Ma il punto di debolezza maggiore è a mio avviso un altro, e riguarda non Bobbio o De Martino o Craxi in particolare, ma tutta la cultura politica socialista del tempo. Questo punto di debolezza si chiama socialdemocrazia, ovvero, che è lo stesso, il fatto che di fronte alle molteplici esigenze di aggiornamento della sinistra della fra compromesso storico e fine del centro-sinistra, l’identità del riformismo italiano era incerta e composita e tale sarebbe rimasta. 
Nello spiegare questo punto vorrei avanzare un’ipotesi esplicativa più precisa sui caratteri della proposta di De Martino. Mi riferisco specialmente ad un’epoca intorno al 1980, quando la sua battaglia contro Craxi non era ancora del tutto perduta, e quando le velleità di un’alternativa di sinistra basata sulla scomposizione e ricomposizione referendaria e movimentista degli anni Settanta erano ormai un ricordo. In quest’epoca, infatti, Craxi aveva imboccato decisamente la strada della “governabilità”, e abbandonato l’iniziale parola d’ordine dell’alternativa, che era stata tatticamente decisiva per mettere in un primo tempo in minoranza De Martino. Come dicono Amato a Cafagna in Duello a sinistra, il Psi ha a quell’epoca “ormai liberato la sua cultura dalle ambivalenze degli anni ’70, ed è alla ricerca di un riformismo effettivamente laico e pragmatico”. Ebbene, proprio in modo laico e pragmatico, De Martino avrebbe ancora potuto opporre, cosa mai fatta con sufficiente nettezza, che proprio elettoralmente (non solo sul piano dei rapporti a sinistra, non solo perché intanto il Pci sarebbe inevitabilmente maturato) il nuovo corso non avrebbe mai pagato in maniera tale da trasformare il Psi da partito “determinato a partito determinante”. E ciò perché, anche con il declino delle contrapposizioni e delle ideologie della guerra fredda, anche con l’avanzata dei ceti medi e del terziario ai danni dell’industria e dei ceti operai (che pure fu e viene tuttora esagerato) l’Italia avrebbe sempre avuto bisogno di un polo moderato e di un’opposizione. E che era puro volontarismo pensare che il Psi del pentapartito “chiuso”, cioè governato da un ristrettissimo patto di sindacato, avrebbe potuto ribaltare la situazione predominante in questo quadro rivestita da Dc e Pci. 
E’ probabile che le argomentazioni di Craxi per convincere la “pancia” del partito, avrebbero prevalso comunque. Ma in una giornata di studio come questa non sono gi esperimenti di controfattualità ad essere interessanti. Più feconda è la spiegazione del perché tale argomentazione sia mancata, nonostante che, in anni in cui divenivano ossessivi, proprio nella nuova dirigenza Psi, i richiami allo sradicamento della “anomalia” italiana, forse essa avrebbe avuto una forza controargomentativa efficace. Nel suo libro intitolato proprio così, “Un’epoca del socialismo”, egli chiude dicendo essere stato tipico del socialismo italiano “creare una società differente da quella dominata dal collettivismo burocratico dell’Est, ma non uguale a quella del semplice Welfare State della socialdemocrazia”. Del resto, il punto è forse proprio questo, e cioè che De Martino era l’uomo di un’epoca, quella “Epoca del socialismo” in cui non era l’analisi politologica, né quella comparativa con il resto dell’occidente sviluppato a essere centrale. Nemmeno come arma di polemica politica. Centrale era invece la seria, e lo ripeto, indispensabile di fronte ad applicazioni spregiudicate della risorsa di movimento socialista, presa d’atto dei modi peculiari dello sviluppo storico della sinistra italiana, intesa come pratica della modernità politica.
Ora, le ipotesi che avanzo sono due: la prima è che con queste premesse risultava più difficile per De Martino richiamarsi comparativamente a quelle società europee che, sebbene ancora più avanzate nel processo di terziarizzazione e modernizzazione sociale, non disconoscevano e non disconoscono affatto la necessità di una opposizione organizzata intorno alla rappresentanza del lavoro salariato. Addirittura, aggiungendo alla comparazione anche lo studio sociologico dei partiti operai riformisti dell’occidente, De Martino avrebbe potuto aggiungere un altro argomento alla previsione che la strategia craxiana non avrebbe pagato: che quei partiti erano “partiti della classe ma non partiti di classe”, e che dunque a) l’insediamento del Pci, a meno di definirlo caricaturalmente, non era distante da questo tipo di assetto; b) costruire in Italia un partito che fosse “della classe” ma non “di classe” voleva dire appunto mettere insieme le due componenti principali della sinistra italiana, quella dotata prevalentemente di radicamento e quella dotata prevalentemente di movimento.
