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Stratfor, febbraio 2011,

Le previsioni più cupe sembrano avverarsi. L'indisponibilità, o l'incapacità, di Hosni Mubarak e del suo entourage nel preparare un credibile e tempestivo piano per la successione rischiano di trascinare l'Egitto nel caos. Da anni erano note le criticità che si sarebbero presentate al momento della transizione dal vecchio raìs, al potere dal 1981, al successore. L'esplosione popolare, determinata dal disagio socio-economico che attanaglia la regione, ha precorso i tempi ed ora il modello statuale burocratizzato e formalmente secolare voluto da Nasser potrebbe cedere il passo a qualcosa di diverso. Se l'aspirazione dei tantissimi giovani egiziani a sbarazzarsi dell'apparato sclerotizzato che li ha sinora governati è senz'altro legittima, non è chiaro se ciò che emergerà dai moti di piazza potrà apportare i benefici auspicati. George Friedman, studioso del think tank Usa Stratfor, specializzato in analisi strategiche, valuta i diversi scenari che potrebbero emergere da un quadro generale sempre più instabile, caratterizzato da manifestazioni di piazza oceaniche, intrighi di palazzo e pressioni internazionali.

Quattro sono gli esiti possibili della crisi attuale. Primo, il regime potrebbe sopravvivere con Mubarak, o più facilmente un'alta carica dell'esercito, impegnati nell'ormai ardua impresa di stabilizzare situazione e gestire la transizione. Secondo, le dimostrazioni di piazza potrebbero forzare alle elezioni libere e all'ascesa dell'ex direttore dall'Agenzia atomica internazionale (Aiea) Mohamad  El Baradei o di un'altra personalità meno nota in Occidente, con il conseguente abbandono del modello statale costruito negli anni della decolonizzazione a favore di un sistema più assimilabile agli standard liberaldemocratici, corretti naturalmente dal peso rilevante che continuerebbe a giocare l'esercito. Terzo, le suddette elezioni potrebbero invece condurre alla vittoria dei Fratelli Musulmani che metterebbero in agenda riforme politico-sociali orientate in senso islamista. Quarto, l'Egitto potrebbe sprofondare nel caos.

Valutando i possibili sbocchi della quasi-rivoluzione in atto, ci si rende conto degli effetti profondi sul sistema regionale e internazionale che l'eventuale rovesciamento dell'ordine che ha governato il Cairo negli ultimi sessant'anni sarebbe suscettibile di innescare. Per il fondamentalismo sunnita la prospettiva di un Egitto islamista rappresenterebbe una ventata d'aria fresca. Meno felici sarebbero i mullah di Teheran, poiché l'Egitto entrerebbe in competizione con l'Iran per il ruolo di paese egemone del fronte islamista radicale che tanto inquieta Israele e molte diplomazie occidentali. E' altresì chiaro che l'islamizzazione politica del Cairo si risolverebbe in un disastro strategico per l'amministrazione Obama, che vedrebbe crollare i presupposti della sua politica della mano tesa verso il mondo musulmano moderato.

Friedman non dimentica di considerare le dinamiche storiche di medio-lungo periodo e sottolinea la centralità egiziana nel mondo arabo, certificata dalle vicende che dalle guerre arabo-israeliane conducono alla fine della Guerra Fredda. Al termine dell'ultimo grande conflitto arabo-israeliano del 1973, la decisione del presidente egiziano Anwar Sadat di abbandonare l'alleanza con l'Unione Sovietica per riavvicinarsi agli Stati Uniti ha indebolito definitivamente la posizione di Mosca nel Mediterraneo e nel Golfo Persico. L'affermazione degli Usa nell'area non può essere compresa senza far riferimento al cambio di alleanze egiziano. Se venisse meno la sponda offerta in questi anni da Mubarak, la già declinante influenza di Washington in Medio Oriente si ritroverebbe privata di un importante puntello.

