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di Linda Lanzillotta, Critica Sociale, n.8 2009,

Alla vigilia del Congresso del Partito Democratico, Linda Lanzillotta ha le idee chiare sulle cause delle difficoltà della sinistra italiana e ne parla senza giri di parole: l'agenda politica del PD non è aggiornata, essendo quella del Lingotto già in ritardo a suo tempo, e per di più una larga fascia della base del PD è rimasta ancorata a una griglia di lettura della realtà italiana di tipo conservatrice, costituendo un freno ai tentativi di innovazione di cultura politica. Quest'estate, all'avvio della lunga corsa precongressuale, il think tank Glocus, promosso ed animato dall'ex ministro, ha organizzato una giornata di studio (“Cambiare per ripartire”) sui temi che la sinistra italiana ed europea - a suo giudizio – hanno urgenza di affrontare  per uscire dalla spirale negativa delle continue sconfitte elettorali.

1. Abbiamo organizzato il seminario di Glocus di luglio,perché credo che i think tank di area progressista in questo momento debbano concorrere con un contributo di idee a definire le basi programmatiche su cui si sta svolgendo la fase congressuale del Partito Democratico. Questa è l'opportunità per definire il profilo progettuale e la visione di un partito che è allo stato un'incompiuta. Un Partito, infatti, che è nato su un documento che a suo tempo scaldò molto gli animi, il documento del Lingotto, un documento che tuttavia segnava piuttosto la conclusione di una fase anziché l'apertura di quella successiva. In fondo il Lingotto aveva cercato di rilanciare quell'agenda che il centrosinistra non era stato capace, nei precedenti quindici anni, di portare a compimento. Cioè un'agenda per la modernizzazione del Paese che credo resti la questione fondamentale su cui è fallita l'esperienza riformista del centrosinistra. Un fallimento dovuto a ragioni di ordine istituzionale ma, innanzi tutto, a ragioni politiche.

Il Lingotto, soprattutto dopo la crisi del governo Prodi,voleva segnare proprio questo: una discontinuità rispetto alle difficoltà che il Governo allora in carica aveva incontrato e alle paralizzanti contraddizioniinterne dell'Unione. Tuttavia quel documento non conteneva un'analisi nuova del nostro tempo, una visione dei progressisti per affrontare il secolo della globalizzazione, ma aveva ancora lo sguardo rivolto all'indietro. Quell'agenda tuttavia, anche se non più sufficiente, resta comunque attuale visto che alcuni punti chiave della nostra modernizzazione non sono stati ancora risolti e che proprio questi ritardi ci rendono deboli rispetto ai nostri partner europei.

Il lavoro che Glocus sta promuovendo, e che abbiamo sviluppato in questi mesi con altri think tank progressisti europei, è appunto l' elaborazione di documenti sia di “vision” che di “policy”. Una elaborazione che parte dalla constatazione della crisi profonda della socialdemocrazia in Europa, emersa con brutale chiarezza nelle ultime elezioni europee ( e dagli ultimi risultati delle elezioni in Germania, ndr) nelle quali i socialdemocratici e i partiti progressisti sono stati votati da un europeo su dieci. E' indispensabile, quindi, ricostruire sul piano dei valori e della cultura, e dunque delle politiche, una proposta e un progetto che siano competitivi. Bene o male la destra e i conservatori hanno proposto una lorovisione che vuole rispondere alle incertezze e alle ansie del nuovo secolo.L'hanno fatto con una ricetta non liberale ma, paradossalmente, con ricette protezionistiche e nazionaliste, con una limitazione del ruolo dell'Europa,talvolta con risposte di stampo xenofobo. Tuttavia i progressisti pur continuando a proporre i loro valori di apertura, di inclusione, di tolleranza, non hanno saputo interpretare e dare risposte ai bisogni sociali da una partedelle fasce più marginali e povere dei nostri Paesi e dall'altra a quelle più dinamiche e protagoniste dei processi di globalizzazione dell'economia. Cioè le aree della società che più direttamente sono state colpite dall'impatto della delocalizzazione delle imprese, dalla competizione del lavoro a basso costo,dalla nuova i sicurezza delle città, dalla rapida obsolescenza delle capacità professionali in un mondo del lavoro in rapidissimo mutamento . Gli ideali e i valori dei progressisti non sono più in grado – se non declinati in modo deltutto nuovo e diverso – di essere efficaci ispiratori di un progettoattrattivo, potenzialmente a vocazione maggioritaria, in Italia e in Europa.Rischiano di diventare anzi pura retorica incapace di tradursi in credibile azione politica e di governo,

La giornata che abbiamo svolto il 20 luglio è partita proprio dall'analisi di queste questioni di fondo, valoriali e culturali, e poi ha sviluppato i principali temi di policy su cui si sono registrate le maggiori difficoltà per il centrosinistra, perché esigono soluzioni che segnano unaforte discontinuità rispetto alle politiche tradizionali e comportano unadifficoltà di relazione con la parte di società e di elettorato che rappresenta- come ci dicono tutte le analisi degli iscritti ma anche le analisi del voto –la base tradizionale del Partito Democratico, o meglio la base del principaledei partiti confluiti nel PD, vale a dire i DS. Categorie sociali che sono anche le più conservatrici, le meno dinamiche e innovative, le meno interessate al cambiamento.

