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"L'ITALIA E LA POLITICA INTERNAZIONALE"

Milano, 06/02/2013

Sono stato accolto altre volte nella sede di questo prestigioso Istituto, per partecipare a incontri e dibattiti, sempre, vorrei dire, di alta qualità e distinzione. Ma questa volta, accogliendo il cordiale invito del Presidente dell'ISPI, Ambasciatore Aragona - cui mi legano antichi sentimenti di stima per averlo seguito nell'impeccabile svolgimento delle missioni affidategli - mi sono predisposto a una prova più impegnativa. Perché ho inteso che ci si aspettasse da me, qui oggi, una riflessione sull'esperienza da me compiuta sul terreno delle relazioni internazionali, su quel che ho potuto trarne di valutazioni e di stimoli. Mi riferisco all'esperienza recente vissuta nel corso del mandato che sto portando a compimento ; ma anche, in qualche modo, a un'esperienza più lunga, partita da lontano e attraversata in altre vesti politico-istituzionali.

Come si sa, nel nostro ordinamento il Presidente della Repubblica non ha poteri esecutivi : in nessun campo, nemmeno in quello della politica estera e di sicurezza. 

Ma in quanto Capo dello Stato, ed essendo innanzitutto chiamato a rappresentare l'unità nazionale, il Presidente svolge secondo l'ispirazione che gli è propria le funzioni, naturali e obbligate, dell'"accreditare i rappresentanti diplomatici" dei paesi con i quali l'Italia ha relazioni ufficiali, del "ratificare i trattati internazionali", dell'incontrare capi di Stato ed esponenti di governo di nazioni amiche, dello svolgere missioni all'estero, dell'esprimersi pubblicamente su questioni di politica internazionale.

E l'ispirazione di cui parlo è quella del rafforzare e trasmettere orientamenti largamente condivisi in seno alle istituzioni rappresentative del nostro paese, ovvero un approccio nazionale unitario, essenziale per la massima valorizzazione del ruolo dell'Italia sul terreno delle relazioni internazionali.

E' in questo senso che mi sono costantemente mosso nel corso del settennato. Ben sapendo, anche, come gli orientamenti condivisi di politica estera e di sicurezza, che sentivo di poter interpretare e coltivare, fossero via via maturati nei decenni dell'Italia repubblicana attraverso un processo difficile e richiedano oggi aggiornamenti e puntualizzazioni rilevanti.

La nostra Repubblica, le sue istituzioni, le sue forze politiche più rappresentative, conobbero prestissimo - nonostante il prodigioso approdo dell'Assemblea Costituente, con l'approvazione a larghissima maggioranza della Legge fondamentale - una rottura radicale. A partire dal 1948, la divisione dell'Europa e del mondo in due blocchi contrapposti, a forte connotazione ideologica ancor prima che militare, si rispecchiò nell'antagonismo irriducibile tra i due maggiori schieramenti politici ; e quello di opposizione, guidato dalla sinistra socialista e comunista, si identificò col duplice rifiuto iniziale del disegno di integrazione europea e dell'alleanza con gli Stati Uniti d'America.

Quel rifiuto, quella scelta di campo sul piano internazionale, avrebbe rappresentato una fatale palla di piombo al piede del partito divenuto egemone nella sinistra, bloccando a lungo una normale dialettica nei rapporti politici e nelle prospettive di governo del paese. Tuttavia, a partire dagli anni '60 si mise in moto un graduale riavvicinamento tra le principali forze politiche italiane nell'impegno europeistico, e innanzitutto nella partecipazione al Parlamento europeo. Fu necessario invece ancora un decennio per il superamento, nella sinistra, dell'ostracismo verso la NATO. Ma un sostanziale ripensamento si fece strada di fronte alla sempre più scoperta e dura caratterizzazione - fin dall'intervento militare del 1968 in Cecoslovacchia - della leadership sovietica in termini di chiusura a ogni evoluzione democratica in seno al blocco dell'Est, e di negazione di ogni sovranità e libertà di determinazione nei paesi membri del Patto di Varsavia.

