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The Economist, novembre 2010,

India e Brasile crescono, la Cina si avvicina a larghe falcate, ma gli Stati Uniti rimangono lassù. Nonostante la crisi globale, l'America resta, soprattutto per gli europei, un modello di successo economico ineguagliato. Perché gli americani sono così ricchi? Questo ci si chiede da almeno mezzo secolo nel Vecchio Continente. Qual è il quid, il qualcosa in più, che ha permesso alla superpotenza di tenere a bada le ambizioni di sorpasso europee all'interno del campo occidentale? Le due sponde dell'Atlantico hanno condiviso modelli politici e culturali simili, ma la peculiarità statunitense ha sempre vantato una maggiore efficienza, quanto meno a livello di performance economica.

Il passaggio di consegne alla guida dell'economia mondo avverrà a Oriente, nel quadro di uno spostamento epocale del baricentro dei poteri globali. La lunga rincorsa europea può dirsi sostanzialmente fallita, come dimostrano le cifre snocciolate da The Economist: il reddito pro-capite Usa si aggira intorno ai 45.000 dollari annui quando i più opulenti tra gli europei (escludendo i paesi scandinavi) raggiungono a malapena i 40.000. Non si tratta soltanto di vil denaro poiché gli americani (calvinisticamente potremmo dire) hanno sempre considerato il benessere come un segno tangibile della loro eccezionalità, glorificando la propria superiore libertà economica, il talento per gli affari fondato sull'ottimismo e l'eticità che accompagna da sempre il lavorar duro.

Tentando di dare una risposta alla questione iniziale (Perché l'America è così ricca?), il settimanale britannico si affida al parere di Karl Smith, docente di Economia Pubblica presso la University of North Carolina di Chapel Hill. Secondo Smith, i punti cardine delle performance dell'economia Usa sarebbero: un ordinamento giuridico basato sulla Common Law (meno rigido degli ordinamenti codificati dell'Europa continentale), la massiccia immigrazione e il grande esodo scientifico in entrata durante la Seconda Guerra mondiale.

L'Indice di sviluppo umano (Isu) è un indicatore del benessere di una comunità, utilizzato accanto al Prodotto interno lordo per valutare la qualità della vita nei paesi membri delle Nazioni Unite. Infatti, il Pil misura esclusivamente il valore economico totale o una distribuzione media del reddito. L'Isu riequilibra invece la valutazione sulla situazione complessiva di benessere all'interno di un dato Paese, tenendo conto di differenti fattori, quali l'alfabetizzazione e la speranza di vita.

Orbene, Smith nota come quattro delle prime cinque nazioni nella classifica relativa all'Indice di sviluppo umano (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Irlanda) siano rette da sistemi giuridici di Common Law. L'unica a sfuggire a questa regola è la Norvegia, che tuttavia vede la sua situazione complessiva di benessere fortemente migliorata dalle rendite petrolifere. Inoltre, sempre con l'esclusione di Oslo, tre dei quattro paesi al vertice della suddetta classifica sono nazioni di immigrati. In particolare, e qui veniamo al terzo punto di forza che Smith attribuisce agli Usa, l'immigrazione di qualità ha svolto un ruolo; il fatto che gli Stati Uniti abbiano rappresentato l'avanguardia scientifico-tecnologia mondiale per tutto il novecento ha sicuramente qualche correlazione con l'approdo nel Paese degli scienziati europei in fuga dall'Europa nazificata degli anni trenta e quaranta del secolo scorso.

Le radici della supremazia americana sono tuttavia più profonde. Un'eccezionalità che si è dispiegata senza soluzione di continuità dalla fine della Guerra di secessione in poi. Sfruttamento efficace (nonostante qualche eccesso) delle risorse naturali ed enorme produttività sono stati i marchi di fabbrica che gli europei non sono mai riusciti completamente a far propri. Eppure, se si paragonano le aree metropolitane delle due sponde dell'Atlantico, si nota come le differenze in termini di qualità di capitale umano impiegato e di ore lavorate siano minime. I livelli di ineguaglianza sono minori in Europa e questo rallegra i sostenitori del modello welfarista e di coloro che ritengono che gli squilibri eccessivi incidano negativamente sul pieno sviluppo economico.

Il problema è tuttavia un altro, riprende Smith. Spesso si sottovaluta l'importanza di poter contare su un mercato vasto e profondamente integrato. In un mondo in cui i distinguo nazionali contano ancora, il benessere dell'America si è fondato e, nonostante tutto, si fonda tuttora sulla condivisione all'interno del suo territorio (un continente) di regole, cultura e lingua. Il tutto ha agevolato un'estrema mobilità di merci e persone che, aldilà degli sforzi per approfondire le relazioni all'interno della Ue, gli europei non sono riusciti a raggiungere. Anzi, le difficoltà finanziarie che attanagliano i paesi più deboli dell'area dell'euro rischiano di determinare persino un arretramento del processo di integrazione.

Smith riafferma inoltre il ruolo avuto da immigrazione e talento. Tempo addietro, gli Stati Uniti hanno preso una decisione strategica, costituendo poli tecnologici d'eccellenza ovunque: dalla Silicon Valley, a Boston e New York. Un tessuto normativo tradizionalmente aperto all'immigrazione ha consentito a scienziati e tecnici di tutto il mondo di trasferirsi in un ambiente favorevole al loro lavoro. La fusione tra le capacità innovative di risorse umane altamente qualificate e le potenzialità di un sistema aperto alle nuove idee e disposto a sfruttarle e a retribuirle economicamente spiega buona parte dei successi e della crescita economica Usa negli ultimi sette decenni.

Dalla storia americana una lezione, non solo per la stagnante Europa ma per l'America stessa. Se l'ordine economico liberale e una popolazione disposta a spostarsi sul territorio hanno costruito le fondamenta dell'egemonia statunitense, un alto livello di istruzione tecnica, una promessa di mobilità sociale basata sul merito e la porosità dei confini ne sono stati il necessario complemento. I leader che si trovano a fronteggiare gli effetti della recessione ne dovrebbero tener conto mentre s'ingegnano per riformare le economie nazionali e ridisegnare il sistema finanziario globale. (A cura di Fabio Lucchini)
 

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