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IL MALE FRANCESE
Prospect, ottobre 2011,

Per la Francia si avvicina il momento della verità.  La crisi dell'euro, l'impopolarità dell'Eliseo, le rivalità all'interno dell'opposizione socialista e l'economia in declino sollevano dubbi sul bilancio delle ultime tre decadi di governo. L'immagine di una Parigi faro dell'Europa che avevano in testa Luigi XIV, Napoleone Bonaparte e Charles De Gaulle, appartiene al passato e persino l'essenza della V Repubblica viene oggi messa in discussione. Mezzo secolo, fa il generale De Gaulle salvava la Francia in nome del decisionismo e di un esecutivo forte guidato da una figura autorevole ("Le Président") eletta direttamente dal popolo. Oggi, quel modello appare indebolito, al punto che per la prima volta in trent'anni il presidente in carica rischia di mancare la rielezione. Il Paese si avvicina alle presidenziali di aprile 2012 scosso dalle conseguenze economiche e politiche della crisi del debito innescata dal crollo greco. Sembrano passati cent'anni da quando, negli anni ottanta, Francois Mitterand e Helmut Kohl sancivano definitivamente la riconciliazione franco-tedesca. Oggi, la cordialità di facciata tra Nicolas Sarkozy e Anglea Merkel non nasconde i differenti stili: mentre i tedeschi tentano di consolidare la loro leadership europea mediante l'imposizione di un sistema di regole, i francesi, consci del loro svantaggio, corrono ai ripari attraverso il ricorso a sotterfugi tattici. Con scarsi risultati, sostiene Jonathan Fenby, nel suo contributo per la rivista britannica Prospect.

E' ormai chiaro che sulla scena globale la Francia gioca un ruolo secondario rispetto alla Germania. L'amministrazione Obama quando pensa all'Europa ha in mente Berlino, non certo Parigi. L'attivismo dell'asse Cameron-Sarkozy nella campagna libica rappresenta una parentesi. Le nazioni dell'area euro-mediterranea che la Francia aspira a egemonizzare rischiano di essere travolte dalla crisi dell'euro. Gli speculatori, seguendo la via che conduce da Atene a Roma, passando per Lisbona e Madrid, hanno messo nel mirino le banche francesi e le agenzie di rating se ne sono accorte. L'indice della borsa di Parigi ha perso il 25% del suo valore nel terzo quarto del 2011 e, nonostante l'esecutivo Sarkozy/Fillon si sia impegnato nella riduzione del deficit di bilancio per il 2012, è prevista una crescita ulteriore del debito pubblico, mentre la disoccupazione giovanile raggiunge ormai il 23%.

A ben guardare, quella descritta potrebbe essere la normale traiettoria di una media potenza investita da una crisi economica severa. Negli anni ottanta e novanta, gli europeisti impegnati nella costruzione di un mercato e di una valuta comune, non considerarono adeguatamente i problemi legati alla cooperazione di governi nazionali sprovvisti di una politica fiscale condivisa e liberi da adeguati controlli. Per la Francia le attuali contraddizioni nel cuore dell'Unione Europea sono particolarmente disturbanti, poiché svuotano l'antico adagio gollista secondo cui Parigi avrebbe dovuto esercitare la leadership su di un'Europa sostenuta dal motore economico tedesco. Invece, puntualizza Fenby, in un mondo dove le percezioni modellano gli umori del mercato, la Francia è ormai considerata parte integrante dell'inefficiente Europa meridionale, esclusa dal virtuoso gruppo di nazioni del settentrione continentale. Un Big State che spende aldilà delle proprie risorse.

Esiste un'evidente discrepanza tra l'orgoglio francese nel rivendicare sostanziosi investimenti pubblici in settori cruciali del welfare (sanità, educazione e trasporti) e le obiezioni di coloro che ritengono quelle spese sintomatiche di un anacronistico voler vivere al di sopra delle proprie possibilità. La discrepanza tra la Francia e il resto del mondo sviluppato trova origine nel difficile rapporto tra ethos nazionale, denaro e libera intrapresa economica. La relazione tra Stato e Mercato in Francia è spesso apparsa conflittuale e asfittica, soprattutto se osservata da una prospettiva anglo-sassone, come quella di Prospect. Difficoltà incarnate dall'atteggiamento dei presidenti della V Repubblica, da De Gaulle a Georges Pompidou, da Valery Giscard D'Estaing a Jacques Chirac, passando per la lunga parentesi socialista di Mitterand. Fino a Sarkozy, che, salito al potere nel 2007 promettendo cospicui trasferimenti di potere dallo Stato al Mercato, ha rapidamente cambiato accenti, denunciando "il capitalismo del laissez-faire" e biasimando "la dittatura del mercato". Dopo una felice campagna elettorale all'insegna del dinamismo anti-statalista, Sarko è presto rientrato nell'alveo della tradizione nazionale. Deludendo molti.  Del resto, il presidente è un combattente, un tattico e non uno stratega, e ciò si riflette nel suo approccio alle riforme. Un approccio calibrato sul breve periodo e pertanto poco efficace. Non è tutta colpa del presidente. Le resistenze al cambiamento sono notevoli poiché, nonostante lo spirito rivoluzionario orgogliosamente evocato dai francesi, il Paese rimane intimamente conservatore. Un conservatorismo che plasma quella che Fenby descrive come "la venerazione religiosa per uno Stato troppo costoso".