Il punto di arrivo di quei processi di ripensamento e riavvicinamento venne segnato con la risoluzione, davvero "storica", approvata dal Senato e dalla Camera dei Deputati nell'ottobre e nel dicembre del 1977, cioè nel periodo del governo di "solidarietà nazionale". La risoluzione recava le firme dei rappresentanti - e ottenne il voto dei gruppi parlamentari - di tutti i partiti dell'"arco costituzionale". Quei partiti si riconobbero solidalmente, per la prima volta, "nel quadro dell'alleanza atlantica e degli impegni comunitari, quadro" - cito - "che rappresenta il termine fondamentale di riferimento della politica estera italiana".

Quel comune riferimento fu sottoposto - anche negli anni '80 - a non trascurabili tensioni e prove, ma non venne mai più offuscato. Naturalmente, si deve in generale osservare che mettere fuori discussione quelli che potremmo definire i due pilastri della collocazione internazionale dell'Italia, non escludeva e non esclude la possibilità di distinzione e diversità di vedute su singole, concrete scelte di politica estera.

Ma la questione oggi non è questa, quanto quella del mutamento profondo della cornice mondiale entro cui è chiamata ad operare la politica estera e di sicurezza nell'Italia, pur in continuità con quegli ancoraggi fondamentali sanciti dal più vasto arco di forze politiche 35 anni orsono.

Ed è su tale profondo mutamento, e sulle sue implicazioni, che vorrei questa sera intrattenervi. Non si può, a questo proposito, non ripartire dal decisivo spartiacque rappresentato - tra il 1989 e il 1991 - dalla dissoluzione del Patto di Varsavia e quindi della stessa Unione Sovietica. Si aprì allora una fase che sarebbe durata fino alla fine del ventesimo secolo o agli inizi del successivo. E si può dire che mai si era avuta una simile affermazione del primato mondiale dell'Occidente, un simile esplicarsi della sua forza di attrazione politica, economica e ideale, insieme con la sopravvivenza - al lungo periodo della sfida con la superpotenza sovietica - degli Stati Uniti come sola superpotenza militare.


Apparve allora non irragionevole parlare di mondo unipolare, e perfino di "fine della storia". Ma nel primo decennio di questo XXI secolo lo scenario mondiale è venuto esibendo trasformazioni e ulteriori tendenze evolutive, tali da imporre ben diverse categorie di giudizio e di previsione. L'emergere di nuove grandi realtà e forze protagoniste, innanzitutto ma non solo sul terreno economico - la Cina, l'India, il Brasile - il nuovo dinamismo di paesi del Sud Est Asiatico e anche di un grande paese come la Turchia nella vasta regione a cavallo tra l'Europa e l'Asia, il recupero di posizioni e il consolidamento, anche politico, della Russia, forte della valorizzazione delle sue risorse energetiche, hanno sancito un processo di spostamento del centro di gravità dello sviluppo mondiale dall'Atlantico al Pacifico, l'ascesa dell'Asia - nella quale già nel secolo scorso si era affermata la potenza del Giappone ed era emersa la capacità di avanzamento della Corea.

Ecco che allora anche nelle più sofisticate analisi americane, una crescente attenzione è stata rivolta - guardando al mondo dall'Occidente - al "resto", come lo si è definito : sempre meno semplice e secondario "resto", ma decisivo quadrante del mondo in via di cambiamento. E' stato via via messo l'accento sui limiti della potenza americana, e sulle difficoltà di un'Europa ancora debolmente integrata e in perdita di produttività, si è evocata l'immagine di un "mondo post-americano" e si sono assunte con allarme le proiezioni del calo già in atto del peso demografico ed economico dell'Occidente.

Né si può trascurare l'incidenza di un più complesso fenomeno, quello del drammatico sminuirsi - rispetto all'ultimo decennio del ventesimo secolo - del "global standing" dell'America, della sua credibilità presidenziale e nazionale, e della condivisione delle sue istanze di sicurezza.