Anche Israele ha molto da perdere dall'ascesa di un governo egiziano meno propenso alla collaborazione e incline alle sirene del radicalismo. La relativa sicurezza di cui gode oggi Israele poggia anche sullo storico trattato di pace firmato con l'Egitto nel 1979: la demilitarizzazione del Sinai ha protetto per trent'anni la frontiera sud, dando agli israeliani la percezione psicologica di essere finalmente al riparo dal timore di un nuovo Olocausto. A differenza dei conflitti generali del '48, del '67 e del '73, le successive guerre combattute dallo Stato ebraico in Libano non ne hanno messo in questione la sopravvivenza, grazie anche alla neutralità dell'Egitto, suo nemico giurato per almeno vent'anni.

Se il nuovo esecutivo del Cairo abrogasse gli accordi conclusi a Camp David da Sadat e Begin e si impegnasse per ricostituire una temibile macchina militare, le lancette della Storia mediorientale tornerebbero indietro di trent'anni. Le conseguenze sarebbero pesanti per Israele che, nonostante possa contare su forze armate organizzate ed efficienti, non avrebbe la possibilità di occupare e controllare l'Egitto e sarebbe comunque indotto a sostanziosi investimenti militari per fronteggiare un regime meno amichevole di quello di Mubarak. E' inoltre evidente che l'ostilità egiziana ridurrebbe lo spazio di manovra politico e diplomatico di Israele.

Importante nei prossimi mesi sarà il ruolo dei Fratelli Musulmani, la cui ascesa è suscettibile di danneggiare non solo gli Stati Uniti e gli interessi israeliani nell'area, ma anche di deteriorare la posizione dell'Iran, che vedrebbe contestata la sua leadership nel campo islamista radicale e anti-occidentale. Il timore che la fratellanza islamica conquisti il Cairo spinge molti osservatori europei e americani ad augurasi che prevalgano forze moderate, guidate da figure familiari e rassicuranti come El Baradei. Qualcuno spera segretamente  che il vecchio regime riesca, con l'aiuto dell'esercito, a perpetuarsi o comunque a gestire la transizione in maniera ordinata. Quest'ultimo scenario sarebbe avvalorato dal disperato tentativo di resistere almeno fino alle elezioni di settembre messo in atto da Mubarak con il suo discorso alla nazione. Sia le reazioni furenti della piazza che le prese di distanza dell'amministrazione Usa rendono però complicata questa soluzione, che presenta un'altra controindicazione. Se riuscisse a sopravvivere, il regime sarebbe comunque indotto a mitigare la propria impopolarità cercando alleanze, e magari trovandole, negli ambienti islamisti interni.

Negli ultimi decenni il governo del Cairo, dopo anni di durissima repressione, ha concesso molto agli islamisti, al punto da snaturare l'impostazione secolare del modello nasseriano al quale l'Egitto contemporaneo formalmente ancora si ispira. A livello internazionale, la maggiore attenzione di Mubarak (o comunque della vecchia guardia) alle prerogative islamiste non potrebbe che tradursi in un atteggiamento più duro nei confronti di Washington e Gerusalemme. Sebbene l'opzione moderata di El Baradei costituisca l'esito più desiderabile non è chiaro quale direzione possa prendere il movimento di protesta di questi giorni, considerando che i Fratelli Musulmani rimangono l'organizzazione più attrezzata per attirare il consenso. Ne sono testimonianza i precedenti delle elezioni legislative del 2005 in Egitto e il clamoroso successo, prima elettorale che militare, di Hamas (emanazione dei "Fratelli" in Palestina) nella Striscia di Gaza.

La posta in gioco è notevole perché le dinamiche politiche egiziane hanno sempre avuto profondi effetti sulla configurazione dei rapporti regionali in Medio Oriente. Negli anni cinquanta la svolta filo-sovietica dell'Egitto nasseriano ebbe ripercussioni notevolissime negli equilibri della Guerra Fredda, così come la scelta di Sadat di riavvicinarsi successivamente al campo occidentale. Una svolta che determina ancora in buona parte gli assetti mediorientali. Oggi, tuttavia, una nuova virata pare prossima e gli scenari che prefigura appaiono tutt'altro che rassicuranti. (A cura di Fabio Lucchini)

 

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