La seconda ipotesi è che, mantenendo la distinzione verso la socialdemocrazia e i suoi dispositivi socio-politici, risultò impossibile a De Martino portare a frutto confutativo, le proprie intuizioni storiche più feconde. Il che rese meno ficcante la sua proposta politica, sia agli occhi degli avversari, sia a quelli dei seguaci che stavano per abbandonarlo. Mi riferisco a quelle intuizioni storiche per cui senza un fertile rapporto con l’insediamento della sinistra sarebbe divenuto impossibile scongiurare quei pericoli di bissolatismo che egli, a partire dalla strategia inaugurata con “Riscossa socialista”, vedeva incombere con la fine del centro-sinistra e della unificazione con il Psdi. 
Affermo questo non solo perché l’unica sintesi conosciuta in natura fra insediamento operaio ma non classista, riformismo, funzione di alternativa democratica rimane inevitabilmente quella: la socialdemocrazia. C’è un motivo più concretamente immediato e rilevante, ed è che sia il gruppo di “Mondoperaio”, sia il nuovo corso socialista cominciarono alla metà degli anni Settanta a fare, per la prima volta nella storia del Psi, riferimento esplicito alla socialdemocrazia europea. Ciò avvenne con confusioni ed ambivalenze ancora cospicue, come quelle del Progetto socialista, o del saggio di Craxi su Proudhon, che nessun socialdemocratico certo della propria identità avrebbe mai scritto. Ma, soprattutto, il lavoro di rinnovamento culturale prodotto dal “Mondoperaio”, e dunque l’avvicinamento al riformismo europeo, fu utilizzato dal gruppo dirigente socialista emerso con Craxi in modo più che altro nominalistico e dialettico. De Martino non poté, per i motivi detti, incalzare il dopo-Midas su questa mancanza macroscopica. In questo, sarebbe di grande utilità per lo studio storico determinare quanto su ciò abbia pesato appunto il suo rispetto anche troppo grande per le esitazioni comuniste. E, passando come esige la figura di De Martino, dalla politica alla visione storica delle cose, quanto l’anomalia comunista italiana pesò sul fatto che la sua analisi fu, per quanto preziosa, più storicistica e italo-centrica che comparativa, mentre tutto, a cominciare dalla integrazione europea, conferiva sempre maggior forza euristica e politica alla comparazione fra Italia ed Europa. 
Il problema della socialdemocrazia assente non riguarda però soltanto i limiti del contrattacco di De Martino. Anche Bobbio, che si diceva socialdemocratico, imposta il problema della modernizzazione riformista della sinistra italiana negli anni Settanta in modo perlopiù sovrastrutturale, normativo, e in definitiva, quindi, più liberal-socialista che davvero socialdemocratico. Non a caso, i suoi saggi raccolti in Quale socialismo? argomentano in favore della accettazione delle istituzioni procedurali democratiche come orizzonte del socialismo. Certo, si è trattato di un’opera di puntualizzazione indispensabile, specialmente viste le reazioni degli esponenti del Pci nel dibattito di “Mondoperaio”. Ma rimane la sensazione della prevalenza sovrastrutturale, addirittura filosofica. Il che è spiegabile con il fatto che l’opera di “Mondoperaio” fu ampiamente dialettica, cioè soprattutto tesa a far pronunciare il Pci, a fargli dare quelle “prove di democrazia” che Bobbio si era detto sicuro sarebbero arrivate. Passa insomma in secondo piano, per Bobbio e per tutti gli altri protagonisti del dibattito, l’aspetto fondativo a tutto campo, cioè proprio la fondazione in positivo, e con nettezza, di una cultura della riforma del capitalismo, che è pur sempre la premessa di ogni socialdemocrazia realizzata. 
