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Times, febbraio 2011,

Il Times dedica un editoriale ai sommovimenti mediorientali di queste settimane. Eventi giudicati epocali, ma che nascondono tuttavia diverse insidie, quali la restaurazione autoritaria o la deriva estremista. I governi occidentali dovrebbero cogliere l'occasione e garantire senza indugi il proprio sostegno ai riformatori arabi. Il modello proposto è quello del Piano Marshall offerto dagli Stati Uniti ai devastati paesi europei all'indomani della Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, nota il celebre quotidiano londinese, sinora i segnali non appaiono incoraggianti. Se è sin troppo facile criticare l'inerte meccanismo di Bruxelles, non si può certo affermare che la reazione di Washington all'esplosione nordafricana sia stata particolarmente incisiva.

L'amministrazione Obama è stata tiepida e lenta nel supporto alle sollevazioni tunisine ed egiziane. Forse un eccessivo entusiasmo avrebbe urtato i sentimenti di alcuni settori del Congresso e lo stesso discorso può senz'altro valere per molti parlamenti europei. Tuttavia, nonostante le titubanze tattiche di chi scorge lo spettro della destabilizzazione dietro l'eventuale crollo dei rassicuranti regimi mediorientali, le nazioni democratiche dovrebbero guardare con favore all'affermazione del pluralismo in quelle regioni. E sostenerlo, politicamente ed economicamente. In particolare, se si prescinde dalle ricche monarchie del Golfo, è evidente che l'impegno finanziario del mondo occidentale si rivelerà fondamentale per sostenere la democratizzazione dei fragili paesi arabi  che tentano di uscire dall'autoritarismo.

L'economia dell'intero mondo arabo è più piccola di quella canadese. Libia, Egitto e Siria sono stati sinora retti da sistemi economici prettamente statalisti, mentre le monarchie del Golfo, per quanto opulente, non sono state in grado di allocare le proprie risorse in modo efficiente. Nei fatti, siamo di fronte a una regione sottosviluppata, con una popolazione giovane in aumento e con preoccupanti tassi di disoccupazione. Criticità reali e suscettibili, se non verranno affrontate, di ridare fiato alla retorica islamista e di ingrossare il flusso migratorio verso l'Europa, con i connessi rischi di instabilità e derive xenofobe nel Vecchio Continente.

E' giunto il momento di agire. Gli aiuti statunitensi al Medio Oriente nell'anno finanziario in corso hanno raggiunto i 7 miliardi di dollari, destinati principalmente a Israele e all'Egitto. Gran parte dei fondi servono a finanziare gli apparati militari. Una cifra che il Times considera inadeguata, a fronte del pacchetto da 787 miliardi stanziato dall'amministrazione Obama per stimolare l'economia domestica Usa. Un fondo multilaterale euro-atlantico da almeno 10 miliardi di dollari per l'assistenza alle economie emergenti della regione, che escludesse quindi i contribuiti per le spese militari e si focalizzasse invece sugli incentivi all'imprenditorialità, rappresenterebbe un segnale importante.

Tuttavia, la scossa riformatrice più significativa si otterrebbe con la piena integrazione del mondo arabo nel mercato globale. L'aumento della produttività e la crescita dei salari reali, due portati della specializzazione del lavoro, hanno costituito nei decenni scorsi il volano del boom nel sud-est asiatico. Per quale motivo non dovrebbero funzionare in Maghreb e nel Mashreq?

Come? Riformando il sistema tariffario, rilanciando i negoziati commerciali di Doha, approntando (e questo è un compito del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) piani a lungo termine per la liberalizzazione dei mercati dei beni e per la privatizzazione delle industrie. Forse memore degli errori commessi in passato delle istituzioni finanziarie internazionali, l'editorialista del Times specifica in conclusione: l'Occidente non dovrà imporre ideologicamente il proprio modello di sviluppo, ma favorire l'innesco di un processo virtuoso che, grazie alla competitività e alla concorrenza, consenta una maggiore e più equa diffusione del benessere.  In questa promettente e delicata fase, le società arabe necessitano quanto mai di un sostegno generoso e pragmatico per intraprendere la faticosa transizione verso la democrazia.

 

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