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MUTUALISMO E ASSOCIAZIONISMO DAVANTI ALLA CRISI DEL WELFARE
Di seguito un estratto dell'intervento dell'Autore del libro

Milano, 23 novembre 2011,

Alla luce del 150esimo anniversario dell'unificazione, evento che rese cruciale, tra le altre, la questione della difficile riorganizzazione ed omogeneizzazione delle politiche assistenziali varate dagli antichi Stati italiani e nel contempo il problema dei rapporti tra i soggetti tradizionalmente operanti in questo ambito e lo Stato, il mio contributo presenta una sorta di bilancio e, nello stesso tempo, apre al confronto sul futuro dell'azione volontaria e di una sua possibile integrazione con le istituzioni e le politiche di welfare, forse la sfida più importante sulla quale saranno chiamati a misurarsi tutti i più avanzati sistemi di protezione sociale occidentali.

In un contesto caratterizzato da una crisi del welfare che si trascina dagli anni settanta del novecento, una possibile risposta al declino degli istituti previdenziali e di  protezione sociale potrebbe essere la ripresa, sotto  nuove forme, di quelle associazioni di mutuo soccorso e volontariato che hanno preceduto la nascita dello Stato sociale in Italia come in altri paesi occidentali.

In Italia, l'emergere delle prime forme associative risale agli anni successivi al 1848, in seguito ai primi riconoscimenti della libertà di associazione dopo i moti anti-austriaci di quel fatidico anno. Due le anime del mutualismo ottocentesco: da un lato, il filone delle opere pie e, dopo l'enciclica papale del 1891, la Rerum Novarum, del cattolicesimo sociale; dall'altro, la cooperazione di matrice laica e socialista (ad esempio, la Società Umanitaria, nata a Milano nel 1893). Mentre lo Stato liberale se ne stava ancora in disparte, disinteressandosi delle più pressanti questioni sociali, l'associazionismo operava in svariati settori, dal credito alla previdenza, dall'educazione all'assistenza sanitaria. La Grande Guerra e la fine dell'Età giolittiana segnarono l'acme del fenomeno. Poi il declino, dovuto, come capita oggi agli istituti welfaristi, all'eccessivo aumento delle richieste di assistenza e protezione rispetto alle risorse a disposizione. Il Fascismo, mediante il corporativismo e l'istituzione dei grandi enti statali degli anni trenta del novecento, diede il colpo di grazia a ogni forma di associazionismo autonomo. Nel secondo dopoguerra, si è assistito  a una rinascita, ma in un quadro ormai dominato dai partiti di massa e dalla frammentazione dei soggetti (decine di migliaia) operanti nel macrosettore mutualistico e associativo.

L'intero settore ha conosciuto una definitiva ripresa a cavallo degli anni sessanta e settanta, proprio in coincidenza dei primi segnali di declino dei partiti politici di massa e dei sistemi di welfare. Il riferimento è alla fine del trentennio glorioso post-bellico, interrotto dalla crisi petrolifera e dall'austerity. A smentire la vulgata che descrive semplicisticamente gli anni ottanta come il trionfo dell'apparenza sulla sostanza, dell'edonismo sui valori e del privato sul pubblico, almeno in Italia si nota una prorompente crescita del numero delle associazioni, che raggiunge l'apice nell'ultima decade del millennio, con il boom del Terzo Settore e del non profit. Per venire all'oggi, si ragiona di cifre considerevoli e di un gran numero di volontari, ma le criticità non mancano, poiché il 15% delle associazioni detiene l'80% delle risorse; una concentrazione che si riflette in una presenza territoriale poco omogenea.

All'inizio del secondo decennio del ventunesimo secolo e nel mezzo di una crisi finanziaria epocale che colpisce le economie più mature (e quindi dotate dei più complessi sistemi di welfare), l'esigenza di una riforma dello Stato del benessere pare ineludibile. Come si comporterà l'associazionismo di fronte al vuoto lasciato dal riflusso e dall'arretramento del settore pubblico? L'organizzazione della società civile riuscirà a lenire il senso di spaesamento e di insicurezza degli individui di fronte ai radicali cambiamenti in atto?  Il declino nel numero di giovani italiani che si dedicano regolarmente al volontariato e l'aumento del personale retribuito attivo nel non profit lasciano più di un dubbio al riguardo. D'altro canto, le altisonanti formule e le grandi visioni d'insieme proposte dalla politica e dall'intelligentsia (Workfare, Terza Via tra Stato e Mercato e, da ultimo, Big Society) non sono ancora uscite dalle ambiguità insite nella loro formulazione per tradursi in concreti programmi.

Il Terzo Settore è cresciuto negli ultimi trent'anni non solo come risposta al declino del welfare e dei suoi pilastri (in particolare, previdenza e assistenza sanitaria), ma anche come risposta all'esigenza avvertita da molti cittadini di agire concretamente su tematiche a lungo sottovalutate da partiti politici e amministrazioni pubbliche (ambiente, qualità della vita, sicurezza urbana, ecc.). Ora ci si chiede se l'associazionismo, come espressione dell'intera società civile e non solo dei settori più attivi e impegnati della cittadinanza, saprà evolversi e costruire una solida rete di protezione e condivisione che consenta agli individui di guardare con più fiducia a un futuro quanto mai incerto. (Estratto dell'intervento di Gianni Silei curato da Fabio Lucchini)



Gianni Silei è professore aggregato di Storia contemporanea all'Università di Siena e coordina le attività dell'Osservatorio Rischi ed Eventi Naturali e Tecnologici (Orent) costituito nell'ambito del Centro Interuniversitario per la Storia del Cambiamento Sociale e dell'Innovazione dell'Università di Siena. Per i Tipi Lacaita ha pubblicato, tra l'altro, Le radici dell'incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento (2008).

 

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