Ciò è vero per due motivi, che sono insieme politici e di cultura politica: a) perché nella fase in cui il nuovo gruppo dirigente socialista del dopo-Midas sposa, per combattere il compromesso storico, la strategia dell’alternativa di sinistra, è più che altro utile rimanere nell’indistinzione, cioè mantenere in vita la babele di culture politiche tipica della storia socialista italiana. Il nuovo corso Psi, in sostanza, richiedeva mani libere anche in sede teorica. b) perché, nella fase successive, quella della vittoria definitiva di Craxi, quella della “governabilità” e poi del “pentapartito”, le mani libere sono ancora più necessarie. L’iniziativa politica “sovrastrutturale”, più di quadro politico che di profonda riforma sociale, non avrebbe tollerato criteri rigorosi come quelli che la socialdemocrazia europea impone, anche quella in piena autoriforma degli anni Ottanta. 
Del resto, nel dibattito di quegli anni la sensazione di approssimazione quando il dibattito tocca il socialismo europeo è pressoché ubiqua. Scalfari, per esempio, definì Craxi più vicino a Palme e Brandt che a Mitterrand, dando per scontato che il leader francese, forse per il fatto di essere alleato ai comunisti, fosse perciò stesso più radicale e meno riformista. Anche Lombardi, in un dibattito su “Mondoperaio”, si disse più attratto dalla gauche francese che da quella laburista. Destra e sinistra, insomma, si definivano con i parametri della formula politica (ancora una volta prevale la sovrastrutturalità) e al massimo delle enunciazioni programmatiche, se non addirittura, con parametro tipico dell’europa latina, sul metro della distanza/vicinanza dai partiti comunisti. 
Ma la maggiore prova della sovrastrutturalità, se non del tatticismo, dei riferimenti alla cultura socialdemocratica, l’epoca della segreteria di Craxi l’avrebbe fornita con un semplice dato: nel 1980 il debito pubblico era al 59,458% del pil, nel 1992 era giunto al 110,28%. Al contempo, dopo la introduzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, nessuna altra grande istituzione di welfare, soprattutto non quelle inerenti un mercato del lavoro più ricco e costruito su una più competitiva economia nazionale, furono prese in considerazione. L’economia italiana si trovava invece negli anni Settanta, proprio per via delle riforme introdotte a partire dal Centro-sinistra, nella necessità di trascendere il suo ruolo di paese newcomer, paese cioè soprattutto competitivo per i suoi bassi costi fiscali e salariali. Peraltro, questo ruolo stava per essere assunto dalla Spagna, dalla Grecia, dal Portogallo, presto da altri ancora. La continuità con il migliore centro-sinistra degli anni Sessanta, la migliore continuità con Antonio Giolitti, Brodolini e il migliore riformismo italiano, insomma, proprio perché esso aveva introdotto istituzioni e diritti tipici di una società affluente, avrebbe richiesto una nuova fase. Avrebbe richiesto che l’espansione del debito pubblico fosse più contenuta, a comunque mirata ad attivare il circuito welfare-decommodificazione-più alti salari-produzioni più innovative-maggiore valore aggiunto-più introiti fiscali-maggiore welfare. Il circuito, questo sì, che costituisce il tratto più tipico, finalmente non sovrastrutturale, della socialdemocrazia. 
La scelta fu quella invece di confidare su un capitalismo più “naturale” che progettuale, aiutato da un regime fiscale, previdenziale, e valutario più permissivo che competitivo. L’innovazione, e con essa l’acquisizione di quote di export salde e specifiche da essa derivata, fu lasciata a sé stessa, tantopiù con il cospicuo smantellamento, stavolta non certo per responsabilità di Craxi, di quanto per modernizzare l’apparato produttivo italiano era stato fatto nella grande impresa sia pubblica sia privata. Tutto questo ha costruito la via italiana a un processo di finanziarizzazione, di allontanamento dalla innovazione nella produzione reale, di cui non a caso, da Muentefering a Rasmussen, la socialdemocrazia ancora oggi critica gli eccessi. 

De Martino aveva intuito, anzi aveva con cultura storica lucidamente individuato, cosa doveva evitare il Psi per non esaurirsi in un nuovo bissolatismo, per distruggere cioè quella anomalia politica che lo costringeva ad essere soggetto determinato più che determinante. Gli mancò la capacità, forse per età, forse per lo scarso rigore intellettuale anche delle giovani classi dirigenti che aveva allevato, forse per effetto di una cultura socialista che in genere sempre era stata troppo sincretica, di trasmettere questo messaggio alla successiva “epoca del socialismo” italiano. Se non per vincere, almeno per correggere le più palesi mancanze del nuovo corso. 

*Relazione per il convegno "Francesco De Martino e il suo tempo", novembre 2007