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World Affairs, Gennaio/Febbraio 2010,

La luna di miele tra Obama e l'America è finita da qualche mese. Ora, poche settimane dopo la consegna del Nobel per la Pace, è terminato l'idillio anche con il resto del mondo, Europa in primis. Proprio l'assegnazione, da molti osservatori giudicata quantomeno prematura, dell'ambito riconoscimento ha fatto paradossalmente luce sulle difficoltà incontrare dal giovane presidente nel corso del suo primo anno sulla scena internazionale. In particolare, è stridente il contrasto tra l'ambiziosa proposta volta a rivoluzionare il tenore dei rapporti tra le nazioni, persino nelle aree più critiche dello scacchiere geopolitico, e gli impercettibili risultati ottenuti in dodici mesi di mandato. I problemi sono ancora al loro posto. Solo per fare alcuni esempi, l'Afghanistan rimane un paese instabile e ingovernabile, l'Iran seguita a minacciare gli equilibri regionali e non deflette dai suoi propositi nucleari nonostante la politica della “mano tesa” e il tanto atteso vertice ambientale di Copenhagen si è rivelato al più interlocutorio. Ed Pilkington, capo della redazione new-yorkese del Guardian, trova comunque motivi di soddisfazione e persino di ottimismo.

Prima di cestinare i programmi di Obama, è utile considerare quanto sia difficile apportare innovazioni rivoluzionarie al sistema internazionale. E' necessario vincere resistenze e diffidenze sedimentate da anni di tensione o scalfire dogmi impressi a fuoco nelle menti degli statisti e delle popolazioni. Se ci si aspettava che sarebbe bastato liberarsi dell'eredità di George W. Bush perché l'Iran rinunciasse al nucleare o perché la Cina migliorasse sensibilmente il suo record in tema di diritti umani è normale che la delusione sia forte. Tuttavia, se ci dimentica per un attimo del quadro generale e ci si sofferma a valutare con attenzione i particolari, l'impressione iniziale potrebbe anche cambiare.

Ad esempio, la rinuncia al sistema anti-missilistico nell'Europa dell'Est annunciata da Obama alla fine dell'estate può essere legittimamente interpretata come una resa americana di fronte alle pressioni russe. Un fatto grave, che inquieta gli ex satelliti dell'Impero sovietico che contavano sulla protezione americana e che segnala una certa acquiescenza di Washington di fronte all'assertività dell'Orso russo. D'altro canto, proprio questa discutibile scelta ha posto le basi per un miglioramento nei rapporti con Mosca, probabilmente non estraneo alla decisione dei due paesi di promuovere un risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sul disarmo nucleare e la non proliferazione. Di per sé nulla di eclatante, ma pur sempre un atto formale che segnala la disponibilità di Mosca ad assumere, a determinate condizioni, un atteggiamento più duro verso l'avanzamento del programma nucleare iraniano.

Proprio in Iran, secondo Pilkington, lo stile della politica estera di Obama sta producendo dei risultati, poiché l'atteggiamento dialogante del nuovo presidente avrebbe intaccato l'efficacia del tradizionale richiamo degli ayatollah all'unità contro il Grande Satana americano. In quest'ottica, il regime di Teheran ha potuto ricorrere solo parzialmente all'arma dell'anti-americanismo per contenere il massiccio rifiuto popolare dell'esito elettorale di giugno; proteste determinate da una seria critica contro l'incapacità del governo Ahmadinejad nell'affrontare la crisi economica in cui si dibatte l'Iran e dalla denuncia di massivi brogli elettorali. L'ondata di proteste che ne è seguita forse non sarebbe stata così insistente se Khamenei e Ahmadinejad avessero potuto richiamare credibilmente il paese alla coesione agitando il fantasma della manipolazione da parte di potenze esterne. L'atteggiamento moderato di Obama, pur scontentato i più convinti difensori dei diritti umani, ha invece tolto argomenti polemici ai vertici della Repubblica Islamica.

