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“Ammiro la democrazia americana”

Il Dalai Lama, alla Brookings Institution di Washington

“Non sono un leader politico, ma un uomo di fede”. A Washinton per ricevere la Congressional Gold Metal, concesso dagli per il ruolo svolto alla pace, la non-violenza, i diritti umani e il dialogo religioso, il Dalai Lama è intervenuto all'incontro organizzato dal think tank liberal, Brookings Institution, in collaborazione con la Asia Society e il Center for Strategic and International Studies.

“Non è l'indipendenza del Tibet che voglio, mal'autonomia all'interno del governo cinese” – ha ribadito il Dalai Lama, nel sottolineare, per l'ennesima volta, quanto pretestuoso sia, da parte delle autorità  di Pechino, volerlo ritenere un pericolo per l'integrità territoriale della Repubblica Popolare.

Ad intervistare il leader religioso, un parterre di alto prestigio: con Strobe Talbott - Presidente della Brookings Institution, già Vice Segretario di Stato nell'amministrazione Clinton – sono infatti intervenuti: Richard Holbrooke - chairman dell'Asia Society - e Richard Armitage che, oltre a presiedere la Armitage International, ed essere nel board del Center for Strategic and International Studies, è stato vice-Segretario di Stato nell'amministrazione Bush, per tre anni – dal 2001 al 2004.

All'incontro di Washington sono stati toccate questioni globali – dall'ambiente, alla politica estera degli Stati Uniti, sino al ruolo delle chiese per la stabilità e la pace nel mondo; ma anche temi politici “regionali”, dalla repressione cinese in Tibet, al dramma birmano, sul quale si concentra oggi l'attenzione del mondo democratico.

Proclamato, nel 1940, leader spirituale dei buddisti, il quattordicesimo Dalai Lama, oggi 72enne, è costretto all'esilio, in India, dal 1959. Da allora, non ha mai smesso di lavorare per la ripresa del dialogo con le autorità di Pechino, nella speranza di approdare ad una soluzione al dramma tibetano. Per questo incessante impegno per la libertà dei popoli, come noto, il Dalai Lama è stato insignito del Premio Nobel per la Pace.

“Quando invecchiano, i comunisti diventano sempre più religiosi – ha esordito il Dalai Lama, cedendo all'ironia nello spiegare la sua posizione rispetto alla questione dell'indipendenza del Tibet.”

“La soluzione migliore per entrambi - Repubblica popolare cinese e Tibet - è l'autonomia – ha detto.” Ed è infatti opinione comune che un Tibet parte della Cina abbia migliori opportunità di sviuppo economico. “Se il Tibet si separasse da quel grande paese – ha ragionato il Dalai Lama – rimarrebbe povero e debole. Quindi, il nostro impegno è per rimanere dentro la Repubblica popolare cinese.”

Questa posizione, in realtà, non giunge nuova. È infatti la stessa che il leader religioso ripete pubbicamente da almeno vent'anni. Ed è per questo che Holbrooke – che, oltre ad essere un amico personale del Dalai Lama, ha lavorato al fianco del Segretario di Stato dell'Amministrazione Carter, per lo stabilimeto delle relazioni diplomatiche tra gli States e la Cina – gli sottopone la più franca delle questioni: “Perché la leadership cinese continua ad accusarla di essere un pericoloso separatista?”

Con la stessa franchezza del suo interlocutore, il Dalai Lama risponde ammettendo di non avere una risposta. “Gli ufficiali cinesi – ricorda – avevano dovuto ammettere che i Tibetani ed il Lama non cercano l'indipendenza. Poi però hanno ricominciato con la propaganda e le accuse di separatismo. Una ragione ci deve essere – ha commentato il Dalai Lama – quindi la cosa migliore è che la chiediate direttamente ai cinesi.”

Naturalmente quella domanda è stata sottoposta alle autorità di Pechno molte volte e la risposta dei leader comunisti – ha ricordato Holbrooke – “è che lei mente” e, in secondo luogo, che non c'è accordo sulla “definizione di Tibet.”

Insomma, chiede Holbrooke, “è disposto il Dalai Lama a recarsi in Cina per una visita senza porre alcuna condizione, qualora ricevesse un invito?”

Il Dalai Lama risponde con grande onestà, ricordando quante volte abbia tentato, in passato, di ottenere l'autorizzazione a compiere una visita ai luoghi della spiritualità buddista, e come ogni volta il progetto sia stato boicottato da Pechino. “Una mia visita in Tibet potrebbe rivelarsi fonte di disordini, se non venisse preparata con la dovuta cautela – ha ragionato il Dalai Lama. Se fossimo costretti a muoverci sotto scorta, a rinunciare alla serenità della meditazione nei luoghi di culto, che pellegrinaggio sarebbe?”