Questa severa valutazione è stata motivata da una personalità del livello di Brzezinski sulla base di una drastica critica alle reazioni della Presidenza di George Bush al terribile colpo sferrato da Al Qaeda al cuore dell'America l'11 settembre del 2001. Una drastica critica dell'impostazione e conduzione della pur giusta immediata risposta militare in Afghanistan, della grave decisione unilaterale di muovere guerra all'Iraq, dell'incapacità di esprimere una strategia di isolamento dell'estremismo e del terrorismo islamico dal più vasto mondo musulmano e di perseguire una soluzione di pace nel Medio Oriente.

Rispetto a quell'improvvido corso della politica internazionale degli Stati Uniti, una svolta lungimirante fu intrapresa dal Presidente Obama. Nel libro "Does America Need a Foreign Policy?", apparso nel 2001, Henry Kissinger aveva rilevato come "all'alba del nuovo millennio, gli Stati Uniti godessero di una preminenza ineguagliata anche dai maggiori imperi del passato" ; ma aveva poi sviluppato un approccio altamente problematico, riassumibile nell'interrogativo che egli poneva a un'America giunta all'apice della sua potenza : "impero o leader?". Per concludere così : "In ultima istanza, la sfida per l'America sta nel trasformare la sua potenza in consenso morale". Otto anni più tardi, in una situazione gravemente deteriorata e fattasi ben più complessa, si può dire che il nuovo Presidente si accinse a raccogliere la sfida mirando a recuperare o costruire un consenso morale perduto o seriamente scosso. Ma egli era ormai alle prese con una nuova durissima prova.
La crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2008 per effetto - seguo la traccia della prima e forse più penetrante analisi, quella di Tommaso Padoa Schioppa - di una "resa dei conti sul disavanzo con l'estero degli Stati Uniti" e dello "scoppio della bolla immobiliare", entrambe generatrici di un'onda di "grande panico", si è propagata in Europa e ha introdotto uno "sconvolgimento complessivo nel corpo dell'economia globale". Quel che non ha retto è stato il "modello di crescita senza risparmio dell'economia degli Stati Uniti" (la definizione è ancora di Padoa Schioppa), cioè dell'economia più grande e ricca del mondo ancora nel passaggio dal XX al XXI secolo. Lo "sconvolgimento complessivo" che ne è scaturito ha impresso un'ulteriore, netta accelerazione a quel mutamento del rapporto tra l'Occidente e "il resto" del mondo che già stava segnando il processo di globalizzazione.

Siamo in effetti - è pacifico, direi, constatarlo - in un mondo che poggia su ben più numerosi pilastri, e che nello stesso tempo si può definire, come lo definisce Charles Kupchan, "un mondo di nessuno" ; un mondo che si caratterizza per la graduale redistribuzione e comunque, innanzitutto, per la dispersione del potere globale ; un mondo che è attraversato da una sorta di "risveglio politico globale" (Brzezinski), ma è anche esposto al moltiplicarsi di focolai di crisi e di minacce alla sicurezza collettiva. Si impone quindi la ricerca di nuove sedi e scelte di governance globale innanzitutto sul piano economico, una nuova e più avanzata prospettiva multilateralista, un nuovo quadro di cooperazione e solidarietà. La consapevolezza di queste realtà, la condivisione di queste esigenze, mi sono apparse largamente condivise a mano a mano che sviluppavo, da Presidente italiano, visite e incontri che hanno abbracciato l'Asia - dal Giappone e dalla Corea del Sud alla Cina - la Russia, la Turchia, l'Europa, il Medio Oriente e l'Africa del Nord, le nuove leadership latinoamericane e molti altri interlocutori.

Non voglio dare, sia chiaro, una versione troppo semplificata in senso ottimistico delle suggestioni ricavate dalla mia esperienza degli anni di grande cambiamento (anche attraverso bruschi imprevisti) che hanno coinciso col tempo del mio mandato. Sarebbe ingenuo, innanzitutto, non cogliere una differenziazione cospicua di interessi e di ambizioni che si accompagna al riconoscimento condiviso di una somma di sfide comuni e di responsabilità globali. Si sono inoltre dimostrate complesse e mutevoli le vicende interne di paesi o di aree cruciali.

