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Blair e Rice: "Non se, ma quale Stato palestinese"

La pace? Il problema è la leadership nei territori


Al successo di Annapolis, l'Amministrazione statunitense, ed in particolare il Segretario di Stato, Codoleezza Rice, stanno investendo da mesi ingenti risorse, non solo diplomatiche, con l'obiettivo di creare attorno al processo di pace il maggiore consenso possibile, innanzitutto tra i paesi arabi, quindi nella comunità dei paesi europei.

Il Forum si è svolto in una data cruciale per Gerusalemme, il dodicesimo anniversario della morte di Yitzhak Rabin. Ed è proprio alla vocazione pacifica del compianto statista israeliano, che Blair, esordendo, dedica il proprio omaggio: “La ragione principale per cui si deve porre fine al conflitto israelo-palestinese – osserva l'ex premier britannico – è il bene degli israeliani e dei palestinesi. È il loro sangue che scorre; è sulla loro terra che si combatte; è il loro futuro ad essere in gioco.”

Il terrorismo è quindi una minaccia per tutti i paesi democratici moderati e impone a tutti un assunzione di responsabilità davanti al pericolo della violenza che fa vittime soprattutto tra civili innocenti.

“In effetti – ragiona il Segretario di Stato, Condoleezza Rice – l'ascesa dell'estremismo violento ha portato alla creazione di un nuovo allineamento strategico nel Medio Oriente: stati una volta rivali vedono adesso l'interesse comune a lottare insieme contro la medesima minaccia.

Secondo Blair, oggi il problema non è più se creare uno Stato palestinese autonomo, ma come, ovvero quale statuto darvi e, soprattutto, come verificare la capacità palestinese di gestire le responsabilità di un'entità statuale autonoma.

Anche per gli Usa, evidentemente, è questa la questione dirimente.

Il fatto insomma è che la diffidenza di Israele nei confronti della capacità della leadership palestinese di mantener fede agli accordi, liberandosi dal “giogo democratico” cui la costringe la notevole popolarità di Hamas, è giudicata non solo legittima, ma anche fondata.

“I palestinesi per la prima volta hanno reso Hamas responsabile delle sue azioni, davanti al paese e davanti alla comunità internazionale.”

Isolare Hamas significa evidentemente dare il massimo credito possibile ad Mahmoud Abbas, “il legittimamente eletto presidente di tutti palestinesi che – precisa la Rice – ha avuto l'incarico chiaro di cercare la pace con Israele.”

“Gli israeliani non ritengono di avere a che fare con una controparte credibile perché attribuiscono ai palestinesi l'incapacità di portare avanti la pace anche quando lo vogliono – riflette Blair. Dal canto loro – continua l'ex premier britannico - i palestinesi pensano che Israele abbia la possibilità di fare la pace, ma gli manchi la volontà.”

“Per fare progressi – sostiene ancora Blair – è necessaria una prospettiva politica, quindi, è necessario partire rimuovendo i nuovi insediamenti in Cisgiordania.”

Mahmoud Abbas, annunciava la liberazione di oltre quattrocento militanti di “Al Fatah”, detenuti nelle carceri israeliane, e dichiarava la disponibilità di Israele a rimuovere gli stanziamenti illegali in Cisgiordania, e ad impedire la costruzione di nuove colonie.

L'incontro Olmert-Abbas - che si è tenuto lunedì 19 novembre, in Egitto - non ha in realtà conseguito gli esiti sperati, ovvero una dichiarazione congiunta da presentare ad Annapolis. Le condizioni poste dalla leadership palestinese per sottoscrivere l'accordo, infatti, non sono state accolte dalla controparte. Tra queste, un'esplicita definizione dello statuto di Gerusalemme e delle frontiere del futuro stato palestinese.

In definitiva, se Blair cede all'ottimismo è in virtù del successo già conseguito in una missione che, purecon tutti i distinguo del caso, veniva data per “impossibile”: l'irlanda del Nord.

Gli interventi dei partecipanti al Forum Usa-Israele di Gerusalemme possono essere consultati in versione integrale sul sito della




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