“Una società senza compassione – ha continuato il leader religioso nella sua riflessione sul regime comunista cinese -non potrà che produrre una leadership aggressiva. È quindi col cambiamento della società che si potranno cambiare le cose.”

Ma oltre all'atteggiamentodelle autorità cinesi, il problema posto dal Dalai Lama riguarda la politica di colonizzazione messa in atto da Pechino nella regione tibetana dove – ricorda - la popolazione cinese ha ormai quasi superato il numero di quella tibetana.

“Nella sola città di Lhasa – spiega – su una popolazione di trecentomila persone, duecentomila ormai sono cinesi.” E questo significa cambiare le caratteristiche della popolazione. “I tibetani che vivono in India sono diversi – “più pacifici”, dice - di quelli che vivono in Tibet, che “sono tipi più aggressivi. E questo è un chiaro segnale della degenerazione del patrimonio culturale del Tibet.”

Preoccupato e addolorato per quanto accade in Birmania, il Dala Lama ha definito il potere militare birmano un regime “chiuso, privo di visione e futuro.”

“Penso – ha detto - che il mondo debba assumersi la grande responsabilità di migliorare la coscienza di quel popolo, ricorrendo alla persuasione. Penso – ha continuato – che molti alle Nazioni Unite lo stiano già facendo.”

Interrogato su quale debba essere il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, il Dalai Lama si lasia andare ad una incondizionata attestazione di stima per la "grande democrazia americana".

“Da quando ho l'opportunità di visitare l'America, non faccio che rafforzare la mia impressione che l'America sia il campione della democrazia e della libertà. Ne sono testimone. È questa la grandezza dell'America.”

“Penso inoltre – ha continuato – che il potere economico e militare, che lo stesso spirito americano siano davvero grandi e che meritino di essere promossi”.

Cionostante,il Dalai Lama non si trattiene dal'esprimere il proprio rammarico per gli errori commessi a suo giudizio dall'America, ad esempio nel 1972 - quando gli Usa appoggiarono il Pakistan nella crisi con il Bangladesh – o con il sostegno dato, da parte di un paese che è un sincero amico della libertà, della democraiza e del diritto, ad alcune dittaure in Africa.

“E questo, ha spiegato, ha inferto un duro colpo alla reputazione dell'America in Asia.”

Non risparmia una battuta alla volta del Presidente Bush – “personalmente, ho qualche riserva su alcune delle suescelte, ma umanamente è una persona deliziosa” – ed all'America, il Dalai Lama suggerisce di inseguire i suoi valori ancestrali – democrazia, libertà e diritto – nel definire le scelte di politica internazionale. “A volte si vince, a volte si perde, ma la perdita sarà solo temporanea perché alla fine quei principi si affermeranno. In fondo – continua -  l'America è la più potente democrazia al mondo e, dopol'India, la più popolata. Entrambi questi paesi – ha quindi sostenuto il Lama – hanno un ruolo molto importante nel servire l'umanità, renderla più felice, più giusta, più pacifica.” 

In tal senso, vanno affrontate le differenze tra ricchi e poveri, una piaga da curare, non solo per un obbligo morale ma anche ragioni pragmatiche perché – ha detto – “la povertà genera frustrazione e la frustrazione violenza.“

C'è una responsabilità da ambo le parti, ha tuttavia precisato l'autorità buddista: i popoli più poveri devono imparare ad acquisire fiducia in se stessi ed i popoli più ricchi devono aiutarli a farlo, e non c'è modo migliore – ha spiegato - che cominciare con l'istruire i popoli.

Qui le istituzioni religiose giocano un ruolo molto importante, attraverso la possibilità di fornire scuole, ospedali, formazione professionale.

“L'istruzone cambia il modo di pensare, l'atteggiamento di una società verso il mondo. Per questo è così importante investire nell'istruzione, soprattutto tra le giovani generazioni, promuovendo un modo di ragionare fondato sul buon senso, sull'esperienza comune e sulle ultime scoperte scientiiche.”

Per il Dalai Lama questo si chiama “secolarismo”.

“Secolarismo - spiega - non è il rifiuto della religione, ma il rispetto per tutte le religioni”, e pari rispetto anche per i non credenti – ha precisato.

L'istruzione, allora, diventa uno strumento più effice della stessa preghiera per promuvere i valori profondi di una società. Sappiamo tutti però che non basta educare il cervello, ma che è essenziale educare anche il cuore. Ed è per questo che, in genere, ci si affida alla religione. “Ebbene – dichiara il Dalai Lama - credo che sia questo l'errore.”

Il video integrale dell'incontro con il Dalai Lama può essere consultato sul sito della Brookings.

 






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