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Elisa Giunchi*, Cipmo, 2 luglio 2009,

Negli ultimi mesi la situazione sicurezza in Pakistan si è andata deteriorando, anche nelle grandi città, sotto la duplice pressione di movimenti nazionalisti, portatori di istanze etniche, e di gruppi estremisti. Il Jeay Sindh Qaumi Mahaz, che rappresenta i sindhi, ha alimentato a Karachi, con il sostegno del Muttahida Qaumi Mahaz, che rappresenta gli interessi della popolazione urdofona, accese proteste contro il flusso di rifugiati pashtun provenienti dalla NWFP (frontiera nord-occidentale, ndr). Le proteste sono ben presto degenerate in scontri sanguinosi, in una città in cui è sempre più evidente la presenza di gruppi islamisti affiliati al Jamaat-e-islami e gruppi neo-tradizionalisti legati a Beitullah Mehsud, il militante pashtun al quale è attribuito l'attentato che nel dicembre 2007 ha ucciso la Bhutto e l'attacco alla squadra di cricket dello Sri Lanka avvenuto a Lahore lo scorso marzo. Gli attentati contro le forze dell'ordine e le agenzie governative si sono moltiplicati. A fine maggio un attentato attribuito ai “talibani pakistani” ha colpito una stazione di polizia e la sede dell'Isi (una branca dei servizi segreti) a Lahore, causando la morte di 30 persone. Nei giorni successivi tre attacchi hanno colpito Peshawar e il distretto di Dera Ismail Khan, uccidendo 14 persone. A giugno è stato attaccato il Pearl Continental Hotel a Peshawar, che ospitava molti operatori umanitari che assistevano gli sfollati dello Swat, provocando la morte di quasi 20 persone . Sono continuati anche gli attentati di natura settaria da parte di forze estremiste sunnite: nell'episodio più recente, a inizio giugno, un attacco a una moschea sciita nel Dir ha fatto 40 morti, che si sono andati ad aggiungere agli oltre 2.000 morti causati nel paese dai militanti negli ultimi due anni, da quando cioè, in seguito all'assedio alla Moschea rossa, i settori religiosi hanno giurato vendetta contro il governo e che collabora con il governo.

La fermezza che Obama richiede alle autorità pakistane nei confronti del radicalismo islamico è difficile da ottenere, non solo per le collusioni profonde che esistono tra forze armate e militanti, in un quadro istituzionale in cui i militari controllano in maniera autonoma il settore della sicurezza e la politica regionale, ma anche per l'estrema debolezza delle principali figure istituzionali, Asif Ali Zardari e Yusuf Raza Gilani, entrambe legate al PPP (il partito di governo, ndr). Le costanti frizioni tra il PPP e la PML-N, il principale partito di opposizione, soprattutto in seguito alla proposta di Nawaz Sharif di ridurre i poteri presidenziali, la crisi economica che attenaglia il paese e l'incapacità da parte delle autorità di riportare l'ordine e la sicurezza e di contrastare l'estremismo non hanno fatto che aumentare l'impopolarità di Zardari, il vedovo di Benazir, uomo d'affari sindhi entrato in politica negli anni '90, che ha gestito senza scrupoli le fortune della famiglia Bhutto.

Il governo si trova ad affrontare una coalizione di forze radicali complessa e ramificata, che unisce i cosiddetti talibani pakistani, portatori di un pensiero neo-tradizionalista e filo-pashtun, i gruppi estrmeisti punajbi, in larga misura attivi in Kashmir, che esprimono un'ideologia islamista,  traggono forza da elementi “moderni” e hanno una forte connotazione anti-indiana, e gruppi islamisti stranieri affiliati ad al-Qaeda, con una più ampia agenda anti-imperialista. Tra i talibani pakistani si distingue il TTP (Tehrik-e-taliban Pakistan), che è controllato da Beitullah Mehsud. La coalizione religiosa, e lo stesso TTP, sono in realtà attraversati da numerose fratture in cui il governo Zardari (e prima di lui Musharraf) ha cercato, senza successo, di inserirsi, sostenendo i gruppi disposti a dirigere le proprie attività in Afghanistan e non ad attaccare le forze di sicurezza pakistane. Con questo obiettivo si è sostenuto ad esempio l'MTT (Muqami tehrik-e-taliban), una coalizione di gruppi waziri, contro il TTP. Questa strategia ha tuttavia contraddetto in maniera evidente gli interessi della coalizione a nord del confine: l' alleanza con l'MTT, che comprende gruppi affiliati alla rete qaedista, ha rischiato di vanificare gli sforzi della coalizione in Afghanistan e quello che è l'obiettivo principale degli Usa - sradicare i rifugi di al-Qaeda nelle aree di confine-. Le incursioni aeree statunitensi, peraltro, colpendo anche l'MMT, hanno avuto l'effetto di allontanare alcuni elementi del MMT dal governo Zardari, portando al fallimento la sua strategia. Opporsi apertamente a Beitullah Mehsud è peraltro, un rischio che non molti vogliono prendersi, come dimostra ciò che recentemente è successo a Qari Zainuddin Mehsud, comandante waziri che, cooptato dalle forze armate, ha criticato come non islamica la posizione anti-governativa del TTP, per essere poco dopo ucciso dagli uomini di Beitullah.