Le aperture in materia di diritti e di dialettica politica democratica che avevo colto in Russia, nel suo vertice di allora, nel 2008, hanno conosciuto un rallentamento, mentre nell'arena internazionale si sono manifestati ancora sintomi di sospetto e di arroccamento, malgrado le rassicurazioni ricevute. Problematico resta il percorso della Cina verso un esercizio del potere più articolato e più sensibile alla tematica dei diritti umani. Il rinnovamento politico che avevo potuto salutare a Tokio nel 2009 si è ben presto bloccato. L'Asia è divenuta teatro di straordinari balzi in avanti sul terreno dello sviluppo economico e sociale, ma anche di pericolose tensioni tra i suoi maggiori Stati nazionali.

E' nel Medio Oriente e in Africa del Nord che il "risveglio politico globale" si è manifestato con maggiore forza, ma con esiti e sviluppi assai diversi. Comune a diverse realtà del mondo arabo è stata una mobilitazione popolare volta ad abbattere autocrazie da lungo tempo radicatesi al potere, anche se qualcuna, come quella egiziana, aveva svolto ruoli costruttivi nel campo delle relazioni internazionali. Ma le istanze di libertà e insieme di giustizia sociale rispetto a regimi polizieschi e a potenti e corrotte oligarchie si erano fatte irrefrenabili.

In Siria una leadership, che era apparsa qualche anno fa sensibile all'esigenza di affrancarsi da pesanti tutele esterne e di avvicinarsi all'Europa, e che aveva, nel solco di una tradizione politica laica, garantito rispetto del pluralismo religioso, ha reagito nel modo più brutale, aggressivo e sanguinario alla contestazione popolare e ad ogni opposizione. Ma anche là dove le primavere arabe sono state coronate da un indubbio successo e hanno dato avvio a un processo di rinnovamento politico-istituzionale, sono seguiti caotici contraccolpi come al Cairo o momenti di difficoltà sulla via del consolidamento, intrecciate col malessere sociale, come a Tunisi. E possiamo ben vedere come la situazione libica resti tutt'altro che stabilizzata.

Rispetto a questi fenomeni, a queste realtà in faticosa, non lineare e non breve transizione, ci siamo atteggiati, come istituzioni italiane, nel solco di una storica strategia condivisa di attenzione e impegno nel Mediterraneo e di amicizia verso il mondo arabo. E' questo un versante della nostra politica estera e della politica europea che non possiamo in alcun modo trascurare, ma dobbiamo curare ancor più nel quadro del nuovo ridisegnarsi degli equilibri globali. E la grande posta in giuoco, nel rapporto non solo col mondo arabo ma col più vasto mondo musulmano, è quella del superamento di radicali, devastanti contrapposizioni, dell'instaurazione di un clima di reciproco rispetto tra il mondo occidentale e il mondo musulmano, della individuazione di principi e valori comuni, del riconoscimento, in definitiva, del volto tollerante, pacifico e cooperativo dell'Islam come realtà di cui apprezzare e favorire l'affermazione.

Fa testo in questo senso lo storico discorso pronunciato dal Presidente Obama nel giugno 2009 al Cairo. E fa testo anche per l'equilibrio con cui egli pose in quel contesto la questione del conflitto israelo-palestinese, in termini non acritici né verso gli uni né verso gli altri, sollecitando con forza una soluzione basata sulla convivenza tra due Stati nella pace e nella sicurezza. E' in questo approccio che si è riconosciuta e si riconosce l'Italia, il cui impegno ho ribadito negli ultimi anni a Gerusalemme, negli incontri con l'amico Presidente Peres, così come negli incontri con le autorità palestinesi, e ancora di recente ho riproposto a Roma celebrando il Giorno della Memoria, che ci vincola a operare contro ogni forma di antisemitismo e ogni ambiguità rispetto al diritto dello Stato di Israele all'esistenza e alla sicurezza, e insieme a promuovere un'intesa di pace con i rappresentanti del popolo palestinese. Ecco ancora una componente significativa di quella politica estera condivisa che ho tenacemente auspicato e coltivato per l'Italia.

