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Janiki Cingoli, Cipmo, 16 giugno 2009,

Benjamin Netanyahu ha dunque compiuto il gran passo dicendosi disposto ad accettare l'idea di uno Stato palestinese, perché “i due liberi popoli vivano l'uno al fianco dell'altro in questo piccolo pezzo di terra, con buone relazioni di vicinato e mutuo rispetto, ognuno con la sua bandiera, il suo inno, il suo governo, senza che nessuno minacci la sicurezza o l'esistenza del suo vicino”.
Alla fine, ha ceduto alla pressione di Obama, dopo una lunga resistenza a pronunciare quella parola e dopo essere arrivato vicino a sfiorare la crisi diplomatica con il potente alleato USA.

Non si vuole certo sminuire l'importanza della nuova posizione assunta, anche se non si può sottacere che essa era di fatto già implicita nella accettazione della Road Map, (definita come una mappa verso la costruzione dei due Stati, che era parte degli stessi accordi del suo governo e che era stata ribadita in una delle prime interviste dello stesso nuovo Ministro degli Esteri, Lieberman). La resistenza manifestata potrebbe quindi essere anche interpretata come una tattica negoziale, volta a far apparire come una grande concessione ciò che si sapeva già di dover accogliere, in modo da diminuire la pressione americana sulle questioni di sostanza, a partire dal congelamento degli insediamenti. Un primo risultato, il discorso tenuto alla Università di Bar Ilan l'ha ottenuto: il Presidente Usa ha salutato questo riconoscimento come un importante passo in avanti, e uguale valutazione hanno dato le diplomazie europee.

D'altronde, Netanyahu ha posto molte condizioni al suo sì: quello palestinese deve essere uno Stato smilitarizzato (una limitazione peraltro presente già negli stessi parametri di Clinton, a Camp David 2, e nello stesso Modello di Accordo di Ginevra, e non respinta dai palestinesi); Israele deve inoltre mantenere il controllo sul suo spazio aereo e sull'accesso ai suoi confini; Gerusalemme deve restare capitale unica e indivisibile di Israele; il problema dei rifugiati deve essere risolto al di fuori di Israele, per non alterarne il carattere ebraico; arabi e palestinesi devono riconoscere Israele come il focolare nazionale (national homeland) del popolo ebraico: una richiesta, quest'ultima, che può avere come effetto pratico l'internazionalizzazione della stessa questione della minoranza arabo-israeliana, che il mondo arabo non può abbandonare al suo destino senza tutela, senza garanzie e se nza riconoscimento. Contraddittoriamente, dopo aver posto tutte queste condizioni, egli si è detto pronto alla apertura immediata di trattative “senza precondizioni” con i palestinesi e gli arabi.

Si potrà dire che quelle sono le sue posizioni, e che nel suo approccio di duro negoziatore non si possono fare concessioni prima ancora di iniziare a trattare. Ma vi è anche una concezione del negoziato subita più che vissuta, in cui l'importante è guadagnare tempo, continuando a operare sul terreno: la vecchia tattica di Shamir, ai tempi della Conferenza di Madrid del ‘91.
Tutto il linguaggio usato è stato rivolto da un lato ad accontentare nella misura del possibile gli USA, dall'altro a parlare al popolo di Israele, e in particolare alla costituency elettorale del suo governo: gli arabi, i palestinesi, sono concepiti come insopprimibilmente altri, ostili, cui si può fare concessioni, ma con cui l'amicizia è difficile, al massimo si può fare insieme business. Lo stesso riferimento al quadro regionale, al rapporto con i paesi arabi, è debole, e nessun accenno viene fatto al Piano di pace arabo del 2002.

Tuttavia, l'apertura è incontestabile, e Netanyahu si è affrettato a cercare di monetizzarla in materia di insediamenti: Nessun nuovo insediamento verrà costruito, e non sarà espropriata altra terra palestinese, ma negli insediamenti esistenti verrà assicurata la “crescita naturale”, o per usare la nuova definizione soft recentemente trovata, ritenendola meno indigesta per l'Amministrazione USA, verrà garantita “la vita normale” delle famiglie che in tali insediamenti vivono. Degli avamposti non autorizzati non si fa parola.

Resta a vedere se Obama accetterà questo tacito scambio, o se andrà dritto per la sua strada, quando ai primi di luglio presenterà la sua proposta per il Medio Oriente, dopo aver esaurito tutto il ciclo di consultazioni con i protagonisti del Medio Oriente, che insieme al suo staff ha condotto in questi primi mesi dopo l'elezione.

La cosa più probabile è che i due procedano per divergenze parallele, attraverso un sistema di pressioni reciproche, in cui tuttavia le carte decisive le ha sicuramente in mano Obama. Quale grado di pressione egli intenda esercitare, quali limiti di tempo voglia o sia in grado di imporre, nessuno oggi è in grado di dirlo. Molto dipende dall'evoluzione dello scenario più complessivo, dall'Afghanistan al Pakistan, allo stesso Iran.
Sotto questo aspetto, lo stesso esito delle elezioni iraniane, che è andato nel senso degli auspici israeliani piuttosto che in quelli americani, può contribuire a offrire qualche margine in più  alla capacità di ascolto che potrebbero conseguire le posizioni di Gerusalemme. 
 

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