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Il meeting milanese non a caso segue di pochi giorni il deludente summit mondiale sull'acqua di Istanbul, che ha visto la partecipazione di 155 Paesi ma non è riuscito a raggiungere delle conclusioni significative. Nella dichiarazione finale si è affermata la necessità di migliorare l'accesso all'acqua e l'azione di bonifica in tutto il mondo, ma non è stato sancito alcun “diritto all'accesso all'acqua”, chiesto con forza da numerose organizzazioni non governative e da diversi governi. Un fallimento particolarmente inquietante per il continente africano, vittima di un'emergenza idrica destinata ad aggravarsi nei prossimi decenni. Il problema principale è assieme giuridico e politico, sostiene Calchi Novati. In Africa vi sono oltre sessanta fiumi transnazionali il cui regime dovrebbe essere regolato al più presto, ma gli attori istituzionali coinvolti latitano. Ironia della sorte, basterebbe il fiume Congo a soddisfare il fabbisogno idrico del continente, ma, soprattutto in Africa, a sei anni scarsi dalla loro scadenza prevista dall'Onu (2015), gli Obbiettivi del millennio relativi all'acqua restano inevasi. Un problema che si riflette direttamente sulla deficitaria situazione sanitaria della regione, colpita periodicamente da epidemie micidiali su vasta scala.

Cancelliere si affida al crudo dato statistico: nel mondo 1.2 miliardi di individui non hanno accesso all'acqua, 300 milioni vivono in Africa.  Come anticipato, il Congo è uno dei Paesi con più disponibilità idrica sul pianeta, ma la sua popolazione fatica ad accedere all'acqua. La politica, ancora una volta, porta su di sé la responsabilità del depauperamento di una risorsa (“l'oro blu”) destinata sempre più a scatenare conflitti regionali e globali per il suo accaparramento. Secondo il geologo dell'Università Bicocca la sfrenata urbanizzazione che sta avendo luogo nella regione sub-sahariana determina difficoltà spesso insormontabili nell'approvvigionamento di acqua potabile. Per non parlare dei bisogni idrici per l'agricoltura. Drammatica la situazione del bacino del Nilo, dove si affacciano 11 Stati e dove è facilmente prevedibile un incremento dello stress idrico in seguito al boom demografico in corso. Anche il lago Ciad è in sofferenza. Centinaia di accordi internazionali regolano la gestione dei bacini, ma nessuno sembra avere la forza e l'interesse per farli rispettare in una situazione di endemica conflittualità per il controllo delle risorse che è la vera ipoteca sul futuro dell'Africa. Conflittualità spesso attizzata, manipolata ed abilmente sfruttata da attori extra-regionali. Inoltre, le lungaggini burocratiche  e la scarsezza negli investimenti privati hanno frustrato ogni seria iniziativa di aiuto internazionale per sbloccare la situazione.

Eppure, nonostante le difficoltà, puntare sul comparto idrico in Africa rimane un'opzione percorribile, poiché potrebbe avere amplissime ricadute economiche sull'economia sia dei Paesi investitori sia degli Stati della regione. L'aspetto cruciale riguarda il monitoraggio sulla destinazione e l'utilizzo dei fondi: è necessario sensibilizzare i governi destinatari di aiuti e investimenti affinché migliorino l'efficienza  delle tecniche irrigue in agricoltura e vigilare affinché il denaro elargito non venga distratto per essere immesso nel fiorente mercato degli armamenti. L'Europa si sta muovendo e ha previsto la creazione di uffici decentrati in loco per gestire il complesso processo di finanziamento dell'Ue allo sviluppo idrico del continente africano. La fase progettuale è convincente, speriamo lo sia pure quella attuativa, conclude Cancelliere.

Negli ultimi anni le istituzioni finanziare internazionali sono intervenute pesantemente a favore della privatizzazione del settore idrico in Africa e questa impostazione ha avuto conseguenze infelici. Cristina Sossan del Comitato per un contratto mondiale sull'acqua, prende atto criticamente dell'orientamento di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, basato sulla considerazione che l'inefficiente settore pubblico africano non sia in grado di gestire un settore tanto complesso; meglio affidarsi ai maggiori investimenti attivabili dal privato, in grado tra l'altro di garantire approvvigionamenti idrici adeguati anche alle zone rurali più difficili da raggiungere.  Così, aziende prevalentemente europee come Saur, Suez e Veolia sono entrate massicciamente nel mercato regionale, senza tuttavia inverare le aspettative efficientiste di cui sopra.

In realtà, la deregulation dovuta all'assenza di una seppur minima supervisione pubblica si è rivelata spesso nociva. Ad esempio, l'indisciplinato attivismo delle imprese europee (ma anche cinesi) nella costruzione di dighe per la produzione energetica ha causato una serie di problematiche ambientali e sociali, dovute alla mancata valutazione d'impatto ambientale sulle zone interessate ed all'indiscriminato sradicamento territoriale di centinaia di migliaia di individui con conseguente trasmissione di epidemie a largo raggio. Senza contare che, errori di calcolo e investimenti azzardati hanno fatto sì che il beneficio economico delle nuove opere non si sia affatto concretizzato, almeno per quanto riguarda la popolazione residente di vaste aree dell'Africa sub-sahariana che non ha  visto soddisfatto il proprio fabbisogno energetico. Urge perciò un ripensamento delle strategie delle istituzioni finanziarie multilaterali, le quali, piuttosto che convogliare investimenti verso progetti concreti e sostenibili,  spesso si sono rese corresponsabili del dissesto socio-economico-ambientale in cui sta sprofondando l'Africa  a sud del Sahara.
 

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