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Davide Biassoni, Centro di Formazione Politica, 24 aprile 2009,

Le forme della rappresentanza partitica in Parlamento influiscono sulla composizione politica dei governi e, di lì (in misura significativa), sulle perfomances dell'esecutivo. Tuttavia, alla radice sta il voto dei cittadini e, in particolare, le modalità attraverso le quali i suffragi sono tradotti in seggi. All'origine, quindi, vi è il sistema elettorale, ossia quella legge in grado di condizionare tutti gli elementi sopra descritti e, in quanto tale, perno cruciale di ogni regime democratico. Inoltre, si comprende meglio come i partiti siano sempre così vigili nella definizione del sistema di voto, soprattutto riguardo ai meccanismi che vanno ad influenzare il numero di rappresentanti che ciascuna lista, dato il consenso ottenuto, riuscirà ad eleggere. La decisione bipartisan fra maggioranza e opposizione è ricaduta sul 21 giugno per la celebrazione del referendum abrogativo su alcune parti strategiche della legge Calderoli, in concomitanza con i ballottaggi delle elezioni amministrative.

Opportuno ragionare allora sui due esiti principali che ne potranno scaturire: da un lato, la vittoria dei “sì” ai tre quesiti, dall'altro il permanere dello status quo che, presumibilmente, sarà legato al mancato raggiungimento del quorum. Nel primo caso, la conseguenza essenziale sarà quella di generare un sistema dagli effetti fortemente maggioritari, poiché la lista con un solo voto in più rispetto alla seconda classificata esprimerà il 55% dei seggi alla Camera (mentre al Senato permarrebbe il rebus dei premi regionali, attribuiti sempre al partito arrivato primo in ciascuna Regione). Tutto questo con quali conseguenze sulle dinamiche e tattiche della competizione partitica? Il rischio più evidente è la creazione di due grandi listoni contrapposti, facenti perno sui due partiti maggiori, ossia PdL e PD. E' plausibile infatti che UdC, Lega Nord, IdV e Sinistra Arcobaleno superino la soglia di sbarramento del 4%, ancorché risultando ininfluenti nel determinare la maggioranza parlamentare a sostegno dell'esecutivo. Si potrebbe verificare, perciò, un regresso al Mattarellum dove due grandi cartelli elettorali erano in competizione nell'uninominale: la logica che spingeva i partiti ad unirsi per la vittoria nei collegi dove si votava, allora, con il maggioritario potrebbe essere la stessa per la conquista, un domani, del premio di maggioranza. E senza una modifica dei regolamenti parlamentari – con l'introduzione del divieto di formare gruppi che non corrispondano alle sigle presentatesi al giudizio degli elettori – nulla esclude (anzi!) che i partiti tornino poi a dividersi in Aula, riappropriandosi delle proprie identità nascoste sotto l'ombrello di sigle unitarie. Da ciò, in assenza di una normativa partitica “anti-trust”, il ritorno della frammentazione (pulviscolare) appare tutt'altro che trascurabile, poiché crescerebbe il valore additivo dei voti raccolti anche dalle formazioni più piccole. Se, invece, il referendum fallisse, permarrebbe la situazione attuale, ossia una legge apertamente contestata persino dagli stessi relatori.

Entrambi gli esiti, dunque, non sembrano ottimali e, a questi, si aggiunga che una volta celebrata la consultazione, qualunque ne sia lo sbocco, diventerà assai arduo procedere alla modifica/sostituzione del sistema elettorale, poiché il pronunciamento della volontà popolare sarà brandito utilmente da chi non vuol modificare il quadro. Si noti ancora che questo referendum ha luogo in un contesto molto diverso da quello nel quale fu concepito: le elezioni del 2008 hanno sancito una notevole riduzione della polverizzazione partitica, specialmente grazie alla coraggiosa iniziativa di Veltroni, prima, e di Berlusconi, poi, di correre con un solo alleato a testa. Rimane da osservare che, a dispetto di ciò, l'iniziativa politica va opportunamente e favorevolmente “costretta” e incanalata verso una semplificazione sul versante dell'offerta, comprimendo il proliferare delle sigle partitiche e scoraggiando la ricerca dell'estremo particolarismo. A regole immutate, le nostalgie “passatiste” sono sempre percorribili: la convergenza unitaria DS-DL e la leadership carismatica di Berlusconi con la fusione FI-AN sono esempi della forza della progettualità politica. Ma se il sistema elettorale non favorisce, di per sé, l'aggregazione, non è inverosimile pensare ad un'involuzione del sistema partitico, anche tenendo conto che l'elettorato potrebbe disperdersi nuovamente qualora i due partiti maggiori deludessero le aspettative. Affinché l'alternanza al potere e la governabilità siano favorite è, quindi, indispensabile metter mano (e bene) alla legge elettorale. Il referendum, in questo senso, non sembra in grado di chiudere una questione irrisolta che dura ormai da un quindicennio: il prevalere dei “sì” avrebbe più il sapore di un verdetto punitivo contro la classe politica, incapace di modificare adeguatamente il sistema elettorale in vigore nelle ultime due elezioni generali. Eppure, la pietra angolare di un proficuo processo riformatore sta proprio lì.

 

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