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Sarkozy e l’America progressista

Sarkozy e l’America progressista

Sarà quindi per questa spregiudicatezza; sarà per la strafottenza con la quale il Presidente franco-ungherese dissacra Ia ritualità spocchiosa di cui il predecessore Chiarac era insuperato campione; sarà per il coraggio di difendere il valore dell’amicizia con l’America, anche in tempi in cui una simile scelta di campo può finire col nuocere gravemente alla salute del leader politico europeo che dovesse assumersene la esponsabilità. Sarà, insomma per tutto questo ma fatto sta che l’interesse di Sarkozy per l’America è pienamente ricambiato. 

La Francia della modernizzazione, si argomenta infatti, può esser qualcosa di diverso rispetto a quell’alleato - fedele ai limiti del masochismo - che è stata la Gran Bretagna di Tony Blair. La Francia di Sarkozy può diventare un alleato ancora più prezioso per gli States, chiunque ne erediterà la Presidenza alla fine dell’Amministrazione Bush, nel 2008. La Francia di Sarkozy si candida infatti a qualcosa di più di un posto nel coro multinazionale diretto dagli Usa. La Francia vuole assumersi la responsabilità di scegliere lo spartito da suonare  nella consapevolezza di poter pizzicare delle corde che l’America da sola non può far vibrare.

Ecco allora che nei circoli del policymaking progressista Usa si moltiplicano le iniziative dedicate alla rupture innescata dalla presidenza Sarkozy, sia sul piano economico sia su quello delle prospettive delle nuove relazioni franco-americane sullo scenario globale.

Così la Brookings Institution si è fatta promotrice della pubblicazione in Usa di Testimony: France, Europe, and the World in the Twenty-First Century autorevole think tank liberal americano – a spiegare perché Sarkozy, “l’Iper-Presidente”, riuscirà in quello in cui sono falliti i suoi, pur autorevoli, predecessori: modernizzare la Francia.

La vittoria, con un comodo 53% conquistato al secondo turno contro il il 47 della candidata socialista Ségolène Royal – osserva Gordon – dimostra che i francesi sono in realtà ben più inclini al cambiamento di quanto non si fosse disposti a ritenere “

L’erede di Jacques Chiarc alla Presidenza della Repubblica francese, questo modernizzatore bizzarro e coraggioso, agli americani, insomma, piace. Ad onor del vero, a Washington hanno cominciato ad interessarsi a lui, con una simpatia non certo concessa all’allora capo dell’Eliseo, sin da quando, Ministro dell’Interno, contestò la politica antiamericana di Chirac, definendola sostanzialmente un errore strategico oltre che un fraintendimento dei valori repubblicani.

“La luna di miele, tuttavia, non durerà per sempre” – commenta ancora Gordon. Gli interessi contrari al cambiamento faranno di tutto per sabotare le riforme, il governo commetterà degli errori – come è inevitabile - e magari l’opposizione riuscirà a riattaccare i cocci. 

“Cinonostante – commenta infine Gordon - non si può non convenire sul fatto che in Francia è avvenuto qualcosa di significativo.”

Approfondimenti sul sito della Brookings.






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