Ma torno ora al filo del discorso sulla tendenza generale che si può cogliere nel processo di trasformazione in atto, pur tra molte articolazioni e sfaccettature, sul piano mondiale. Tendenza a una nuova aggregazione e responsabilizzazione che coinvolga Stati ed aree, di peso crescente e di peso decrescente, ma nel loro insieme decisive per il nostro comune futuro e destino. La crisi scoppiata nel 2008 e non ancora superata, lo "sconvolgimento complessivo" che essa ha provocato nel corpo dell'economia globale, ha certamente avuto ripercussioni dissimili nei diversi continenti : negli Stati Uniti e in Europa cadute pesanti della produzione, del reddito e dell'occupazione, e solo riduzioni, più o meno sensibili, dell'elevato tasso di crescita nei paesi emergenti.

Ma è un fatto che la crisi, per la sua natura e portata, ha dato anche la prova di quanto sia divenuta profonda e stringente l'interdipendenza globale, la rete e l'intreccio dei rapporti, in ogni senso, tra tutte le economie del mondo, e come sia divenuto dunque ineludibile l'affrontare insieme condizionamenti e problemi di comune interesse. Basti citare un fatto emblematico. Il G7, che a partire dai tardi anni '70 raccoglieva i paesi più industrializzati - tra Nord America, Europa e Giappone - aveva già visto, pur includendo dal '94 la Russia, indebolirsi la sua rappresentatività e capacità di guida, ed era stato quindi indotto ad aprirsi informalmente ad altre partecipazioni. Ma è stato poi giuocoforza cedere spazio a partire dal 2008 al G20, elevato al livello di Capi di Stato e di governo, come nuova istanza di consultazione e decisione. Il coinvolgimento delle maggiori economie emergenti non solo dell'Asia, ma anche dell'America del Sud e in qualche modo dell'Africa (continente solcato da profonde diversità, ma non privo di realtà dinamiche), attribuiva potenzialmente al G20 un ruolo corrispondente al mutamento intervenuto negli equilibri di un mondo sempre più interdipendente.

Può essere troppo audace il parlare, come qualcuno ha fatto, di "alba di una nuova era di multilateralismo". Ma la prospettiva dovrebbe essere questa. Peraltro, anche se il G20 ha affrontato con successo la prova del rafforzamento delle istituzioni multilaterali partendo dall'allargamento e irrobustimento del Fondo Monetario Internazionale, molti altri traguardi appaiono ardui e il ritmo dei progressi lento o incerto : innanzitutto per quel che riguarda l'indispensabile concertazione di una nuova regolazione finanziaria globale.

E sappiamo come anche in altri fori, compresi quelli che fanno capo alle Nazioni Unite, si proceda a fatica verso risposte soddisfacenti a sfide di innegabile portata globale. Da quella di scelte atte a fronteggiare i cambiamenti climatici e garantire la sostenibilità ambientale, a quella di un pieno adeguamento delle regole del commercio mondiale.

Avvicinandomi ora ad alcune conclusioni che mi preme trarre da una perlustrazione forse troppo ampia e insieme sommaria, desidero sottolineare subito un primo, essenziale punto di riferimento. Nel mio riflettere e operare di questi anni sui temi della politica estera e di sicurezza italiana, ho cercato di cogliere la profondità delle trasformazioni intervenute nel quadro mondiale ma non ho mai ceduto alla suggestione, foss'anche solo dottrinaria, di un fatale declino dell'America e dell'Occidente. Ovvero, non solo di un'inevitabile riduzione del loro peso, ma di un fatale decadimento del loro apporto allo sviluppo della civiltà mondiale.

Restiamo indissolubilmente legati da ogni punto di vista all'amicizia e alleanza con gli Stati Uniti. Vediamo la gravità dei problemi con cui essi sono chiamati a fare i conti, ma abbiamo egualmente piena consapevolezza dei loro punti di forza. Non solo la loro ancora senza eguali potenza militare, ma il loro formidabile potenziale scientifico e tecnologico, la loro apertura all'innovazione e la loro predisposizione al futuro, le loro risorse di produttività e competitività, la loro capacità di recupero e di "nuovo inizio" anche in risposta alla crisi attuale, il loro vitale dinamismo demografico.

