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Stratfor, 1 giugno 2010,

Il governo israeliano sostiene che l'incidente navale a bordo del Mavi Marmara, l'imbarcazione battente bandiera turca  parte della flottiglia umanitaria diretta a Gaza, sia frutto di una provocazione mirata a dimostrare quanto sia brutale e irragionevole lo Stato di Israele. Ipotesi condivisibile secondo George Friedman di Stratfor, secondo il quale l'intera operazione mirava a due obiettivi specifici: isolare Israele, provocando inoltre una frizione nei rapporti con gli Stati Uniti, e determinare una crisi politica interna allo Stato ebraico. Razionalmente, Israele avrebbe dovuto evitare una simile insidia. Il governo ha tuttavia optato per una prova di forza, per evitare di apparire debole e di incoraggiare nuove spedizioni contro il blocco di Gaza. Una scelta efficace per mantenere uno stretto controllo del territorio, ma estremamente discutibile e pericolosa dal punto di vista politico.

I palestinesi hanno sempre sostenuto di essere vittime di Israele, un'invenzione dell'imperialismo britannico e americano. Dopo la spaccatura tra Hamas e Fatah e la guerra di Gaza, la retorica filo-palestinese si è concentrata sui cittadini della Striscia, rappresentati come vittime inermi esposte alla violenza israeliana. D'altra parte, la resistenza armata contro Israele, concretizzatasi negli attacchi terroristici contro i civili e nell'uso strumentale di donne e bambini contro i soldati, ha consentito negli anni allo Stato ebraico e ai suoi sostenitori di presentate al mondo un'immagine negativa di una parte del mondo palestinese. Una guerra parallela e simbolica, il cui equilibrio è stato rotto dalla vicenda del raid israeliano contro la flottiglia.

L'organizzazione della flottiglia navale verso Gaza, prosegue Friedman,  è stata concepita per raggiungere due scopi. In primo luogo, dividere Israele dai governi occidentali, fomentando l'opinione pubblica internazionale contro lo Stato ebraico.  In secondo luogo, creare una crisi politica interna a Israele tra coloro che ritengono il persistere del blocco di Gaza dannoso per gli interessi nazionali e coloro che valutano pericolosa ogni forma di concessione o esitazione. Ora che il disastro è avvenuto, dal punto di vista di Israele sarà importante dimostrare che la "spedizione umanitaria" verso Gaza facesse parte in realtà di una trama eversiva. Comunque si voglia giudicare l'accaduto, il danno di immagine per Israele è considerevole e rischia di produrre un serio isolamento di Gerusalemme a livello internazionale, come dimostra il criticismo europeo e americano.

Come noto, in Occidente i leader politici sono estremamente sensibili agli umori dell'opinione pubblica. A giudicare dalle prime reazioni del pubblico, la sensazione è chiara: Israele avrebbe dovuto permettere al convoglio navale di proseguire verso Gaza piuttosto che rischiare una carneficina. Partendo da questo presupposto, i nemici di Israele hanno oggi buon gioco nel sostenere che il governo Netanyahu non esiti a sacrificare vittime innocenti sull'altare dei propri interessi geopolitici e di sicurezza.

L'incidente si ripercuoterà anche sui rapporti israelo-turchi. Dopo anni di collaborazione, la Turchia di Erdogan ha deciso da tempo di allentare i propri vincoli strategici con Gerusalemme; una scelta che trova l'opposizione dell'apparato militare nazionalista e laico di Ankara. L'affaire della flottiglia rappresenta così una carta vincente per i propositi strategici del governo islamista moderato turco. Anche in Turchia il peso dell'opinione pubblica conta e in questo momento la popolarità di Israele è ai minimi.

Questo è un aspetto che la leadership israeliana ha storicamente sottovalutato, ma che farebbe bene a riconsiderare. Il ruolo del pubblico conta, soprattutto in merito a questioni non fondamentali per l'interesse nazionale e la sicurezza di Israele non rappresenta un interesse vitale per gli altri paesi della comunità internazionale. E' un dato di fatto, aldilà delle dichiarazioni di principio che spesso vengono pronunciate solennemente dagli statisti. Perciò, le conseguenze negative dei fatti del 31 maggio sulla reputazione di Israele potrebbero ripercuotersi sui rapporti diplomatici che più contano per Gerusalemme. Ad esempio, l'amministrazione Obama, già irritata dalla politica israeliana sugli insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, potrebbe sfruttare gli umori attuali del contribuente Usa per allontanarsi ulteriormente dal governo Netanyahu.

Certo, Israele ha il diritto di protestare, di sostenere che il criticismo internazionale sia ingiusto, di aver subito una provocazione intollerabile. Ma qualcuno potrebbe rispondere: è la guerra bellezza! Sia che si combatta con i caccia, con i tank o con la manipolazione delle opinioni pubbliche, la guerra non è necessariamente giusta. In questo caso, siamo di fronte a una battaglia per influenzare gli orientamenti del pubblico e Israele è in una situazione di grave difficoltà, poiché la Turchia sembra intenzionata a interrompere ogni forma di collaborazione con Gerusalemme, gli europei non sposano la tesi israeliana del complotto e gli americani tendono ad assumere un atteggiamento di dubbiosa neutralità.

L'evoluzione dell' "affaire flottiglia" è suscettibile di causare una crisi politica interna a Israele? In questo momento nel Paese il potere è gestito da coloro che ritengono preferibile l'isolamento internazionale all'accomodamento con i palestinesi, mentre molti di coloro che stanno all'opposizione considerano l'isolamento come una minaccia strategica. Il governo Netanyahu prosegue per la sua strada, convinto che gli obiettivi destabilizzanti alla base della trappola in alto mare ordita dai suoi nemici non si concretizzeranno. Israele non verrà isolato economicamente e militarmente.

A Gerusalemme ignorano il salto di qualità politico compiuto dai nemici dello Stato ebraico nella capacità di manovrare con cinismo le pubbliche opinioni occidentali e arabe e di conseguenza i rispettivi governi. Una abilità sviluppata negli anni, che trova conferma nelle reazioni internazionali al raid israeliano contro la nave battente bandiera turca. In quest'ottica, l'utilizzo mediatico degli avvenimenti si rivela più destabilizzante per Israele di quanto lo siano stati in passati gli attentati suicidi e le due intifada. Oggi Israele non sa come rispondere all'insidiosa minaccia che viene portata, anche se non è detto che i palestinesi riescano a sfruttare al meglio la situazione. Di sicuro lo potrà fare l'Iran, dato che nei prossimi mesi le lagnanze israeliane rispetto allo sviluppo del programma nucleare perderanno inevitabilmente forza agli occhi della comunità internazionale. Tutto ciò finirà presumibilmente per determinare una crisi interna a Israele. Se il governo in carica dovesse sopravvivere, è probabile che perseguirà nella sua politica delle mani libere sul fronte interno, acuendo tuttavia il proprio isolamento internazionale. Nel caso Netanyahu dovesse cadere, il Paese vivrà un periodo di grave incertezza. In ogni caso, la flottiglia avrà raggiunto almeno uno dei suoi obiettivi strategici.

 

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