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LA REPUBBLICA DI GAZPROM

Putin-Medvedev e viceversa. Il gas, le armi, il terrorismo:questi i fattori e gli alleati della ripresa imperialista russa

Putin-Medvedev, e viceversa. Lo zar ha scelto. Sarà Dmitri Medvedev, che incidentalmente è anche presidente della Gazprom, il candidato di Vladimir Putin per la sua successione al Cremlino nelle elezioni del 2 marzo. E il futuro Presidente già si impegna a ricambiare dichiarando che sarà Putin il nuovo primo ministro.
Un linguaggio e una liturgia che se si fossero visti in Sicilia sarebbero stati definiti "mafiosi". Ma siamo a Mosca e i soldi fanno tanto, anche voltare la testa o rinunciare a ragionare.
La designazione di questo fedelissimo del presidente sarà infatti sostenuta dal partito di Putin, Russia Unita. A sua volta il capo della “Repubblica di Gazprom” nominerà Putin primo ministro
“Lo conosco da più di 17 anni, ho lavorato in stretta collaborazione con lui in tutto questo periodo e sostengo pienamente la proposta”, ha dichiarato Putin. L'annuncio mette fine a mesi di voci e supposizioni su chi sarebbe stato il suo delfino. Fino ad oggi, il favorito per la successione era l'altro vice premier Sergei Ivanov, seguito dal Primo Ministro Viktor Zubkov.
Nato nel 1965, Medvedev, dopo aver conseguito un dottorato in diritto privato nel 1990 è stato a lungo docente universitario a San Pietroburgo. Grazie alla sua collaborazione con Putin nell'amministrazione di quella città, venne incluso, a partire dal 1999, nello staff presidenziale del successore di Eltsin e si occupò della vittoriosa campagna elettorale del 2000. In quell'anno venne nominato per la prima volta presidente del Consiglio dei Direttori di Gazprom, assurgendo alla carica di vice primo ministro della federazione russa nel novembre 2005.
Se è vero che Medvedev ha in passato manifestato propensioni moderate e liberiste (ma quale significato possono avere simili definizioni in Russia?), ben poco lascia pensare che questo brillante giurista possegga la forza necessaria per smarcarsi dal controllo del suo ingombrante patrocinatore e per dare una svolta alla politica interna ed internazionale del suo paese.
A conferma di ciò Medvedev ha immediatamente ricambiato la cortesia al suo vecchio amico e principale: “è fondamentale proseguire sulla strada sin qui intrapresa, non è sufficiente eleggere un presidente che condivida l'ideologia del precedente. Non meno importante è mantenere elevata l'efficienza dello staff presidenziale. Per quest'ordine di motivi ritengo estremamente importante la permanenza di Vladimir Putin ai vertici del potere esecutivo dello Stato, nel ruolo di Primo Ministro”.
E subito il risvolto in politica estera, cioè nei rapporti fra la Russia e il resto del mondo, in particolare la vicina (e timida) Europa, appare ancor più inquietante - se possibile - di quello all'interno con le libertà civili in pericolo. Anche se i due effetti sono strettamente collegati: la vittoria, pur scontata e contestata, ha infatti al suo centro lo storico nazionalismo russo vissuto, ecco il nesso, come giustificazione del metodo autoritario.
Da tempo il presidente allisciava il pelo all'istinto vetero-nazionalista diffuso fra i russi. Per ottenere risultati, e riscaldare il clima politico, occorreva individuare nella campagna elettorale un “nemico” della Russia e su questa base chiedere i voti per il partito di Putin (“Russia Unita”). Il che è stato fatto con evidente strumentalità dal leader, certo molto popolare di suo anche perché va incontro ai sussulti, ai risentimenti e alle frustrazioni del russo medio.
Il nemico di oggi - o meglio il soggetto presentato come tale - è l'Occidente, non a caso visto invece come modello dalle correnti liberali russe d'opposizione che sono uscite malissimo dal voto per la Duma (Camera bassa) e già vengono accusate di infedeltà alla nazione. Ha ragione Stephen Sestanovich, docente di diplomazia internazionale a Columbia University (New York), quando osserva (International Herald Tribune, 1-2.12.2007) che il “nemico” occidentale ha preso il posto, in questa prova alle urne, dei terroristi ceceni prima e poi degli “oligarchi” dell'era Yeltsin nelle precedenti campagne di Putin.
La tattica del presidente, già alto ufficiale del KGB, non è nuova in Russia, visto che Stalin si rivolse al nazionalismo russo durante la “Grande guerra patriottica” per far fronte alle armate del Reich. Ma negli ultimi tempi ha colpito l'escalation anti-occidentale, nei toni e nei fatti. Nell'ultima prova elettorale, nota lo studioso, è parso si tornasse alla retorica di Kruscev che avvertiva garbatamente gli occidentali di non “ficcare il loro grugno da maiali nel nostro giardino socialista”.