Come italiani e come europei, siamo soprattutto legati a un patrimonio storico comune, traducibile in un bagaglio inconfondibile di idealità, di principi e di valori, che ci fanno identificare, a fianco dell'America, con l'Occidente come luogo della democrazia e dei diritti umani. E' questa visione, è questa esperienza che dobbiamo e possiamo far valere nel concorrere al governo della globalizzazione, influenzando i lineamenti del suo corso futuro.

Come ha scritto Charles Kupchan, "Se l'Occidente vuole contribuire a guidare la transizione verso il multipolarismo, esso deve portarsi al livello dell'occasione che gli si presenta su due fronti. Dovrà rifondare la sua vitalità politica ed economica e rinsaldare la sua coesione anche se l'era del suo primato si avvia a conclusione. E deve darsi una strategia e un quadro di principi che valgano a forgiare consenso tra l'Occidente e il resto del mondo in ascesa".

Perciò il punto d'arrivo non solo di questa mia conversazione ma del percorso politico e istituzionale che ho vissuto negli ultimi sette anni, dopo una ben più lunga traversata di "trials and errors", di tentativi ed errori, è la parte che ora tocca fare all'Europa nella prospettiva di un rinnovato ruolo dell'Occidente. E dicendo Europa, intendo Europa unita. I nostri amici americani ci guardano nutrendo insieme ben motivate aspettative e persistenti dubbi, non con disinteresse o pregiudiziale sfiducia. A Monaco, giorni fa, il Vice-Presidente americano Biden ha messo l'accento sull'importanza di un complessivo accordo transatlantico in materia di commercio e di investimenti. Egli ha più in generale ribadito : "L'Europa è la pietra angolare del nostro impegno verso il resto del mondo e l'elemento catalizzatore della nostra cooperazione globale".

Per quel che riguarda l'Italia, in una sessione di Joint Leadership Meeting del Congresso americano nel maggio 2010, ribadii nel modo più netto : "Non penso si possa seriamente affermare che le relazioni transatlantiche contino ormai sempre meno". Il posto che vi demmo sessant'anni fa nella nostra linea di politica estera e di sicurezza rimane fuori discussione. Ma come la stessa NATO si è venuta dando negli ultimi tempi nuove visioni e missioni, così noi italiani ed europei dobbiamo portare nuova linfa nelle relazioni transatlantiche, collocandole nello scenario globale di un mondo fattosi ben più complesso e variegato.

Ebbene in questo mondo - ecco la domanda che mi posi a Washington già nel 2010 - l'Europa, l'Unione Europea saprà porsi "all'altezza delle sue potenzialità e responsabilità?". E' una domanda che la crisi attuale dell'Unione, dell'Eurozona e più in generale del progetto europeo, non ci dà alcun alibi per eludere. Al contrario l'impegno a superare la crisi traendone tutte le lezioni deve corrispondere proprio all'esigenza di portarci, in quanto Europa unita, all'altezza delle nuove responsabilità.

Ciò comporta un'accresciuta volontà di procedere in tutte le direzioni individuate dalle istituzioni europee per rafforzare, completandola, l'Unione Economica e Monetaria e imprimerle una nuova capacità di promozione dello sviluppo economico e sociale dell'Europa. Ma non basta. E' indispensabile procedere sul serio verso l'Unione Politica. Può non comprendere questa necessità, e il concetto stesso di Unione Politica, chi veda come tratti costitutivi della costruzione europea solo il mercato interno, liberalizzato e concorrenziale, magari senza neppure arrivare alla moneta unica.

Ma quel che si è costruito, o teso a costruire, via via nel corso di sessant'anni in Europa è ben di più. E' una comunità di valori, è una comunità di diritto, è un soggetto politico unitario e democratico, pacifico e solidale, che intende introdurre valori di solidarietà e di giustizia sociale anche nel corso dell'economia di mercato. E' un soggetto politico che si fa protagonista della politica internazionale per affermare su quel terreno gli stessi valori e principi di diritto su cui l'Unione si fonda.

