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SULL’INDIPENDENZA DEGLI INTELLETTUALI CINESI

Zhu Yuan, China Daily, agosto 2011,

E' stato detto che l'Europa ha due tipi di intellettuali con visioni completamente diverse di come i paesi europei dovrebbero essere governati. Vi sono coloro che sognano l'Utopia che hanno ereditato dai loro precursori del diciottesimo secolo e che lottano per una società più giusta e rispettosa dei diritti umani e coloro che credono che il capitalismo, sostenuto dalla scienza e dalla tecnologia, porti infine con sé la prosperità, la pace e tutte le cose buone che il mondo può offrire.

In Cina viviamo una situazione analoga. Abbiamo due tipologie similari di intellettuali, che difendono due opposte visioni sugli approcci allo sviluppo. La prima è incardinata nella cultura tradizionale cinese, preoccupata del futuro del Paese e del benessere della popolazione. Questi pensatori stigmatizzano le carenze all'interno delle istituzioni sociali della nazione, tendono a esprimere giudizi di alto valore morale e anelano agli ideali utopici, che, secondo il loro pensiero, l'umanità deve perseguire  se non vuole perdere la strada che conduce allo sviluppo.

Si oppongono a questa impostazione i tecnocrati, che adorano ciecamente la tecnologia e il laissez faire, che considerano panacea di tutti i mali. Di tanto in tanto prestano attenzione alle contestazioni dei loro avversari, liquidando sbrigativamente le loro preoccupazioni rispetto al futuro del Paese o all'efficacia di un singolo progetto. A coloro i quali mettono in evidenza le problematiche intrinseche al processo di sviluppo, essi rispondono: "Nulla è perfetto, vi è sempre un prezzo da pagare per lo sviluppo."

Quando, alla fine degli anni settanta del secolo scorso, è stata inaugurata in Cina l'epoca delle riforme e dell'apertura economica, la maggior parte degli intellettuali ha abbracciato le idee che filtravano dal mondo esterno, in particolare dai paesi sviluppati. Dopo anni di subordinazione all'ideologia imperante della lotta di classe, l'apertura stimolava il loro entusiasmo e la voglia di sperimentare il nuovo.

Il progresso economico delle ultime tre decadi si è rivelato senza precedenti e l'ascesa della Cina al rango di seconda potenza mondiale sembra dar forza all'argomentazione secondo cui il dibattito ideologico sul futuro indirizzo politico-economico del Paese (socialismo o capitalismo) sia senza significato. Deng Xiaoping identificò nello sviluppo il primo principio che la Cina avrebbe dovuto seguire. Ancora, la dicotomia delle percezioni che esiste tra gli intellettuali rispetto all'approccio allo sviluppo è differente. Non ha a che fare con l'ideologia nell'antica accezione del termine, ma piuttosto con la qualità dello sviluppo, anche interrogandosi sulla sostenibilità del medesimo.

La crisi finanziaria e del debito in Europa e negli Stati Uniti suggerisce che il laissez faire lasci parecchio a desiderare. I ripetuti scandali legati alla sicurezza alimentare e le malversazioni che hanno colpito diverse istituzioni confermano la fondatezza delle preoccupazioni espresse da molti intellettuali.

Ciò considerato, se il dibattito tra le due citate tipologie di intellettuali appare opportuno e salutare, non possiamo dimenticare l'esistenza di una terza categoria di pensatori, la cui attività solleva dubbi e presenta serie criticità. Il riferimento va a chi baratta la propria indipendenza per un piatto di minestra, adulando il potere o difendendo le posizioni di particolari gruppi di interesse. Così facendo, costoro propongono commenti contrari al comune sentire e al buon senso. Ad esempio, davanti all'aumento dell'inflazione, determinati economisti concludono, senza alcuna convincente motivazione, che il rischio non esiste o che è comunque sotto controllo. Un'impostazione leggera che diventa pericolosa quando si applica ad argomenti così sensibili.

Le altre due categorie di intellettuali, per quanto possano essere radicali e discutibili nelle loro posizioni, hanno il pregio della sincerità e del dire esattamente ciò che pensano. Esiste la possibilità che essi cambino il loro punto di vista una volta che si sia dimostrato fallace. Gli esponenti della terza tipologia, dal canto loro, non fanno altro che ripetere ciò che ritengono voglia essere ascoltato da particolari poteri e lobby e lo fanno unicamente perché hanno degli interessi propri da perseguire. In altre parole, il loro pensiero è compromesso in nuce dalle lusinghe del potere e del guadagno.

Non è facile per chi aspira a fare opinione preservare la purezza dei principi dalle tentazioni dello status e del denaro. Ma, come pubblica opinione, dobbiamo pretendere che gli intellettuali lo facciano, perché essi rappresentano la coscienza sociale del Paese e la loro indipendenza è il presupposto morale della coesione sociale.

L'autore è editorialista del China Daily
 

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