Con parole quasi eguali l'attuale capo del Kremlino si è rivolto allo stesso indirizzo. Precisando che la Russia deve essere forte per evitare interferenze dall'estero. E' questo uno spettro che giova sempre agitare, magari con l'aggiunta assai pesante di allusioni a legami fra movimenti russi filo-occidentali - così Putin prende di mira i gruppi liberali - e i nemici stranieri. Per ribadire il concetto il presidente ha addirittura convocato il corpo diplomatico, avvertendo che non sarà consentita alcuna interferenza esterna nel processo di “sviluppo evolutivo” che la federazione russa ha scelto.
A questa insistita propaganda retorica si aggiungono le mosse politiche collegate con il nuovo contenzioso est-ovest che ha portato il presidente a sospendere unilateralmente - guarda caso due giorni prima del voto - la partecipazione al trattato del 1992-1999 sulle forze convenzionali in Europa. Un passo che ha a che fare con l'ostilità russa contro l'allargamento ad est della Nato - con la quale però Mosca dialoga in sedi ufficiali - e il progetto americano di installare una sezione dello scudo anti-missili iraniani in Polonia e Repubblica ceca.
Su questi temi possono essere raggiunti in realtà compromessi e accordi accettabili da tutte le parti coinvolte (Russia, Usa e Ue). La settimana prossima se ne discuterà a Bruxelles a livello di ministri degli Esteri, Nato più Russia. Quel che allarma però è il terreno “culturale” interno sul quale si muove con successo il neo-nazionalismo conflittuale di Putin.
Bisogna tuttavia ricordare che la Russia, salvo l'intervallo della prima rivoluzione democratica antizarista del febbraio 1917, poi soffocata dal colpo di Stato di Trotzkij e Lenin nell'infausto “Ottobre rosso”, non ha mai vissuto a lungo un forte e radicato sistema delle libertà (si veda lo splendido saggio di Pietro A. Zveteremich “Il grande Parvus”, Garzanti, Milano 1988). Questa debolezza della società civile in senso ampio resta in definitiva il più grande handicap per un reale “sviluppo evolutivo”.
 Ha sritto subito dopo il voto il quotidiano inglese “Guardian” in un editoriale che riferendosi alla figura di Josif Stalin negli anni Sessanta, il dissidente Alexandr Solzhenitsyn notava: “Noi dobbiamo condannare pubblicamente l'idea che certi uomini abbiano il diritto di reprimerne altri. Rimanendo in silenzio davanti al Male, seppellendolo così in profondità tra di noi al punto da farlo superficialmente scomparire, lo accettiamo e facciamo in modo che si moltiplichi mille volte e prosperi nel futuro”.
Il presidente russo Vladimir Putin (il cui partito, Russia Unita, ha trionfato nelle recenti elezioni parlamentari ndt) è un accolita di quel sistema che mandò Solzhenitsyn in esilio. Putin ha ricevuto la sua educazione politica nel KGB. Ha preso parte alla soppressione del dissenso, con zelo paranoico ha vigilato su eventuali trame anti-sovietiche ordite dall'Occidente ed ha mostrato disprezzo verso l'opinione pubblica ogni qual volta essa non si sia piegata ai suoi voleri. È un ammiratore di Stalin e si è impegnato per favorire in Russia una sorta di rimozione collettiva degli enormi crimini perpetrati dall'Unione Sovietica nei confronti della sua stessa gente. Ieri, la Russia ha votato per delle elezioni manipolate al fine di eleggere un parlamento posticcio, concepito per essere fedele non alla legalità costituzionale, ma ad un unico partito e, in ultima analisi, personalmente a Putin.
Nonostante ciò, il presidente può contare in Occidente su diversi sostenitori, inclusi quegli uomini d'affari britannici che vogliono intrattenere strette relazioni commerciali con la Russia. Putin, sostengono, ha avuto almeno il merito di ripristinare la stabilità dopo il caos cleptocratico degli anni Novanta e sta portando avanti una graduale transizione verso la democrazia, continuano gli apologeti, un'operazione che in un Paese delle dimensioni della Russia deve essere eseguita necessariamente con cautela e mano ferma. Speriamo sia proprio così, ma non ci sono troppe ragioni per crederlo. Un'inchiesta dell'Observer sui media russi evidenzia come la libertà di espressione nel Paese sia severamente limitata. Putin più che nutrire la pianticella della democrazia russa le sta strappando le radici. La Gran Bretagna non può fare a meno d'intrattenere rapporti  con la Russia. Acquistiamo le risorse naturali di quel Paese e, come membri di un'Unione Europea allargata fino a ricomprendere la Polonia e gli stati baltici, siamo parte di uno spazio economico confinante con l'impero putiniano.Tuttavia, non dobbiamo farci illusioni a proposito dello Stato e dell'uomo con cui abbiamo a che fare.
Negli anni Sessanta Solzhenitsyn denunciava i rischi insiti nel tentativo di preservare il sistema sovietico. Non aveva immaginato però che quel sistema sarebbe crollato e poi, nell'arco di una sola generazione, avrebbe cominciato a rigenerarsi.
Ad ogni modo, si dimostrò lungimirante su un altro punto, ammonendo: “ Quando manchiamo di punire o almeno di criticare malfattori e criminali, noi laceriamo alle fondamenta il senso stesso della giustizia, danneggiando gravemente le future generazioni”.



Data: 2007-12-04







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