Solo sviluppandosi secondo questa concezione, l'Europa potrà fare la sua parte - come componente vitale della storia dell'Occidente - nel mondo di oggi e di domani, così mutato rispetto a quello del Novecento. Ed è qui il vero nodo del nostro dissenso con il primo ministro britannico. Non nel fatto che respingeremmo come "eresia" qualsiasi critica verso l'assetto istituzionale e il modo di operare dell'Unione. Ma nel fatto che non possiamo accettare una concezione mercantilistica dell'Europa unita.

E tuttavia, l'Europa potrà fare la sua parte, in sintonia con l'America, solo a due altre condizioni. La prima : non escludere di aprirsi ancora oltre gli attuali confini dell'Unione. Verso i Balcani, dopo che l'ingresso di Slovenia e Croazia ha costituito un decisivo fattore di pacificazione, rendendo possibile negli ultimi anni anche quella riconciliazione adriatica di cui l'Italia, anche per mio diretto impulso, si è fatta promotrice. E verso la Turchia, riconfermando sulla base di forti motivazioni - come ho fatto io stesso ad Ankara 3 anni fa - l'impegno a negoziarne l'ingresso nell'Unione.

E la seconda condizione è quella di non sfuggire, come Unione Europea e suoi singoli Stati membri, alle nostre responsabilità nel campo cruciale della sicurezza. Le minacce da fronteggiare sono molteplici. Il terrorismo, di matrice fondamentalista islamica ma anche di altre specifiche radici. Le tendenze, innanzitutto da parte dell'Iran, a un'ulteriore proliferazione nucleare. Le proiezioni destabilizzanti (fino alla pirateria) di quella singolare, inquietante specie che sono gli "Stati falliti". Il prodursi e riprodursi, in certi continenti, di conflitti etnici e guerre civili. La sicurezza globale, ma la stessa sicurezza europea, è messa alla prova anche in una regione africana che può apparire lontana, e non lo è, come il Sahel. 

La risposta a queste minacce - cui aggiungerei i rischi di un ritorno a nazionalismi anche di grande potenza - non può certo essere solo militare. L'approccio al tema della sicurezza dev'essere strategico e in tutti i sensi innanzitutto politico. Ma l'aspetto delle capacità militari in funzione, quando necessario, della messa in campo di personale e mezzi delle forze armate non può essere eluso e non può più essere delegato dagli europei agli Stati Uniti. Essenziale è che l'Europa - come affermai a Londra nel 2009 e a Washington nel 2010 - metta insieme le sue risorse e le sue strutture per la difesa e la sicurezza, elevando grazie a un'effettiva integrazione la produttività della sua spesa militare.

Concrete e positive prove della sua sensibilità a nuovi doveri nel campo della sicurezza, l'Italia le ha date, sia sul piano politico, proponendo decisamente ipotesi di seria integrazione europea nel campo della difesa, e anche programmi di riforma dello strumento militare nazionale, sia sul piano operativo con la sua partecipazione e un suo qualificato impegno in molteplici aree di crisi, sotto l'egida delle Nazioni Unite, dell'Unione Europa, della NATO. E assai ampio è stato il consenso che si è riusciti a costruire in proposito nel paese e nel Parlamento. A ciò ha indubbiamente contribuito un'istituzione di rinnovata vitalità ed efficacia come il Consiglio Supremo di Difesa, che il Capo dello Stato presiede per dettato costituzionale, pur nel rispetto dei poteri di decisione propri dell'Esecutivo.

E' proprio richiamando l'esperienza compiuta con successo su quest'ultimo versante - quello della difesa e sicurezza, particolarmente controverso nel passato - che mi sento di rilevare come esistano le condizioni per rimotivare, aggiornare, rilanciare le scelte fondative della politica internazionale della Repubblica ; come esistano le condizioni per farne ancora uno dei perni di quello sforzo di coesione nell'interesse generale, cui è affidato l'avvenire dell'Italia, il suo posto nell'Europa e nel mondo.

 

 

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