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Democratica o no, quanto è reale la legittimazione di Putin?

Il Presidente punterebbe alla carica di "leader nazionale"

Il partito del Presidente ha vinto. Eppure non ha trionfato, soprattutto in alcune regioni del paese dove i consensi ottenuti sono stati ben aldisotto delle aspettative. Secondo il Russian Analytical Digest - che nel numero di dicembre ha dedicato uno speciale all'analisi del voto - questo significa che più che un processo di consolidamento del sistema dei partiti,  vi sia il consolidamente del potere in carica. La forza elettorale del partito del presidente, cioè, sarebbe il frutto di un processo di auto-alimentazione generato dal partito piglia-tutto con il supporto dei partitini fratelli, inventati proprio con questo scopo. 

Secondo Hans-Henning Schröder, tuttavia, la vittoria della Duma da parte di Russia Unita non era che un obiettivo secondario. Nel paper Sufficient Legitimation for a “Shadow President”, lo studioso della Bremen University sostiene infatti che “l'obiettivo principale di queste elezioni era garantire al Presidente uscente una legittimazione tale da giustificare il suo mantenimento in un ruolo politico.” 

Secondo gli analisti del Russian Digest, la risposta va cercata nel ruolo politico-istituzionale che Putin assumerà, dopo le presidenziali del 2 marzo prossimo. La vittoria di Dmitry Medvedev, l'attuale vice-premier designato da Putin per succedergli al Cremino, appare scontata. 

Non è un caso allora che, già all'indomani dell'investitura, ufficializzata il 10 dicembre scorso, Medved si sia premurato di sottolineare l'intesa politica con il suo mentore e leader, impegnandosi ad assumerne il testimone, appunto, nella continuità. Ma come interpretare la proposta che di affidare proprio a Putin – cui la Costituzione impedisce di correre per un terzo mandato alla presidenza – la guida del Governo?  Ci sono almeno due letture possibili dell'iniziativa di Medvded. La prima: seppur formalmente privato dei poteri costituzionali dell'ufficio di Presidenza, Putin continuerà a regnare sul paese detenendo, nei fatti, il controllo assoluto degli attuali centri di potere. La continuità invocata da Medvded dovrebbe esser presa, in tal caso, nella sua accezione letterale. La seconda: le oligarchie moscovite avrebbero già scelto il nuovo cavallo -  Medved, appunto - in groppa al quale cavalcare la chance, offerta dalle prossime presidenziali, di rinnovare un po' l'equilibrio tra gli apparati.

Il potere - certo non consueto negli stati occidentali - di cui il Presidente russo gode in patria sono il frutto dell'architettura costituzionale e delle stesse regole della democrazia interna piuttosto che di una forzatura egemonica operata sotto il regno dell'ex spia del Kgb. 

È in questo contesto giuridico che il Presidente Putin va ora definendo lo spazio istituzionale da occupare, una volta terminato il secondo ed ultimo mandato presidenziale. Forte di una legittimazione democratica che neppure gli abusi e le violenze ascrivibili più o meno direttamente alla cricca presidenziale  difficilmente potrebbero negare, Putin deve ora trovare la formula istituzionale più adatta ad impedire che si disperdano quella forza politica e quel sistema di potere costruiti nell'ultimo decennio.

Un risultato “sovietico” per il Partito del Presidente si è registrato infatti solo nelle regioni tartara e cecena,  e nelle repubbliche del Caucaso settentrionale. A Mosca e a San Pietroburgo, invece, l'affluenza non è andata oltre il 50% degli aventi diritto, e il consenso per Putin si è fermato, nelle due città, rispettivamente al 49% ed al 55%. Percentuali, queste, ben inferiori a quelle ottenute dal Presidente nel 2004, quando a votarlo furono il 68% dei moscoviti ed il 75% dei pietroburghesi. Qui, come in altre aree del paese – Samara, Nizhniy e Novgorod, ad esempio – sembra che qualcosa non abbia funzionato nella mobilitazione della popolazione da parte del potere locale.

Qualunque sia la targa sul suo nuovo domicilio, quel che è certo è che la continuità invocata da Medved, perPutin dovrà tradursi in qualcosa di più sostanziale del semplice ruolo di garanzia. 

È dal suo ufficio di presidenza, insomma, che l'ex funzionario del Kgb si assicura il controllo totale sugli apparati dello stato, le forze armate, i servizi segreti, le aziende pubbliche, come Gazprom, e i mezzi di informazione di proprietà statale. E tuttavia se quello di Putin è un potere straordinario, non è solo perché la sua fonte giuridica è la Costituzione, ma anche in virtù di una enorme legittimità democratica.  La popolarità di Putin infatti è stata sempre elevata, nonostante la sfiducia espressa dai russi nei confronti dei politici e delle istituzioni da essi rappresentate.

E tuttavia, se è proprio l'ufficio costituzionale della presidenza ad auto-alimentare il potere del presidente in carica, allora è lecito chiedersi se, una volta persa la carica, Putin possa perdere anche quel supporto popolare e quel sostegno delle elite che gli hanno permesso di guadagnare oggi un profilo così debordante.

Se questi dubbi, come appare, si rivelassero fondati, allora è evidente che per capira chi avrà partita vinta si dovrà capire cosa farà il successore. 

Il Russian Digest può essere consultato, come sempre, sul sito del Css, il network accademico che ne cura la pubblicazione.






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