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NON CONTA IL COLORE DEL GATTO

Che parola orrenda l’Oscuramento! Ai lettori giovani ricorderà le misure restrittive prese durante la crisi energetica del 1973. Ma ai più anziani rammenterà ben di peggio...

Giampaolo Pansa, Il Riformista, 2 marzo 2009,

A me basta la parola per farmi rivivere l'angoscia provata da bambino durante la guerra. La mia città aveva due ponti sul Po che gli aerei anglo-americani cominciarono a bombardare nell'estate 1944. Le incursioni arrivavano di giorno, quando giocavo sulla ringhiera di casa o stavo a scuola. Avevo il terrore di morire sotto le bombe e continuavo ad averlo durante la notte. Al calar della sera, a spaventarmi era Pippo l'Aviatore, un aereo isolato che si scatenava non appena scorgeva una luce. Una filastrocca diceva: «Mi chiamo Pippo e volo diritto, se vedo un lumicino butto un bombolino, se vedo un lumicione butto un bombolone». Per questo l'Oscuramento doveva essere completo. Le finestre avevano i vetri foderati di spessa carta blu. E le vie sparivano dentro il buio più profondo. Adesso capirete con quale stato d'animo abbia letto venerdì le notizie dell'oscuramento a Genova. Salvo la Lanterna, a Genova tutte le luci stradali e le insegne dei negozi e dei bar verranno spente a partire da mezzanotte. Non per la paura delle bombe, ma per quella del Grande Crollo Economico che impone di risparmiare energia. Ecco il nostro nemico di oggi.

Il terrore del Grande Crollo mi viene incontro ogni giorno dalle pagine dei giornali e dai notiziari televisivi. I bollettini di guerra si susseguono implacabili. Basta un dato a proposito di un Pil in caduta negli Stati Uniti o altrove, per farmi tremare. Anzi, per farci tremare. Appena metto la testa fuori di casa, mi accorgo che quasi tutti hanno le mie stesse paure. E si pongono le medesime domande. Ci chiediamo: che fine faranno i nostri risparmi? Reggeranno le banche alle quali li abbiamo affidati? Perderemo il lavoro e lo stipendio, grande o piccolo che sia? Ritorneremo poveri come molti di noi lo erano da bambini? Che cosa accadrà quando le strade saranno invase da cortei di gente che ha perso il posto in fabbrica e negli uffici? Quale sbocco avrà la rabbia di chi non sarà più in grado di dar da mangiare ai propri bambini? A quale santo potrà rivolgersi chi non possiederà più nulla? Da noi, in Italia, credo che il santo non sarà di certo la classe politica nella sua interezza. Non so dire se i partiti si rendano conto di aver perso quasi del tutto la loro credibilità. E se abbiano compreso che i vecchi schieramenti non hanno più significato. Volete un esempio? Stiamo sempre discutendo di destra e di sinistra, ma vale la pena di farlo sotto la tempesta in arrivo?

Una risposta l'ho avuta da un uomo di sinistra: Maurizio Zipponi, bresciano, già leader della Fiom ed ex deputato di Rifondazione comunista. Non l'ho mai incontrato, ma è una persona che mi piace: sa di che cosa parla, ha uno stile schietto, mai retorico. Mi è capitato di sentirlo giovedì, ad Annozero. Sono finito per caso sul programma di Michele Santoro. Mentre Zipponi diceva: basta con questa storia della sinistra e della destra, dobbiamo fare tutti insieme un Piano nazionale per il lavoro. Perché le fabbriche italiane stanno chiudendo o si trovano in un mare di guai. E si rischia una crisi sociale di dimensioni spaventose. Zipponi si rivolgeva al protagonista della trasmissione: Giulio Tremonti, il ministro dell'Economia. Anche Tremonti mi è piaciuto. Ha spiegato con chiarezza quel che ha fatto sino a oggi il governo e che cosa potrà fare in futuro. Non ha spacciato balle. È stato scarno e chiaro. E mi è sembrato del tutto consapevole di quanto sia grave il momento che attraversiamo. Ho apprezzato anche la sua affermazione, per niente paradossale, che a causare il Grande Crollo abbia contribuito la televisione. Penso volesse dire che il primo nemico è la sfiducia che le notizie insinuano anche in quanti potrebbero comportarsi come hanno sempre fatto. Senza ridurre i propri consumi. E quindi senza appesantire i nostri guai.

Il faccia a faccia fra Tremonti e Zipponi mi ha ricordato un vecchio motto post-maoista. Recitava così: non importa quale sia il colore del gatto, quello che conta è che prenda il topo. Posso dire che, a proposito di gatti e topi, mi fido più di Tremonti che di tanti politici di sinistra? Come è ovvio, anche per le ricette del ministro dell'Economia vale la prova del nove, ossia il risultato che daranno. Tuttavia il mio atteggiamento di oggi è il seguente: al diavolo gli schieramenti, non chiedetemi più di stare con l'uno o con l'altro, voglio capire chi sia in grado di fare qualcosa nel caos odierno, senza curarmi della maglia che indossa. Il centro-sinistra deve stare attento alla questione del gatto. E deve rendersi conto che sarà il Grande Crollo a decidere la sua sorte. Lo stesso problema ha il centro-destra, ma credo che questo lo abbia capito bene Tremonti e, insieme a lui, Silvio Berlusconi. Non so dire, invece, se l'abbiano compreso tutti i leader del Partito democratico. A cominciare dal nuovissimo segretario, Dario Franceschini. A rischio di essere ingeneroso, dico che Dieffe non si sta muovendo nel modo giusto. Invece di provare a fare il gatto e di misurarsi con la crisi, recita la solita vecchia parte. Strilla contro il Caimano fascista. Grida che in Italia la democrazia è in pericolo. Venerdì, all'aeroporto della Malpensa, ha urlato che Berlusconi e Bossi hanno tradito l'Italia del nord. Povero Dieffe! Non fregarti da solo con le tue mani. Aspetta almeno che a distruggerti siano i cacicchi del tuo partito.



Data: 2009-03-06







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