Infine, e non certo per importanza, i rapporti con la Cina. In questo caso, considerata la forma mentis cinese, abituata a calcolare i tempi della Storia nell'arco dei secoli, aspettarsi una svolta repentina sarebbe stato veramente puerile. Tuttavia, durante il suo viaggio di novembre in Asia Obama ha iniziato a guadagnarsi la fiducia di Pechino, che si è tradotta in una maggiore disponibilità a trattare a Copenhagen. Considerata l'assoluta e afasica chiusura da sempre manifestata dal governo cinese in tema di limitazioni ambientali alla sua crescita, le timide aperture concesse prima e durante il summit Onu sul Clima nella città danese invitano all'ottimismo. La Cina è insomma consapevole che un ruolo globale di primo piano deve accompagnarsi all'assunzione di maggiori responsabilità e il fatto di confrontarsi con una personalità disponibile al negoziato come Obama potrebbe rinsaldare questa presa d'atto nei dirigenti cinesi. Le recenti controversie relative all'affaire della censura di Google in Cina, alla progettata vendita di armi Usa a Taiwan e all'intenzione espressa da Obama di incontrare il Dalai Lama non resteranno senza conseguenze, ma è improbabile che interrompano l'inevitabile dialogo tra le due superpotenze.

E' nel cosiddetto Grande Medio Oriente che la politica dell'amministrazione entrante pare meno difendibile. Obama mirava a ridisegnare i rapporti con il mondo arabo e il discorso del Cairo di giugno è stata l'espressione più compiuta di questo suo intento. Nonostante il successo mediatico, è chiaro che le solenni enunciazioni non possono essere sufficienti a determinare un'accelerazione verso la soluzione del conflitto mediorientale. D'altro canto, aldilà della scarsa sintonia politica e personale con il premier israeliano Netanyahu, i primi passi di Obama nel ginepraio israelo-palestionese non hanno fatto altro che confermare una sensazione evidente da anni agli osservatori più attenti: la capacità degli Stati Uniti di incidere sulle scelte israeliane è in costante declino.

Per quanto riguarda il quadrante afghano-pakistano, Obama paga la sua semplicistica distinzione in campagna elettorale. tra la guerra “giusta” di Kabul e il conflitto iracheno scatenato dal suo predecessore. Ora, per dar seguito coerentemente a quelle parole, che individuavano nel paese asiatico il centro di irradiazione dell'estremismo terrorista anti-occidentale, il presidente rischia di rimanere intrappolato in un conflitto irrisolvibile. Infatti, mentre i qaedisti tentano di destabilizzare il Pakistan e sembrano aver eletto lo Yemen a loro nuovo paradiso, ogni ipotesi di pacificazione dell'Afghanistan sotto il controllo del presidente Hamid Karzai pare destituita di fondamento. E' necessario a questo punto ridefinire gli obbiettivi americani in Asia centrale, sostituendo al massiccio impiego di forze sul campo un'accurata attività di intelligence, coadiuvata da azioni militari mirate. Proprio l'Afghanistan sarà il vero banco di prova per la leadership di Obama. Il nuovo presidente ha saputo conquistarsi consenso e simpatia per la sua capacità di presentarsi come un idealista dotato di spirito pragmatico. Ora deve dimostrare di possedere realmente simili qualità.

Il motivo reale per cui gli americani tollerano che soldati statunitense restino in Asia Centrale è legato alla tutela della sicurezza nazionale. Allo stesso modo, il supporto (più o meno convinto) degli alleati riposa sulla necessità di garantire la stabilità di un'area potenzialmente esplosiva per gli equilibri globali. Persistere nel combattere una guerra che si preannuncia lunga e dispendiosa in termini umani, economici e politici non può soddisfare né i desideri degli elettori americani né dei governi amici dell'America. Se Obama non riuscisse a sbrogliare l'emergenza afghana la sua credibilità di leader ne risulterebbe irrimediabilmente erosa e le sue ambizioni di rimodulare la politica estera americana e rifondare l'ordine globale finirebbero nella polvere. (F.L.)
 

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