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LA GEOPOLITICA DI ISRAELE
Stratfor, maggio 2011,

Il principio fondante della geopolitica è che i luoghi giocano un ruolo significativo nel determinare le scelte e i destini delle nazioni. Partendo da questo presupposto, il think tank statunitense Stratfor individua una linea di profonda continuità nelle scelte di politica estera di Israele negli ultimi tremila anni. Una storia millenaria quella israeliana, affascinante e legata a radici culturali e religiose peculiari, che trovano ancora espressione nella vita pubblica di uno dei paesi più avanzati e moderni. In occasione del sessantatreesimo anniversario della fondazione del nuovo Stato ebraico, la suggestiva narrazione di come la storia di Israele sia stata (e sarà) condizionata dalla geografia, la più ineludibile delle costrizioni strategiche.

Israele nei millenni si è manifestato sul palcoscenico della Storia in tre differenti forme: la prima inizia con le vicende dei patriarchi e termina con la deportazione a Babilonia nel sesto secolo avanti cristo; la seconda vede la rinascita di Israele voluta dai persiani e si perpetua fino alla distruzione romana (tra il 70 e il 135 dopo cristo) e l'inizio della diaspora; la terza si concretizza nella nascita dell'attuale entità statale nel maggio 1948. Nei primi cinquanta anni di vita, il moderno Stato ebraico ha giocato un ruolo cardine nel confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, rimanendo spesso ostaggio delle dinamiche della Guerra Fredda. Un retaggio da cui ancora non si è liberato e che condiziona negativamente le sue relazioni con il mondo arabo-palestinese. Già da queste prime considerazioni emergono alcune regolarità che accompagnano da sempre le vicende dello Stato ebraico: il desiderio israeliano di indipendenza, le contraddizioni interne al Paese e le ambizioni imperiali altrui.

Sulla localizzazione di Israele non vi sono dubbi, sui reali confini l'incertezza è sempre stata notevole. Il Paese si divide in tre macro-aree. Una regione collinare che si estende dai piedi del monte Hermon fino a Gerusalemme, una piana costiera che collega Tel Aviv ad Haifa e un'area che occupa lo spazio tra Gerusalemme e il Giordano. Israele è ben protetto lungo tre direttrici. Il deserto del Sinai rappresenta un opportuno cuscinetto che lo divide dall'Egitto a sud-ovest. Sul versante meridionale, ma questa volta a est, il deserto di Eilat-Aqaba risulta praticamente invalicabile, mettendo in sicurezza la regione del Negev. Una distesa desertica cinge e protegge anche il fianco orientale. L'unico punto vulnerabile è a nord, dove il fiume Litani non costituisce un apprezzabile ostacolo al confine libanese e siriano.

Tuttavia, anche di fronte all'ipotesi di un attacco multiplo condotto da Sira ed Egitto, gli israeliani conserverebbero il decisivo vantaggio di combattere lungo linee interne, mantenendo compatte le truppe lungo i vari teatri di battaglia del fronte. Davanti ad avversari afflitti da seri problemi di coordinamento delle forze, Israele riuscirebbe a mantenere le comunicazioni tra i reparti e a spostare agilmente gli effettivi sul terreno. Solo nemici perfettamente coordinati tra loro nella tempistica dell'attacco, nella gestione delle operazioni sul campo e in grado di schierare forze superiori avrebbero qualche chance di successo. Se a ciò si aggiungono le diffidenze reciproche tra quei governi che sarebbero tentati di minacciare Israele, si comprende quanto sia limitato il rischio posto allo Stato ebraico dai suoi vicini. L'inferiorità demografica israeliana (che spaventa molti analisti ebraici e occidentali) risulta più che bilanciata dalle barriere naturali, dalle difficoltà dei vicini nel coordinare un eventuale attacco e dalla loro scarsa propensione ad architettarlo. A patto di mantenere una certa coesione interna, Israele ha poco da temere in termini di aggressione militare diretta.

I problemi Israele li ha incontrati quando si è trovato a fronteggiare grandi imperi esterni: Babilonia, Persia, Macedonia, Roma, Turchia e Gran Bretagna. Ed ecco ritornare prepotentemente la geografia, che attira fatalmente le grandi potenze verso il Medio Oriente e in particolare verso quel punto di snodo strategico ed economico che rimane la zona del canale di Suez, confine tra due mari e tra due continenti. Pertanto a Israele la geopolitica richiede non solo di saper fronteggiare militarmente i conflitti regionali, ma anche di gestire con accortezza le grandi questioni diplomatiche globali.  Se lo Stato ebraico dovesse fallire, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche, notano gli analisti di Stratfor, che immaginano per lo Stato ebraico tre distinte situazioni che potremmo definire politico-esistenziali e che già si sono concretizzate nel corso della lunga storia dell'ebraismo.

