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MITT ROMNEY RIENTRA IN CORSA
Romney salta sull’ultimo treno per la nomination, i Democrats lottano per il Nevada



Mitt Romney questa volta ha vinto, cogliendo l'ultima chance di presentarsi come candidato credibile per la nomination repubblicana. Il Michigan non l'ha tradito. Con il 39% dei consensi il magnate mormone ha staccato di 9 punti percentuali John McCain e ne ha inflitti 23 a Mike Huckabee. Nel campo democratico Hillary Clinton ha ottenuto il 55% dei voti. Tuttavia, è necessario premettere poche, ma significative, notazioni. Le primarie in Michigan sono state anticipate per decisione dei comitati locali, contro il parere dei due partiti. Il Partito Democratico ha punito il Michigan e non ha riconosciuto allo Stato nemmeno un delegato, motivo per il quale Obama ed Edwards hanno disertato l'evento. I repubblicani hanno dimezzato il numero dei delegati, da 60 a 30. Resta l'importanza dell'affermazione personale dell'ex governatore del Massachussets i cui funerali politici, analogamente a quanto era successo alla Clinton prima del New Hampshire, erano già stati frettolosamente celebrati da molti commentatori.


LA FRANCHEZZA NON SEMPRE PAGA
Mitt Romney, dopo essersi spacciato per conservatore sociale nei primi mesi di campagna elettorale, ha deciso di assumere le vesti dell'uomo d'affari di successo con intenti riformisti. In Michigan questo restyling ideologico-programmatico ha avuto successo, confermando la versatilità dell'ex governatore del Massachussets. Gli elettori del decadente Michigan si sono evidentemente dimostrati sensibili alle promesse, “poco repubblicane”, avanzate  da Romney, che ha avanzato l'ipotesi di un intervento federale per risollevare le sorti della stagnante economia locale, legata all'industria dell'automobile.
Secondo John Podhoretz, analista di tendenze neo-conservatrici, McCain ha invece perso perché incapace di mostrarsi flessibile quanto il rivale, rispetto al quale si è dimostrato politicamente più rigido ed ispirato, a livello personale, da una maggiore coerenza ed onestà intellettuale. Il senatore dell'Arizona ha detto chiaramente agli elettori del Michigan che i posti di lavoro persi nel settore dell'auto non potranno essere recuperati. Ha parlato con schiettezza, senza lusinghe. Si è dimostrato trasparente. E trasparente è stata la sua sconfitta.

                                                                                                                                        http://www.commentarymagazine.com/blogs/index.php/jpodhoretz/1920


LO SPETTRO DI UNA CONVENTION DIVISA
Poco prima, ed a prescindere dal risultato del Michigan, il Washington Post prendeva atto dell'estremo equilibrio tra i candidati repubblicani ed ipotizzava lo scenario di una brokered convention nel mese di settembre. Ossia, una convention repubblicana divisa sul nome del candidato presidente. Ipotesi piuttosto remota, se è vero che negli ultimi cinquant'anni non si è mai verificata, ma il numero dei pretendenti ancora in lizza (almeno cinque), l'eterogeneità dei risultati sinora ottenuti (vittoria di Huckabee in Iowa, di Romney in Wisconsin e Michigan, di McCain in New Hampshire) ed il fatto che il presunto front-runner (Giuliani) non sia ancora entrato in lizza, lasciano presupporre che l'equilibrio potrebbe continuare ad oltranza. Sicuramente, si arriverà al Super Tuesday del 5 febbraio senza un candidato chiaramente avvantaggiato dai risultati conseguiti e senza le disponibilità economiche per sovrastare mediaticamente gli altri in una giornata nel corso della quale si voterà in 21 Stati e si assegneranno il 41% dei delegati repubblicani.
Per alcuni membri del Partito, consci di vivere la fine di un'epoca, arrivare a Minneapolis il 1 settembre senza un candidato certo della nomination potrebbe rappresentare un'utile occasione di confronto e di discussione al fine di ridefinire l'eredità del Partito per il dopo Bush. Tuttavia, sono innegabili le controindicazioni politiche del dar prova di divisione a fronte di un Partito Democratico che avesse già scelto da mesi il suo campione. La storia insegna. L'ultima elezione contestata dei repubblicani risale al 1948, quando venne scelto Thomas E. Dewey, mentre nel 1952 i Democrats optarono per Adlai Stevenson. Entrambi poi sconfitti da Truman ed Eisenhower rispettivamente. Precedenti poco incoraggianti.
Normalmente, in questi casi l'intervento del presidente in carica può indurre qualche candidato a fare un passo indietro, ma sia George W. Bush sia un Partito Repubblicano in difficoltà non sembrano avere la sufficiente autorevolezza ed i necessari mezzi di pressione per influenzare le scelte dei cinque duellanti, poiché essi non occupano attualmente alcuna carica ufficiale che li esponga al controllo o alla moral suasion di chicchessia.

http://blog.washingtonpost.com/the-trail/2008/01/15/a_brokered_convention_consider.html


HILLARY, NON TRADIRE LA TUA STORIA
Matt Bai, dalle colonne del New York Times, stigmatizza la svolta eccessivamente aggressiva che i Clinton ed il loro en...



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