Tuttavia, Sarkozy ha fallito. Ha promesso di semplificare la legislazione sul lavoro, di incoraggiare la competizione e di alleggerire il settore pubblico, ma non ha avuto la forza di andare fino in fondo davanti agli ostacoli e alle contestazioni, peraltro prevedibili. La riforma fiscale proposta dall'Eliseo e attesa dal mondo imprenditoriale si è arenata, così come la liberalizzazione del mercato del lavoro. Il duro linguaggio dell'ex ministro degli Interni Sarkozy non si è tradotto in una significativa riduzione della tensione nelle periferie francesi. Lentissima la razionalizzazione dei servizi pubblici, che rappresentano il 45% del bilancio governativo. I fallimenti e la mancanza di leadership mettono in rilievo un'impotenza presidenziale che svilisce la figura, quasi regale, prevista dalla costituzione della V Repubblica nel 1958.

Cosa dobbiamo attenderci?
A fronte della debolezza del centro-destra transalpino, guadagna consensi il Fronte Nazionale (FN) di Marine Le Pen che, se si votasse oggi, raggiungerebbe il 16% al primo turno. Come noto, si tratta di una forza dai contorni xenofobi e inquietanti, ma in grado di intercettare gli umori della "Francia che dice no": no alla modernizzazione, all'immigrazione, all'Europa e al salvataggio della Grecia. Si tratta probabilmente della prima scelta per i colletti blu e può conquistare simpatie tra i piccoli imprenditori e commercianti, che si sentono traditi dalle promesse inevase della destra moderata. L'FN al ballottaggio (come nel 2002) è un'ipotesi da non scartare, per quanto possa risultare sgradevole a molti.

Il Partito Socialista (PS), oggi favorito dall'impopolarità di Sarkozy, deve ancora costruire una politica economica convincente. Essendo forte del sostegno di molti lavoratori del settore pubblico, il PS potrebbe subirne nuovamente il condizionamento e non avere il coraggio di modernizzare. Al candidato, François Hollande, tocca l'arduo compito di mantenere uniti i socialisti francesi e di dissipare le diffuse perplessità sulla sue credenziali, dovute alla scarsa conoscenza della politica estera e alla mancanza di esperienza ministeriale.

Sin quando Dominique Strauss-Kahn è stato della partita, nessuna riteneva che Hollande avesse la statura per candidarsi. Dopo la vittoria alle primarie, gli tocca l'onere di dimostrare il contrario. Il suo partito è diviso tra quanti ritengono che un governo debba limitarsi a supervisionare una più efficiente e meglio regolata economia di mercato e quanti auspicano un ritorno in grande stile del dirigismo statale, rievocando i primi anni della presidenza Mitterand. Un'ala del PS riconosce la necessità di una cura dimagrante per lo Stato, l'altra considera il mantenimento del settore pubblico nelle attuali dimensioni come il punto qualificante del proprio impegno politico. La sinistra socialista ricollega gli scioperi contro ogni tentativo di riforma allo spirito del 1789 e non a manifestazioni di conservatorismo. Si ha la netta sensazione che, a mezzo secolo dalla decisione dei socialdemocratici tedeschi di allontanarsi dal marxismo, i socialisti francesi abbiano ancora diversi nodi politici da sciogliere. Manca, ad oggi, una seria riflessione su cosa il Partito intende per riformismo e su come si propone di governare una società complessa del ventunesimo secolo.

Queste criticità, unite all'abilità propagandistica di Sarkozy, potrebbero rimandare ancora il momento dei socialisti francesi, ma il problema di fondo, il malessere nazionale, va al di là delle contrapposizioni partitiche. Il sistema voluto da De Gaulle per incardinare istituzionalmente la sua straripante personalità, si sta rivelando troppo difficile da sostenere in una situazione di continuo e dinamico mutamento, in Francia come in Europa. Nel frattempo, il declino francese prosegue. Una realtà amara e spiacevole, ma sempre più difficile da negare. (A cura di Fabio Lucchini)
 

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