Israele può essere, ed è stato, un paese completamente indipendente, libero dai condizionamenti di grandi potenze esterne (modello Re David). Israele può essere, ed è stato, parte di un sistema imperiale come alleato subordinato, entità semi-autonoma o satrapìa, cedendo porzioni di sovranità (modello persiano); infine, può essere, ed è stato, distrutto e sradicato, con deportazioni di massa e migrazioni (modello babilonese). A dispetto delle spiccate tendenze autonomistiche delle élite israeliane, si deve riconoscere che gli ultimi due modelli hanno caratterizzato larga parte della vicenda storica dello Stato ebraico. In effetti, il rapporto con gli Stati Uniti durante l'ultima fase della Guerra Fredda è inquadrabile nell'opzione persiana.

Veniamo alla genesi della geopolitica contemporanea di Israele, ricreato come entità nazionale in seguito allo scontro finale tra gli imperi britannico e ottomano all'inizio del secolo scorso. Londra non aveva particolari interessi nel ripristino della statualità israeliana, ma l'obiettivo le faceva gioco per destabilizzare il nemico turco durante la Prima guerra mondiale e per sistemare il quadrante mediorientale postbellico secondo gli interessi del governo di Sua Maestà. Il crollo dell'Impero britannico alla fine del secondo conflitto mondiale ha permesso a Stati Uniti e Unione Sovietica di lanciarsi nella sfida per il controllo del Mediterraneo orientale. Entrambe le superpotenze vedevano in Israele un'opportunità per infiltrarsi nella regione e diventarne egemoni. Dopo la proclamazione dell'indipendenza e la vittoria contro gli eserciti arabi nel 1948-49, la sopravvivenza di Israele non è più stata messa realmente in questione. Per garantirsi quel vitale risultato, Israele ha chiesto e ottenuto la protezione di Unione Sovietica e Francia prima e degli Stati Uniti in seguito, in particolare dopo il fatidico 1967.

Un rapporto privilegiato e discusso che ha fatto gli interessi di Washington e del suo imperativo strategico di tenere i sovietici fuori dal Mediterraneo o comunque di limitarne la presenza. Dal canto suo, Israele, allineandosi con una grande potenza, ha finito per perdere in libertà di manovra, come dimostrato dall'intervento americano per evitare che Israele umiliasse nuovamente l'Egitto nella guerra del Kippur del '73. A prescindere dalle emergenze internazionali, lo Stato ebraico ha comunque mantenuto negli anni una discreta autonomia interna ed è stato generalmente libero di perseguire i suoi interessi strategici.

Quali i pericoli che Israele dovrà fronteggiare nel ventunesimo secolo? Non l'Egitto, in pace da oltre trent'anni, non la Siria, sprovvista di mezzi adeguati per insidiarlo, apparentemente non l'Iran, nemmeno citato nel lungo documento elaborato da Stratfor. Dalla caduta dell'Urss in poi, non si è scorta all'orizzonte la temuta potenza imperiale esterna in grado di sovvertire gli equilibri mediorientali e mettere a rischio la sicurezza israeliana. Tuttavia, vent'anni passano alla svelta. Sembra paradossale, ma i problemi potrebbero arrivare dagli Usa, seppur indirettamente.

Secondo una corrente della teoria realista delle relazioni internazionali ogni sistema tende all'equilibrio e al bilanciamento tra le potenze. Nel mondo contemporaneo il potere degli Usa risulta a molti intollerabile ed è presumibile che, presto o tardi, nuovi attori aspiranti all'egemonia si uniscano per controbilanciare la forza americana. Questo sarebbe un campanello d'allarme per Israele, che non ha granché da temere dai sommovimenti palestinesi o da improbabili sortite offensive da parte degli stati arabi. Il rischio per Israele, come si evince dalla storia degli ultimi millenni, è legato alle divisioni interne e/o all'emergere di una grande potenza esterna interessata a estendere la propria sfera di influenza. Nell'ambiente insicuro che la geografia gli ha consegnato, Israele farà bene ad abbinare l'intelligenza all'uso della forza. Oggi Israele si illude di muoversi secondo il modello che Stratfor definisce Re David, di totale indipendenza, ma in un futuro non lontano potrebbe essere costretto ad agire come un diligente attore subordinato alla sua potenza amica di riferimento, gli Stati Uniti. A determinare una simile scelta, obbligata, saranno la sua posizione geografica e la sua condizione di media potenza in un mondo che verrà presto governato dai giganti emergenti. (A cura di Fabio Lucchini)

 

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