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MIGRAZIONI INTERNAZIONALI
Quotidianamente, i politici con responsabilità di governo, gli economisti e i commentatori si confrontano (e scontrano) sulle misure necessarie per rilanciare la crescita globale, sempre che il rilancio sia un obiettivo plausibile. Tuttavia, pochi si soffermano sugli effetti positivi che potrebbe avere una riforma che allentasse le restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro. Lo dimostra dati alla mano Sharun Mukand, professore di Economia alla Warwick University, e autore di un paper che, pubblicato da Chatam House, valuta le implicazioni politiche e le preoccupazioni culturali di un programma per la mobilità internazionale del lavoro.
Come osservato dal celebre economista Kenneth Galbraith nel 1979, la migrazione è stata "la più antica azione contro la povertà" per gran parte della storia umana. Ciononostante, rimangono in piedi invalicabili barriere che limitano gli effetti positivi del fenomeno; cosa ancor più sorprendente, nessuno (o quasi) se ne lamenta pubblicamente, se non uno sparuto gruppo di studiosi che stanno producendo un'interessante letteratura sull'argomento.
Le differenze salariali tra i paesi poveri e quelli ricchi hanno sempre avuto un ruolo rilevante nell'orientare i flussi migratori globali, e così sarà in futuro. A ciò si aggiunga la sfida demografica senza precedenti che sta emergendo in gran parte del cosiddetto mondo sviluppato, che per comodità espositiva potremmo identificare con l'Occidente ma che in realtà non si limita ad esso. La crescita della speranza di vita è andata di pari passo alla diminuzione della fertilità, rendendo ancor più insostenibili gli attuali sistemi pensionistici e previdenziali. Gli Stati Uniti, che godono di un tasso di fertilità relativamente altro rispetto ad altri paesi a economia matura e che possono contare su cinque persone in età lavorativa per ogni pensionato, vedranno tale proporzione dimezzata entro il 2030. La situazione è anche più drammatica in Europa e in Giappone. Tutto ciò mette in rilievo una crisi demografica che a breve drenerà le declinanti risorse fiscali a disposizione.
In queste circostanze è difficile immaginare come i sistemi di sicurezza sociale del mondo industrializzato possano rimanere solventi nel lungo periodo. L'alternativa è chiara: o un drastico, ulteriore, tagli delle prestazioni previdenziali e pensionistiche, che darebbe vita a reazioni non calcolabili da parte dell'opinione pubblica, oppure un cambiamento radicale, che potrebbe consistere nel favorire (non ostacolare, come sinora si è fatto) i flussi migratori di lavoratori dai paesi in via di sviluppo a quelli a economia matura.
In un mondo sempre più integrato a livello tecnologico e culturale, e in cui la globalizzazione del commercio di beni e capitali sta rapidamente raggiungendo i suoi limiti di saturazione, non è più concepibile che i decisori politici seguitino a ignorare (per considerazioni di convenienza elettorale o per timore) gli enormi benefici in termini di efficienza economica che deriverebbero da una maggiore mobilità internazionale dei lavoratori, qualificati o meno.
La recessione, paradossalmente, offre l'opportunità di vincere le diffuse resistenze a livello sociale. Infatti, se in passato il migrante veniva guardato come una minaccia alla prosperità e alla tranquillità quotidiana del cittadino occidentale, oggi, mente le certezze di stabilità economica si sgretolano, proprio i lavoratori stranieri paiono sempre più una risorsa. Da un lato, costoro sono disponibili a svolgere occupazioni che i giovani locali rifuggono nella speranza di mettere a frutto i propri studi. Dall'altro, se regolarizzati e accolti pienamente nel sistema produttivo, i lavoratori migranti contribuiscono a sostenere la traballante impalcatura del welfare contemporaneo.
In conclusione, Mukand chiarisce le implicazioni di un piano per la mobilità internazionale del lavoro:

1) La liberalizzazione del mercato del lavoro internazionale è la chiave per lo sviluppo e la riduzione della povertà;

2) I guadagni potenziali di tale liberalizzazione possono competere, se non superare, quelli derivanti non solo dall'aiuto diretto ai paesi in via di sviluppo ma addirittura dall'ulteriore liberalizzazione dei mercati dei beni e dei capitali (ad esempio, la decisione dei paesi sviluppati di alleviare del 3% le restrizioni alla mobilità del lavoro comporterebbe benefici per 150 miliardi di dollari);

3) E' necessario superare i dubbi che rallentano questo processo, infatti, la mancanza di un serio dibattito sulla mobilità internazionale dei lavoratori è dovuta principalmente alla percepita minaccia che i migranti rappresentano per l'identità culturale e nazionale dei paesi d'approdo;

4) Le preoccupazioni dei cittadini dei paesi di approdo sono legittime, ma sono state spesso amplificate e manipolate e andrebbero invece alleviate mediante la messa in atto di politiche inclusive, la predisposizione di regole chiare e lo sviluppo di programmi di migrazione lavorativa temporanea e finalizzata; programmi che risulterebbero più accettabili nelle aree dove la migrazione è vista come una seria minaccia. (A cura di Fabio Lucchini)

 

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