 

 2. Un punto fondamentale è quello di prospettare il cambiamento come un processo di trasformazione della società e dell'economia, di adeguamento al mutare dei tempi e non come eventi catartici spesso consistenti in interventi quasi punitivi e persecutori nei confronti di settori o categorie storicamente non appartenenti al proprio elettorato tradizionale. Insomma come una nuova formadi lotta di classe. Credo che, al contrario, dobbiamo proporre il cambiamento come la costante ricerca di nuove forme per realizzare, in concreto, l'uguaglianzadelle opportunità e la tutela dei più deboli. Le politiche tradizionali della socialdemocrazia europea e quelle del centrosinistra in Italia non hanno accompagnato la trasformazione della struttura economica e sociale dei nostri paesi. Non adeguando i nostri sistemi di welfare alla nuova realtà, si sono accentuate in modo fortissimo le disuguaglianze. Questo è stato il verofallimento dell'esperienza di governo del centrosinistra e deisocialdemocratici in Europa (in particolare in quella continentale) che hanno accentuato le disuguaglianze in termini di reddito, in termini di riduzione della mobilità sociale e di concentrazione della ricchezza. Quello che occorre proporre è una nuova idea di uguaglianza, nuove forme di uguaglianza coerenti con l'assetto sociale ed economico del nostro secolo.

Tutto ciò che valorizza il merito, la libertà e il talento, non è prospettabile come la vittoria del liberismo o della competizione estrema,ma come strumenti che, fermi restando i meccanismi di protezione per i più deboli, sono strumenti moderni che ripristinano uguaglianza e pari opportunità. C'è un libro recente pubblicato da Salvatore Biasco , noto economista, già parlamentare dei DS, con cui ho avuto modo di polemizzare e che afferma: “Può una cultura liberale essere la base della cultura di un partito di sinistra?”. Lui ritiene di no, io invece ritengo di sì proprio perché una cultura politica basata sulla libertà, sulle regole e sulla responsabilità è in grado oggi di ripristinare quelle forme di uguaglianza che invece l'egualitarismo tradizionale - portato avanti nelle politiche sindacali e nelle politiche dellasinistra a partire dagli anni '70 - non è più in grado di tutelare. Oggi noi viviamo il massimo delle ingiustizie generato da una amministrazione pubblica dove ha difficoltà ad affermarsi il principio del merito e delle responsabilità. Al contrario, i servizi pubblici che non funzionano penalizzano soprattutto i più poveri, perché gli altri se li vanno a comprare: se la scuola, l'università, la giustizia e la sanità pubbliche non funzionano, chi non può andare su un altro mercato viene penalizzato. Il riformismo di centrosinistra ha lasciato che il centrodestra si appropriasse di questi temi e pur avendo fatto importanti riforme della pubblica amministrazione non è riuscita a trasmetterne lo spirito di fondo, il valore politico, ideale e –direi - etico.

 

3. Occorre dunque rilanciare valori e ideali liberaldemocratici per farne l'asse culturale del nuovo Partito e poi declinarli in chiave di specifiche politiche. Per esempio sulla questione fondamentale che è stata introdotta da Ichino, quella di un mercato del lavoro allargato e unificato nei meccanismi, tale quindi da non discriminare al suointerno tra i garantiti e i non garantiti, ma che nello stesso tempo sia capacedi consentire quella flessibilità senza la quale le nostre imprese, in unmercato così competitivo, non sono in grado di reggere.

Un welfare che consenta di includere nel mercato del lavorogli esclusi, in particolare le donne e i giovani. Il tasso di occupazione femminile è la metà di quello degli uomini e siamo indietro rispetto all'Europa in un modo drammatico. Questo è uno dei fattori di scarsa crescita economica del nostro Paese: ovviamente, date le condizioni della nostra finanza pubblica,non sarà possibile superare questa situazione se non spostando una parte della spesa sociale dalle pensioni ai servizi di cura, per sgravare le donne che oggi, com'è noto, sono le più brave all'università, le più brave nei concorsi,ma le ultime sul mercato del lavoro perché non hanno la libertà di scegliere e spesso le loro sono scelte obbligate.

Altrettanto vale per le politiche per l'immigrazione che vanno gestite in modo molto consapevole sapendo che non è possibile accogliere tutti e che, dunque, vanno fatte politiche selettive e , ovviamente, politiche di integrazione. Non possiamo avere un principio di accoglienza generalizzato perché, sommato al tasso di crescita della popolazione immigrata, la situazione diventerebbe insostenibile. Così come ci dobbiamo fare carico, concretamente, percezione di iniquità che spesso le politiche di tutela dell'immigrazione e di non differenziazione degli interventi destinati ai cittadini italiani possono generare. In particolare quando l'accesso degli immigrati ai servizi pubblici fa sì che ne rimangono esclusi i non abbienti italiani: questo è un conflitto sociale che genera tensioni, rottura della coesione sociale di cui ci dobbiamofarci carico senza approcci ideologici. Quindi o c'è una maggiore offerta diservizi che soddisfi una domanda allargata oppure dobbiamo trovare un punto di equilibrio perché altrimenti si creano delle miscele esplosive. Così anche la questione della politica di sicurezza.

