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Enrico Bellini, Centro di Formazione Politica (Cft), 12 marzo 2010,

Sapete come si fa a capire se un paese ha (o almeno ha avuto) un ruolo influente nell'arena politica internazionale? Come insegna il professor Luca Bellocchio (docente di geopolitica al CFP e all'Università degli Studi di Milano): “Prendi i suoi principali quotidiani nazionali e apri a pagina 2 e 3. Ci troverai la politica estera”. Bene, vi risparmio tempo dicendovi che in Italia troverete probabilmente un retroscena di Verderami o di Bei dedicato a Berlusconi. Per quanto riguarda il Regno Unito, la situazione è differente, nonostante il periodo elettorale potrebbe suggerire una maggiore attenzione a gossip e indiscrezioni sin dalle prime pagine. Tra le tante incognite di questa campagna elettorale, di certo ci sono tre punti: il termine ultimo entro il quale si terranno le elezioni (3 giugno); Gordon Brown continuerà ad attendere buone notizie dai sondaggi prima di chiamare ufficialmente il paese alle urne (la data considerata ufficiosa dai più sembra comunque il 6 maggio); il fatto che la politica estera giocherà un ruolo importante. In particolare sono tre gli ambiti caldi a questo proposito.
Il primo tema suona forse più come un richiamo a vicende e tempi passati: le isole Falkland. La decisione del governo del territorio d'oltremare inglese di autorizzare delle azioni di esplorazione petrolifera nelle sue acque ha scatenato una reazione da sempre latente nel governo argentino. Dopo aver cercato sostegno tra i governi sudamericani (e averlo prontamente ricevuto dal presidente venezuelano Chavez) la presidente Kirchner ha nuovamente avanzato all'ONU pretese sull'arcipelago. Per ora la situazione sta rimanendo sotto controllo e nulla fa prevedere un'escalation. Ciò che è certo è che un innalzamento della tensione giocherebbe a favore dei Labour in vista del voto.
Ben diversa e più variegata è la seconda questione, quella afghana. Questo tema continua a giocare tutto il suo peso sulla campagna elettorale. Prima di tutto l'ampiezza e la centralità dell'intervento britannico (secondo player dietro gli Stati Uniti) aumentano il rischio di perdite e i conseguenti effetti negativi sull'opinione pubblica. Ma questo tema, che ovviamente accompagna la valutazione da parte dell'opinione pubblica dell'operato del governo sin dall'inizio, si sta ora saldando con un altro aspetto. Infatti, ha fatto discutere la scelta di Gordon Brown di andare in visita alle truppe in Afghanistan, il giorno successivo alla sua audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull'intervento UK in Iraq. In questo caso, i Tories stanno cercando di cavalcare la sua scelta, bollandola come semplice opportunismo: finge il sostegno alle truppe, ma poi taglia i fondi ai militari (come vogliono le accuse di gole profonde all'interno del esercito stesso).
Ma se dal conflitto emblema della “war on terrorism” arrivano grattacapi per il premier Labour, è il più famoso (e quasi dimenticato) conflitto civile “made in UK” che può causare difficoltà al leader Tory David Cameron. Infatti, la questione nord irlandese è riapparsa sui radar della politica. Il 9 marzo il parlamento di Belfast ha votato e approvato l'ultimo atto che riporta il controllo della polizia e della giustizia sotto la guida del parlamento di Stormont (devolution). Un passo in avanti nel lungo cammino di sharing-power e che completa il Good Friday agreement del 1998. A favore hanno votato sia il principale partito unionista (il DUP) che quello indipendentista (Sinn Féin), l'unico dei principali partiti ad opporsi è stato l'unionista UUP. Quest'ultimo è formalmente alleato con il partito conservatore inglese, un'alleanza che adesso rischia di causare difficoltà. Infatti, su suggerimento dell'ex presidente USA George W. Bush, David Cameron ha cercato in tutti i modi (fallendo) di convincere l'alleato nord irlandese a votare a favore della risoluzione. Ciò è stato fatto non solo perché Cameron sia convinto della bontà della soluzione, ma anche perché è conscio del ruolo che dovrà giocare qualora diventasse Prime Minister: da supporter a broker. In questo senso dagli USA (il vero “king maker” della partita nord irlandese) sono arrivate chiare indicazioni, solo apparentemente contraddittorie. Da un lato, David Cameron e i Tories sono stati ringraziati ufficialmente dall'US administration targata Obama per il loro proficuo impegno che, insieme a quello del governo inglese, sta portando a grandi frutti. In altre parole, un chiaro riconoscimento e un'apertura di conto per quello che viene visto come probabile nuovo premier. Dall'altro lato, lo US congressman e presidente dell'associazione Friends of Ireland, Richie Neal, ha criticato l'alleanza Tory con il partito unionista che sta ostacolando il processo di pace. In particolare, Neal ha sfidato Cameron a diventare un “honest broker” nella contesa. Anche qui, il messaggio sembra chiaro. Gli Stati Uniti guardano alla vicenda nord irlandese come un vero e proprio laboratorio politico per la soluzione dei conflitti etnico/sociali: un successo qui potrebbe portare a benefici effetti a cascata in altri scenari (in primis, in Medio Oriente), ergo non sono ben visti trucchi e manipolazioni a puro scopo elettorale.
E' una questione di nervi saldi, anche nella gestione della politica estera. La vera domanda è: in una campagna elettorale in cui i sondaggi cambiano di giorno in giorno, dove il tema dello scandalo rimborsi e della moralità fanno danni come palle impazzita prima in casa Labour e poi Tory, chi riuscirà a giovarsene di più?
 

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