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Perry Link, New York Review of Books, febbraio 2011,

Come spesso accade durante le crisi internazionali più acute, il governo cinese sta mantenendo un basso profilo rispetto agli eventi che sconvolgono il mondo arabo nelle ultime settimane. Pressoché silenti sul fronte esterno, sul versante domestico le autorità di Pechino hanno cercato di minimizzare la portata dei fatti tunisini ed egiziani. Nulla di sorprendente se si considera che la leadership cinese da sempre liquida le istanze democratiche dei dissidenti come il portato delle pressioni indebite del mondo occidentale. Sotto questo profilo, è normale che il crollo di Mubarak, dittatore "moderato" non inviso agli Stati Uniti, e di Ben Ali, fautore di un modello non dissimile da quello cinese (autoritarismo politico più crescita economica), lascino interdette le alte sfere di Pechino.

I giovani nordafricani scesi in piazza per liberarsi dei loro regimi sostengono che libertà e democrazia siano diritti universali. Posizioni pressoché identiche a quelle esposte dagli estensori della "Carta 2008", documento programmatico dei dissidente cinesi, assai inviso al governo. I successi di rivolte senza dubbio alimentate da una così convinta e diffusa richiesta di pluralismo incoraggiano quanti in Cina lottano da anni per un allentamento del controllo politico dall'alto. Tanto più che negli stessi ambienti della dissidenza cinese la rivolta del Maghreb si è materializzata come una piacevole sorpresa. Sinora la regione veniva considerata arretrata e pochi credevano alla possibilità dei rivolgimenti che si stanno in effetti verificando. Ora, grazie ai loro successi, i democratici arabi hanno guadagnato il rispetto degli omologhi cinesi, ispiratisi sinora unicamente ai dissidenti che avevano affrontato e sconfitto il Comunismo nell'Europa dell'Est.

Ancora, il successo dei manifestanti arabi non sarebbe stato così eclatante senza l'ausilio dei social network. Se l'utilizzo di Facebook in Cina è ancora limitato, Twitter ha già conosciuto applicazioni interessanti. Grazie a questo strumento lo scrittore Wang Lixiong ha facilitato il dialogo tra il Dalai Lama e  migliaia di cittadini cinesi. In generale, Twitter si sta rivelando un ottimo metodo per aggirare i controlli della polizia informatica. Nel web, definito "un dono di Dio" dal nobel Liu Xiaobo, si combatterà la battaglia decisiva tra censori e dissidenti, soprattutto se si considera la liberazione psicologica introdotta dalla rete. Fino a tempi recenti le autorità cinesi hanno potuto contare sull'auto-censura indotta dal timore di esporsi, ma l'anonimato sostanzialmente consentito da internet permette già a milioni di utenti di esprimere il proprio punto di vista sotto la copertura di uno pseudonimo (o meglio, di uno user name). Una crepa consistente nel muro della censura.

Riuscirà il governo cinese a disinnescare la minaccia della democrazia informatica? Mubarak ci è riuscito solo per pochi giorni, mentre nel 2009 il governo cinese ha oscurato per mesi la rete durante le sollevazioni nella regione dello Xinjiang. Nonostante le decine di miliardi di dollari spesi annualmente da Pechino per "garantire la stabilità interna", mettere la sordina a internet risulta tecnicamente complicato, anche perché il web è diventato troppo importante per essere regolarmente oscurato. I danni a livello economico, commerciale e amministrativo sarebbero ingenti.

Internet è uno strumento ormai insostituibile e per questo potenzialmente destabilizzante per il regime cinese. Anche il governo degli Stati Uniti sembra averlo compreso, come dimostra un recente discorso sulla libertà informatica pronunciato da Hillary Clinton. Il segretario di Stato Usa ha annunciato lo stanziamento di 25 milioni di dollari per consentire "agli attivisti di combattere efficacemente la repressione informatica." Una mossa saggia, ma forse troppo timida. Cosa sono 25 milioni di dollari in un anno se confrontati alle centinaia di milioni spesi giornalmente per le guerre in Afghanistan e Iraq? Quale dei due metodi - combattere la censura sul web o le guerre sul campo di battaglia - sembra più efficace per diffondere e difendere la democrazia?

 

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