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Critica Sociale, ottobre 2010,

L'ex presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, presidente della Foundation for European Progressive Studies (Feps), ha partecipato a uno dei più affollati eventi collaterali della Conference di Manchester. L'incontro, dedicato al ruolo dell'Europa nel mondo globalizzato, ha visto anche la partecipazione di Lord Neil Kinnock, leader del Labour a cavallo degli anni ottanta e novanta e di Douglas Alexander, ministro ombra uscente per lo Sviluppo Internazionale. Il meeting è stato organizzato dall'European Parliamentary Labour Party (Eplp), un'associazione che riunisce i rappresentanti laburisti al parlamento europeo.

Dopo essersi rallegrato dell'elezione di Ed Miliband alla leadership del Labour e aver ribadito l'importanza di una sempre più convinta adesione della Gran Bretagna all'Unione Europea, D'Alema è entrato nel vivo della questione, interrogandosi sulla vitalità del progetto comunitario e sul reale peso del Vecchio Continente nell'arena globale.

Gli esiti della crisi finanziaria internazionale hanno evidenziato come ci si trovi ormai immersi in un sistema globale sempre più integrato e sempre meno europeo. Il centro di gravità si sta inesorabilmente spostando verso l'Asia; nell'attuale nascente competizione tra Stati Uniti e Cina è presumibile che si inseriscano presto Paesi come l'India, il Brasile e il Sudafrica. A fronte di questi sviluppi, si chiede D'Alema, dove sta andando l'Europa?

Il nostro continente si trova a combattere con un tasso di crescita economica che tende allo zero, quando, pochi anni or sono, l'Unione veniva considerata la potenza del futuro e si avviava a costruire il più integrato mercato comune al mondo. In quel momento storico, l'Europa aveva davanti a sé la sfida di rafforzare le proprie istituzioni comuni, così da trasformarsi definitivamente in uno dei pilastri della governance globale. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, avrebbe dovuto costituire il coronamento di quel progetto. Tuttavia, oggi il pessimismo è prevalente, poiché appare assai complicato tradurre in concreto le grandi opportunità di sviluppo e crescita che esso prefigura.

Il problema risiede nell'Europa stessa. Assistiamo infatti a un ritorno nazionalistico e particolaristico proprio mentre il nostro continente viene messo sotto pressione dalle potenti forze che promanano dall'immanente processo di globalizzazione; è anacronistico e paradossale che i Paesi membri rispondano a simili sfide rinchiudendosi nei rispettivi confini nazionali. L'esempio greco è sotto gli occhi di tutti. Atene ha tentato inutilmente di far fronte alla crisi debitoria nella quale si era avvitata ed è stata costretta a richiedere l'intervento europeo per salvarsi. Un fatto positivo, a patto che si prenda spunto da questo evento emergenziale per costruire un framework condiviso che armonizzi le politiche economiche a livello continentale.

Una delle conseguenze più evidenti del biennio di crisi globale, nota D'Alema, è che molti governi continentali hanno scelto di affrontare la crisi preferendo l'austerità agli investimenti e ciò ha comportato pesanti ricadute occupazionali e sociali. E' vero, ovunque si ravvisano problemi nella gestione del debito: non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone. Il vero problema europeo risiede nella mancanza di crescita economica o nella sua flebilità. Gli investimenti tecnologici, nella formazione e nella ricerca potrebbero essere la risposta. Sotto questo profilo, la crisi economica costituisce per l'Europa la grande occasione per tornare a puntare sull'innovazione; un'opportunità da sfruttare per evitare di proseguire nel lento processo di marginalizzazione che l'Ue sta patendo di fronte all'emergere dei nuovi attori internazionali.

Tuttavia, non è sufficiente limitarsi ad auspicare un consolidamento delle istituzioni comunitarie. Catherine Ashton, il nuovo ministro degli Esteri dell'Unione, sta lavorando bene, ma senza un forte sostegno politico degli Stati nulla di concreto potrà realizzarsi. Il riferimento è all'inefficacia dell'azione dell'Ue nelle aree di prossimità geografica come Mediterraneo, Balcani e Caucaso e all'incapacità di assumere un atteggiamento coerente e condiviso nei confronti di due potenze fondamentali per gli interessi europei: la Russia e la Turchia. Eppure, oggi abbiamo il vantaggio di poter contare sulla collaborazione di un'amministrazione Usa dichiaratamente multilateralista, ma, ancora una volta, la nostra mancanza di coordinamento ci impedisce di offrire un sostegno significativo a Washington su una tematica, la stabilizzazione mediorientale, prioritaria per la nostra sicurezza.

Una constatazione che induce a valutare un altro aspetto cruciale. Qual è la reale capacità dell'Europa di proiettare la propria presenza, anche militare, al di fuori dei confini dell'Unione? La risposta a un simile quesito non è banale e dà una dimensione importante delle prerogative e degli orizzonti dell'Ue, che oggi paiono confinati di fatto a un livello regionale più che globale.

E' tempo, conclude D'Alema, di comprendere che il vecchio mondo del G-8 è giunto al suo epilogo e con esso l'epoca dei distinguo nazionalistici. La realtà dei nuovi forum finanziari globali lo sta a testimoniare. Rincorrere sentimenti nostalgici non servirà a molto, se non a confinarci in un angolo e a lasciare senza rappresentanza su scala globale i valori irrinunciabili della civilizzazione europea: democrazia, diritti umani e giustizia sociale. (A cura di Fabio Lucchini)
 

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