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RWANDA, LA MEMORIA DI UN GENOCIDIO

Quindici anni dopo, il piccolo paese africano cerca di rialzarsi. Da solo

“Sono pienamente responsabile della morte di dieci soldati belgi, di altri morti, delle ferite non curate per la mancanza di medicinali di molti dei miei soldati, dell'assassinio di 56 operatori della Croce Rossa, di due milioni di rifugiati e dello sterminio di circa un milione di rwandesi. Perché la missione è fallita e io mi considero intimamente responsabile di quanto accaduto.” Parole di Roméo Dallaire , il generale che guidava i caschi blu dell'Onu in Rwanda all'epoca dei fatti. Egli comunicò a più riprese al quartier generale di New York che gli estremisti hutu stavano preparando la carneficina, ma non ottenne risposta dalle Nazioni Unite. Dallaire avrebbe voluto raccontare la sua versione dei fatti sin dal 1997, quando i giudici belgi che avevano aperto un'indagine sul genocidio rwandese avevano convocato il generale canadese per conoscere la sua versione. Ma Kofi Annan, che nel 1994 era a capo del Dipartimento per le operazioni di peacekeeping dell'Onu, gli impedì di di recarsi a Bruxelles per testimoniare.

Il massacro del Rwanda, al di là delle sue radici storiche e delle responsabilità dirette che gravano sul colonialismo europeo, si è preparato ed è esploso in un tempo nel quale la guerra dei Balcani stava immobilizzando le Nazioni Unite,  ma anche un tempo nel quale gli Stati Uniti di Clinton ancora non si erano ripresi dal drammatico fallimento dell'operazione Restore Hope in Somalia. L'ambizioso Nuovo Ordine Internazionale proclamato da Bush padre dopo la sconfitta di Saddam Hussein nel 1991 veniva subito ridimensionato e con esso l'afflato ottimista, moralista ed interventista che aveva caratterizzato la comunità internazionale dopo il crollo del Muro di Berlino. Così, il mondo ha osservato con occhi distratti quanto stava avvenendo nel cuore del continente africano. Senza muovere un dito.

 


Data: 2009-04-16







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