Anche il tentativo di accordarsi con il leader del TTP non ha avuto successo. La firma di un trattato di pace a febbraio tra governo e il TTP nello Swat, con cui Zardari sperava di riportare la pace nell'area, non ha avuto l'effetto sperato: i militanti, contravvenendo ai termini dell'accordo, sono fuoriusciti dalle aree che già controllavano, arrivando ad aprile a occupare il distretto di Buner, a poco più di 100 km. dalla capitale. L'avanzata talibana ha indotto il governo a dare il via, dietro sollecitazione degli Stati Uniti, a un'offensiva militare nell'area. L'offensiva, che ha avuto inizio a maggio, ha fermato l'avanzata talibana, causando, secondo fonti ufficiali, la morte di almeno 1,000 militanti. Tuttavia, al di là del fatto che queste sono impossibile da verificare, l‘offensiva ha avuto un costo umano e di immagine non indifferente: circa 1.5 milione di civili hanno lasciato lo Swat, ingrossando le fila degli sfollati, circa mezzo milione, provenienti per lo più dalle agenzie tribali, che si erano riversati in precedenza nelle aree sedentarizzate della NWFP.  Le autorità, che pure avevano sollecitato la popolazione locale dello Swat a lasciare le proprie case, si sono trovate impreparate a gestire quella che è diventata in breve tempo una vera e propria crisi umanitaria. Le associazioni caritatevoli islamiste, simpatizzanti per i talibani, hanno potuto inserirsi nel vuoto lasciato dallo stato, come era accaduto anni fa in occasione del terremoto, con l'effetto di fare nuovi proseliti tra gli sfollati. Un effetto paradossale, se si pensa che molti di loro sfuggivano non solo le operazioni militari, ma anche la visione restrittiva imposta dai talibani. I militari, dopo avere ripreso il controllo dello Swat, hanno esteso le loro operazioni nelle agenzie tribali, nel South Waziristan e nell'Orakzai, portando a un nuovo flusso di sfollati, circa 40.000 nel momento in cui si scrive, che si sono riversati nei distretti di Tank e Dera Ismail Khan.

Le operazioni militari hanno aggravato una situazione economica già difficile. Nel 2008 l'emergenza è stata temporaneamente tamponata grazie a un pacchetto di aiuti del FMI di 7.6 miliardi di dollari, ma il quadro generale è rimasto precario per effetto della crisi globale, del crescente servizio sul debito e soprattutto della crescita della spesa legata alle politiche di contrasto del radicalismo, che costano all'erario pakistano oltre 1 miliardo all'anno. Le spese per la difesa previste per l'anno fiscale che inizia il 1 luglio sono aumentate del 15,3% rispetto all'anno 2008-2009, penalizzando le spese per il sociale, già tradizionalmente basse. Gli USA, che già rimborsano il Pakistan per le operazioni militari collegate alla “guerra al terrorismo”, hanno recentemente deciso di triplicare gli aiuti allo sviluppo, nella consapevolezza dello stretto legame causale che esiste, per lo meno nelle agenzie tribali, tra sottosviluppo e adesione al movimento talibano. Rimane tuttavia qualche perplessità sulle possibili ricadute di questi finanziamenti. Sul piano militare, i talibani pakistani si sono già in passato dimostrati capaci di  resistere alle offensive governative disperdendosi nei distretti limitrofi e poi ri-raggruppandosi, complice un territorio che si presta alle loro tattiche di guerriglia e una popolazione locale spesso compiacente. Le forze regolari sono impreparate a combattere questa guerra asimmetrica, e i Frontier corps, le truppe paramilitari a composizione pashtun che li affiancano, nutrono talora sentimenti di ambivalenza verso i militanti che sono chiamati ad eliminare ma di cui condividono l'impostazione ideologica e l'appartenenza etnica. Sul piano dello sviluppo, l'aumento della spesa per la difesa e le condizioni poste dal FMI comprimono ulteriormente a livello nazionale la spesa per istruzione e sanità ma, soprattutto, è difficile poter fare qualcosa di concreto finché le agenzie tribali continueranno a gestire in piena autonomia i propri affari interni e le autorità centrali non avranno il coraggio di integrarle nello stato. 

*Elisa Giunchi è docente di Storia e istituzioni dei paesi islamici all'Università degli Studi di Milano, è membro del comitato direttivo di Asia Maior e Italindia ed è responsabile del programma sull'Asia meridionale all'Ispi. È autrice di diversi libri tra cui “Pakistan. Islam, potere e democratizzazione”, Carocci, 2008.

 

 

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