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LA GRANDE GUERRA IN MEDIO ORIENTE
Pajamas Media, aprile2011,


Michael Ledeen, uno dei guru del pensiero neocon, mette sotto accusa Barack Obama e la sua politica estera. L’analista critica l’incapacità di contestualizzare gli eventi arabi degli ultimi mesi mostrata dell’Amministrazione Usa. Washington sembra ignorare la reale portata della “grande guerra” che coinvolge l’America. “Un conflitto che si estende dalla Somalia al Golfo Persico, dal Sudan all’Egitto e, ancora, a Israele, Libano, Siria, Iraq, Iran e Turchia, per abbracciare l’intero nordafrica”.  Una guerra che ha coinvolto persino il centro e il sud America, dal punto di vista politico ed emotivo (vedi Chavez, ndr), mentre la politica estera statunitense, invece di volgere la situazione a proprio vantaggio, sembra concentrarsi sull’obiettivo limitato di eliminare Gheddafi, quando ben altri sarebbero gli avversari da temere e colpire.

“Dobbiamo vincere la grande guerra”, sostiene Ledeen. Una strategia adeguata per gestire un simile conflitto non dovrebbe sprecare troppe risorse per un cambio della guardia a Tripoli, ma puntare al bersaglio grosso: la fine dei regimi anti-occidentali di Damasco e Teheran. Lo spazio di manovra esiste. Gli Stati Uniti e gli alleati possono incunearsi nelle lacerazioni dei due regimi, offrendo sostegno politico, finanziario e tecnologico ai dissidenti siro-iraniani e, soprattutto, evitando bombardamenti e rischi per la vita dei civili e dei militari americani. Se si ritiene vi siano state buone ragioni per difendere il popolo libico da un cruento dittatore, perché si indugia nel garantire sostegno a chi patisce le angherie di criminali probabilmente peggiori? Ledeen non nasconde la sua disistima per Obama e per quelle che definisce le “sue tre valchirie (Hillary Clinton – segretario di Stato, Susan Rice – ambasciatore all’Onu e Samantha Power – consigliere presidenziale sui diritti umani)”, ma spera “che costoro riconoscano infine la logica secondo la quale se è giusto difendere i libici è ancora più opportuno tutelare iraniani e siriani”.

La conclusione del contributo postato su Pajamas Media mette per un attimo da parte la contrapposizione ideologica tra l’interventismo unilaterale caldeggiato dai consiglieri neocon di George W. Bush e il multilateralismo più soft che ispira l’Amministrazione in carica: “Se tramite il confuso miscuglio di vago internazionalismo e interventismo umanitario proposto da Obama si arriverà alla decisione di sfidare i nostri nemici, non si potrà che appoggiare il presidente.” A patto che il presidente si ricordi del suo ruolo e delle sue responsabilità: guida di un paese come l’America e pertanto leader del campo occidentale. “Se non è stato necessario bombardare Leningrado per abbattere l’impero sovietico, è possibile liberarsi allo stesso modo delle vuote tirannie nostre nemiche mortali in Medio Oriente. La repubblica Islamica di Khamenei è persino più fragile dell’Urss di Gorbacev. Se insistiamo nell’attuale corso d’azione in Libia, il mondo saprà che siamo capaci di sganciare bombe su un dittatore pazzo e ricco di petrolio: una sterile dimostrazione di forza al prezzo di una grave destabilizzazione degli equilibri internazionali”. (A cura di Fabio Lucchini)

Michael Arthur Ledeen è un giornalista e storico statunitense. È membro dell'American Enterprise Institute, noto think tank neoconservatore.

 

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