Noi dobbiamo introdurre principi di efficienza e vincere una serie di resistenze corporative che fanno sì che non si accettino misure di razionalizzazione per esempio dei vari Corpi di polizia, che non si accettino misure di valutazione sulle attività dei servizi giudiziari, né una distinzione del ruolo manageriale all'interno del settore giustizia rispetto a quello della magistratura giudicante. Sono innovazioni che comportano la necessità per il PD di misurarsi in piena autonomia con categorie e Corpi che la politica – anche di centrosinistra -l'hanno molto condizionata e orientata. Questo è quello di cui abbiamo discusso nel nostro seminario di luglio. Sono venute fuori molte idee che costituiscono il nostro contributo alla discussione che anima non solo il Partito Democratico ma i progressisti europei. Voglio ricordare che noi siamo parte di una rete molto vasta di think tank europei (oltre che americani e neozelandesi) che in questo momento si stanno tutti ponendo l'interrogativo di come rigenerare la cultura politica dei progressisti, come ridefinire il proprio progetto per renderlo di nuovo attrattivo in un fase in cui le sconfitte della socialdemocrazia europea si susseguono.

 

4. Infine la crisi. Noi dobbiamo capire quali sono le leve su cui puntare per uscire dalla crisi, o comunque per essere ai nastri di partenza al momento in cui si uscirà dalla crisi in condizioni di competere con i nostri partner europei e non trovarci di nuovo a subire quel gap di competitività che ha rallentato la nostra crescita nell'ultimo quindicennio. Sta invece prevalendo la scelta dell'immobilismo non solo e non tanto sul tema delle difficoltà sociali, della caduta del reddito che è stato attenuato dagli ammortizzatori invisibili del nostro Paese, come la famiglia, la proprietà della casa e il risparmio privato (che però si va esaurendo e che quindi inautunno rischia di non essere più sufficiente), ma sono assenti proprio le riforme che richiedono una visione del futuro. Un punto cruciale è quello di orientare il sistema produttivo italiano indicando la vocazione della nostra economia nel mercato globale, puntando su alcune specializzazioni che siano volano per le esportazioni.

Occorrerebbe puntare con molta più decisione e con politiche mirate alla riconversione energetica e a tutto ciò che in termini tecnologici e industriali comporta la rivoluzione nel settore dei consumi energetici e della lotta ai cambiamenti climatici: ad esempio per ciò che riguarda la riorganizzazione e riqualificazione del nostro patrimonio edilizio,l'efficienza energetica e le nuove tecnologie dell'edilizia. Tecnologie che noi produciamo, per le quali esiste l'opportunità che si apra un grande mercato europeo e nel quale le nostre imprese dovranno e sempre più caratterizzarsi perla capacità innovativa e per la qualità dei prodotti. Ma il sistema Italia deveanche puntare su tutto ciò che ruota attorno alla qualità: qualità ambientale,qualità del territorio, qualità artistica . Ciascuna di queste eccellenze è la leva potenziale di filiere produttive che devono essere organizzate, sostenute,incentivate. Sono filiere industriali. Il bello e la qualità italiana non sono fatti puramente artistici, sono filiere industriali basate su materie prime non delocalizzabili e quindi per noi molto importanti , addirittura strategiche. Ma sono filiere che per svilupparsi hanno anche bisogno di un contesto fatto di servizi, diinfrastrutture fisiche e immateriali ( in queste comprendendo anche la legalitàe la responsabilità civica): hanno bisogno cioè di un Paese moderno di livelloeuropeo, ciò che l'Italia ancora non è. La politica non deve avere un ruolodirigista ma saper orientare, indicare la missione del sistema e lavorareperché le istituzioni, le amministrazioni pubbliche predispongano le condizionidi sistema necessarie a questo nuovo tipo di sviluppo sostenibile.

In questo il Governo Berlusconi è addirittura inesistente. Basti pensare che la Tremonti ter incentiva solo il rimpiazzo dei macchinari e non tutti gli investimenti in nuove tecnologie, in servizi telematici , in ricerca, eccetera: come se la nostra impresa fosse solo l'impresa meccanica, quella con i capannoni e con i grandi macchinari e non quella – che pure esiste e in molti casi eccelle – basata su tecnologie avanzate.

I progressisti devono riuscire a dare una convincente idea del futuro che vogliono costruire per il Paese e su questo riuscire ad essere più credibili ed attrattivi rispetto ad una maggioranza che questo problema pare non porselo.

Il Congresso del PD potrebbe essere una grande opportunità,l'occasione per mettere a fuoco quel progetto di modernizzazione che fino adoggi è mancato. Il lavoro che abbiamo avviato va in questo senso. L'auspicio (ma non la certezza) è che di questo davvero si discuta. Altrimenti sarà un'altra occasione persa. Credo che non ce lo possiamo permettere.

 

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