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ELEZIONI USA

Fabio Lucchini

Dopo tanto scrivere sulle posizioni dei candidati e sulle possibilità di Mitt Romney di conquistare gli swing states che gli avrebbero garantito la vittoria, il voto reale ha premiato Barack Obama. Nonostante il peso delle difficoltà economiche, spesso letali per il presidente in carica, i Repubblicani non sono riusciti a riconquistare la Casa Bianca. Il fattore demografico ha senz'altro contato, come nel 2008. L'America cambia ed è innegabile che il voto delle minoranze etniche (ma ha senso parlare di minoranze etniche negli Usa?) abbia avuto un peso nelle due vittorie del candidato Obama. Ma l'associazione automatica e ineluttabile del "voto etnico" al campo progressista è una semplificazione e il futuro potrebbe riservare delle sorprese, sia in America che in Europa.

Lo sostiene Michael Barone che poche ore prima di conoscere i risultati delle urne si è concesso una curiosa, quanto interessante, divagazione sul tema. L'esperto analista politico-elettorale statunitense si è concentrato sulla demografia, non solo e non tanto nell'ottica  dell'election day  del 6 novembre ma in prospettiva. Un salto nel futuro, per scrutare e prevedere gli orientamenti politici dell'America (sempre più) multietnica del XXI secolo. Se vogliamo, un'utile cartina di tornasole anche per le dinamiche di paesi di più recente immigrazione, come l'Italia.

Secondo un sondaggio della Cnn, ripreso dall'Afp, il 59% degli americani bianchi ha votato per Romney (il 39% per Obama); nella sua storia, solo in poche occasioni il Partito Repubblicano ha ottenuto un margine più ampio tra i bianchi (vedi le trionfali presidenziali del 1920, 1972 e 1984). Barone non ritiene si tratti di razzismo, dato che Obama nel 2008, anche grazie al voto dei bianchi, è riuscito a raggiungere il 53% dei consensi, più di ogni altro candidato Democratico alla Casa Bianca, se si escludono Andrew Jackson (XIX secolo), Franklin Delano Roosevelt e Lyndon Johnson.

Perché i bianchi appaiono oggi più partigiani di quanto lo siano stati in precedenza? Forse perché prendono molto sul serio le previsioni che li vedono diventare una minoranza elettorale e le minoranze consapevoli tendono a votare in modo coeso; in questo caso a votare Repubblicano, convinti che il Grand Old Party (Gop) possa meglio rappresentare i loro interessi in un contesto multiculturale. Barone accredita questa interpretazione, ma non concorda sulle estreme conseguenze che molti ne fanno discendere, ossia che il Gop, in quanto espressione dell'America bianca, sia destinato alla marginalità man mano che le altre componenti etniche del Paese crescono numericamente. Infatti, le tre categorie di elettori non bianchi, che dovrebbero in futuro determinare le fortune del Partito Democratico, sono tutt'altro che assimilabili tra loro.

Gli afro-americani, il 13% dell'elettorato nelle presidenziali del 2008 e l'11% nelle elezioni di medio termine del 2010, sono quasi all'unanimità Democratici (oltre il 90%), ma la loro percentuale sulla popolazione complessiva non è in crescita e, oltretutto, non hanno posizioni omogenee su alcune tematiche sensibili. Ad esempio, molti elettori afro-americani si oppongono ai matrimoni tra individui dello stesso sesso, il contrario della posizione espressa da Obama lo scorso mese di maggio.

Gli ispanici costituiscono l'8% dell'elettorato e sono in crescita, dato che molti ragazzi stanno raggiungendo la maggiore età. Una crescita decisa, ma non impetuosa come lasciavano prevedere i dati sull'immigrazione ispanica negli States dal 1982 al 2007. La recente immigrazione nel Paese è più asiatica che latina. I dati elettorali mostrano un Obama più forte tra gli ispanici (69% contro il 29 di Romney) di quanto lo sia stato nel 2008 (67% contro il 31 di McCain) e questo gli ha permesso di conquistare gli importanti Stati del Colorado, del Nevada, e, soprattutto, la Florida. In futuro i latinos saranno ancor più filo-Democratici, ma non in modo plebiscitario, e, soprattutto, la loro incidenza sull'elettorato non dovrebbe superare il 12-15% del totale.

Gli asiatici sono tradizionalmente il meno Democratico dei gruppi non bianchi. Rappresentando il 2% dell'elettorato, alle elezioni di medio termine hanno votato in maggioranza (58%) per il partito del presidente, che hanno premiato oltre le più rosee previsioni anche il 6 novembre (74%). Tuttavia, gli asiatici sono un gruppo etnico né omogeneo né fidelizzato, come dimostra il sostegno agli sfortunati candidati presidenziali Repubblicani negli anni novanta.

Queste brevi riflessioni, secondo Barone, fanno giustizia di un vero e proprio mito parecchio gettonato nel discorso pubblico. Se nella recentissima tornata elettorale l'incapacità di parlare alle minoranze ha senz'altro danneggiato i conservatori Usa, ciò non significa che, nel medio-lungo termine, l'aumento del livello di multietnicità di una società sia inevitabilmente destinato a favorire le forze riformiste e progressiste. In America come in Europa.

 

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