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Stefan Theil, Newsweek, 22 settembre 2008,

Socialisti, socialdemocratici, democratici o laburisti. Non importa come si vogliano definire, ma raramente i partiti politici europei di centro-sinistra hanno attraversato una crisi di consensi simultanea di una simile entità. Il tracollo sancito dalle recenti elezioni europee apre pesanti interrogativi sul futuro di quelle forze politiche che si richiamano al Partito Socialista Europeo (Pse). Stefan Theil, editorialista del magazine Usa Newsweek, già nel settembre scorso abbozzava un'analisi che ritraeva fedelmente un trend negativo che i recenti appuntamenti elettorali non hanno fatto che confermare.

In Gran Bretagna, la popolarità del governo Brown è precipitata, sia a causa della virulenza con cui la crisi economica globale ha colpito Londra sia in seguito ad alcuni scandali interni che hanno provocato una serie di dimissioni a catena nell'esecutivo. La socialdemocrazia tedesca (l'Spd) si dibatte da anni tra le sue due anime, quella gradualista-centrista e quella populista ultra-gauchista. Gauchismo che indebolisce anche i socialisti francesi, costretti sulla difensiva dall'iperattivismo telegenico di Nicolas Sarkozy prima e da una netta spaccatura interna poi. Litigiosità che impedisce qualsiasi prospettiva seria di opposizione e di governo anche ai riformisti italiani, tornati all'opposizione dopo il crollo dell'esecutivo di Romano Prodi e nettamente sconfitti dal centro-destra nelle consultazioni elettorali degli ultimi due anni, politiche od amministrative che fossero.

A fronte di questo panorama desolante, le forze conservatrici europee hanno mostrato una maggiore reattività, proponendo con sagacia politiche mirate ad intercettare gli umori dei cittadini, spesso ponendo l'accento su questioni un tempo monopolizzate dalla sinistra (educazione, politiche ambientali e giustizia sociale). Ma, al di là di quello che potrebbe essere interpretato semplicemente come un ciclo elettorale sfavorevole, ciò che appare preoccupante è l'incapacità della sinistra di adattare le vecchie ideologie welfarsite e stataliste alla nuova realtà economica e sociale. Manca insomma una nuova narrativa capace di coinvolgere gli elettori, di ispirarli, di rassicurarli.

In Francia, i socialisti, senza una leadership e una piattaforma politica definita, scontano ancora la pesante sconfitta patita alle presidenziali del 2007 e si barcamenano tra il massimalismo e le tentazioni socialdemocratico-centriste, in realtà sempre più sbiadite dopo la sconfitta di Segolene Royal al congresso del partito lo scorso anno. Risultato? Alle europee il Psf, guidato da Martine Aubry, è stato quasi doppiato dall'Ump di Sarkozy e raggiunto dai Verdi! Questo Theil non lo poteva sapere nel settembre scorso, ma la sua analisi pare nondimeno corretta quando sottolinea l'abilità dell'Eliseo nel cooptare prominenti personalità della sinistra francese al suo servizio e nell'imbastire una politica post-ideologica e attenta alle esigenze dei ceti più esposti alla crisi che ha lasciato interdetta l'opposizione.

Aldilà della sua efficacia che è tutta da valutare, la cosiddetta Robin Hood Tax proposta da Giulio Tremonti ha avuto lo stesso effetto simbolico sulla sinistra italiana, incapace di proporre una ricetta sostanzialmente alternativa al nuovo corso economico del terzo governo di Silvio Berlusconi. L'economia sociale di mercato è entrata nel lessico del centro-destra italiano ed europeo e coloro che dovrebbero rappresentare il fronte progressista sono rimasti senza alternative da contrapporre. L'instabilità dei frammentati esecutivi ulivisti che si sono succeduti dal 1996 al 1998 e ancora dal 2006 al 2008 non ha fatto altro che convincere la maggioranza degli elettori ad affidarsi alla compattezza e alla stabilità politica garantita dalla leadership di Berlusconi. Un tendenza che pare difficile da invertire a breve.

Anche il capo dei conservatori britannici ha saputo far proprie le tematiche classiche dei rivali laburisti e generalmente accettate dall'elettorato: giustizia sociale e ambientalismo responsabile. Ma l'opera di auto-distruzione del New Labour assume una rilevanza preponderante nello spiegare l'erosione di consensi del partito che guida il Paese da dodici anni. Nella classe media (il baricentro politico del Regno Unito) vi è la convinzione che Gordon Brown, ansioso di cancellare l'eredità centrista blairiana, stia ricadendo nei vecchi vizi statalisti del laburismo degli anni ottanta. Downing Street ha puntato sull'incremento della spesa pubblica, ma i risultati non sono incoraggianti e il gap nei sondaggi sta diventato imbarazzante. Il crollo nel voto europeo potrebbe così rappresentare un'anticipazione di ciò che accadrà tra pochi mesi alle politiche.

Il caso spagnolo appare differente, poiché la recente sconfitta alle europee di Josè Luis Rodriguez Zapatero appare più legata a cause congiunturali che a carenze programmatiche. Il “miracolo spagnolo” che ha accompagnato i governi Aznar e il primo mandato del leader socialista subisce un fisiologico rallentamento che, aggravato dalla crisi mondiale, mette in evidenza gli squilibri della crescita accelerata della Spagna post franchista.

Ben più rilevanti le contraddizioni della socialdemocrazia tedesca, che non è ancora stata in grado di riprendersi dalle drastiche e impopolari misure decise dal governo Schroeder prima delle elezioni del 2005: riduzioni fiscali, tagli al welfare e una riforma del mercato del lavoro. Misure rese necessarie dalla situazione economica tedesca, ma tali da scatenare una rivolta della base della Spd che avrebbe condotto alle elezioni anticipate risoltesi nella formazione della Grande Coalizione guidata da Angela Merkel. La coabitazione tra cristiano-sociali e socialdemocratici ha nuociuto ai secondi, incapaci sia di proseguire nella perigliosa operazione di riforma del welfare iniziata da Schroeder (ora consulente Gazprom) sia di recuperare terreno a sinistra, scavalcati da formazioni come Die Linke (La Sinistra), in grado di accaparrasi il 7% delle preferenze nelle consultazioni per il parlamento di Strasburgo.

La conseguenza è semplice: i riformisti vengono superati al centro dello schieramento politico dei partiti moderati e conservatori che propongono soluzioni più intelleggibili, semplici e (apparentemente) efficaci e perdono consensi a sinistra a vantaggio delle forze che suggeriscono un messaggio più radicale, ma anche più chiaro.  Questi fattori inducono a pensare che non siamo di fronte a una fase di momentaneo riflusso, quanto piuttosto a una crisi epocale ed esistenziale della sinistra in Europa, conclude Theil.  E' passato oltre un decennio da quando il New Labour di Tony Blair tentava una possente opera di rinnovamento pratico e teorico della sinistra europea, dalla Terza Via al Socialismo Liberale. Ora quella spinta sembra sul punto di esaurirsi, dando ragione a quanti avevano visto nell'ambizioso esperimento britannico l'ultimo colpo di coda del riformismo .
 

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